06 Jan, 2026 - 12:00

Umbria, crescita fragile e tasse al massimo: Pil 2026 a +0,66%, ma la manovra regionale da 184 milioni rischia di frenare la ripresa

Umbria, crescita fragile e tasse al massimo: Pil 2026 a +0,66%, ma la manovra regionale da 184 milioni rischia di frenare la ripresa

Nel 2026 l’Umbria crescerà, ma lo farà con il freno a mano tirato. Il Pil regionale è stimato a +0,66% in termini reali, esattamente in linea con la media nazionale, ma lontano da ciò che servirebbe per recuperare il terreno perso negli ultimi anni.

A trainare è soprattutto Perugia, con un +0,71%, mentre Terni resta indietro al +0,49%, fanalino di coda tra le province umbre. Su questo quadro già fragile si innesta una manovra fiscale regionale da 184 milioni di euro che porta l’Irap al tetto massimo del 4,82% e scarica sulle imprese un onere strutturale da 28 milioni l’anno. Un cortocircuito politico ed economico che arriva mentre il Centro studi della CGIA Mestre invoca l’esatto contrario: meno tasse e meno burocrazia per uscire dalla stagnazione.

I numeri raccontano una storia di accelerazioni solo apparenti. Nel 2025 la crescita umbra si era fermata a +0,49% e il rimbalzo previsto per il 2026 appare più come un aggiustamento statistico che un vero cambio di passo. Ancora più eloquente è il dato cumulato 2019-2026: +3,17%, una delle performance peggiori d’Italia. Un passo corto, dentro un Paese che secondo la CGIA rischia di restare intrappolato in una stagnazione strutturale se non interviene su produttività, fisco ed efficienza della pubblica amministrazione.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "IN UMBRIA, MAXI STANGATA HE SULLE IMPRESE IRAP €€ +156 156MILIONI AI CITTADINI +28 MILIONI ALLE IMPRESE COLPITE IMPRESE & LAVORO A PAGARE IL PREZZO SARANNO IMPRESE, CCUPAZIONE"

Un Pil che cresce, ma non corre: il peso del ritardo strutturale e la stangata fiscale 

Nel confronto nazionale l’Umbria si colloca all’ottavo posto per crescita prevista nel 2026. Una posizione di metà classifica che, letta da vicino, dice poco di buono. Le regioni più dinamiche viaggiano su ritmi ben più sostenuti e hanno alle spalle una crescita cumulata decisamente superiore. Qui, invece, il problema non è solo il dato annuale, ma la traiettoria di lungo periodo.

La fotografia scattata dalla CGIA Mestre è chiara. Al netto degli anni del Covid, l’economia italiana cresce da oltre vent’anni meno della media europea. L’Umbria non fa eccezione e anzi amplifica alcune fragilità strutturali: tessuto produttivo composto in larga parte da micro e piccole imprese, difficoltà di accesso al credito, ritardi infrastrutturali e una pubblica amministrazione percepita come lenta e onerosa.

Non a caso, nel documento dell’Ufficio studi CGIA si sottolinea come “il problema non sia tanto la ciclicità congiunturale, quanto l’assenza di fattori endogeni capaci di sostenere nel tempo l’espansione del Pil”. Una diagnosi che pesa come un macigno su territori che avrebbero bisogno di politiche espansive e di accompagnamento agli investimenti, non di ulteriori carichi fiscali.

Perugia locomotiva, Terni frenata: capoluoghi sempre più distanti

Dentro la media regionale si muovono due economie diverse. Perugia chiude il periodo 2019-2026 con una crescita cumulata del +4,21% e nel 2026 è attesa a +0,71%. Un dato che, pur moderato, colloca il capoluogo tra le province più dinamiche del Centro Italia. Qui la tenuta del terziario, il peso dell’università e una maggiore diversificazione produttiva fanno la differenza.

Il quadro cambia radicalmente spostandosi a sud. Terni resta uno dei pochi territori italiani ancora sotto i livelli pre-pandemia, con una variazione cumulata 2019-2026 pari a -0,18%. La crescita prevista per il 2026, +0,49%, è inferiore sia alla media regionale sia a quella nazionale. Un segnale d’allarme che va oltre la statistica. Come rileva la CGIA, “la tenuta del Pil regionale è garantita quasi esclusivamente da Perugia, mentre Terni continua a rappresentare una zavorra, nonostante un potenziale industriale che fatica a tradursi in crescita”.

È qui che il nesso tra politiche fiscali e rischio di desertificazione industriale diventa più evidente. Chiedere un ulteriore sforzo a un territorio che non ha ancora recuperato il terreno perso significa aumentare il rischio di perdere imprese, occupazione e competenze.

La manovra fiscale da 184 milioni e il cortocircuito con le ricette della CGIA Mestre

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Su questo scenario si innesta la manovra regionale 2026-2028. Parliamo di 184 milioni di euro di maggiori entrate tributarie, concentrate su addizionale Irpef e Irap. Quest’ultima viene portata al livello massimo consentito, con un’aliquota ordinaria fino al 4,82% dopo un incremento di 0,50 punti. L’effetto è un gettito aggiuntivo stabile che pesa in modo diretto sul sistema produttivo.

Il costo per le imprese umbre è stimato in 28 milioni di euro l’anno, risorse che vengono sottratte a investimenti, occupazione e innovazione. Un aumento strutturale che arriva nel momento meno opportuno, quando il Pil regionale fatica a superare lo 0,66% e la crescita appare appesa a un filo.

La CGIA Mestre indica da tempo una strada opposta. Ridurre la pressione fiscale, semplificare la burocrazia, rendere stabili e prevedibili le regole per chi investe. Nel documento si parla di digitalizzazione integrale dei procedimenti, interoperabilità delle banche dati pubbliche e valutazione d’impatto delle norme sulle Pmi. In altre parole, creare un ambiente favorevole alla crescita. L’Umbria, invece, sceglie di aumentare il prelievo, assumendosi il rischio di soffocare sul nascere una ripresa già debole.

Il paradosso è tutto qui. Da un lato numeri che raccontano un’economia lenta, trainata a fatica da un solo territorio. Dall’altro una manovra fiscale che chiede di più proprio a quel sistema produttivo che dovrebbe essere messo nelle condizioni di correre. In mezzo, il nodo politico ed economico di una regione che nel 2026 crescerà sulla carta, ma rischia di restare ferma nella realtà.

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Federico Zacaglioni
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