05 Jan, 2026 - 13:00

Umbria, IRAP al massimo e pressione fiscale record: la stangata sulle imprese frena occupazione e sviluppo

Umbria, IRAP al massimo e pressione fiscale record: la stangata sulle imprese frena occupazione e sviluppo

Quello d gennaio 2026 non è un semplice cambio di calendario per chi fa impresa in Umbria. Si tratta del momento in cui i conti diranno la verità, nero su bianco, sull'impatto della manovra fiscale voluta dalla Regione. L’IRAP portata al 4,82%, il livello massimo consentito, riversa 28 milioni di euro l’anno sulle spalle di aziende, artigiani e professionisti, già compressi da margini ridotti e costi in aumento. Una scelta che, secondo un fronte trasversale di critiche, rischia di trasformare una manovra nata per fare cassa in un freno strutturale a occupazione, investimenti e sviluppo, in una regione che fatica a ritrovare slancio dopo anni di crisi economica.

Il punto di partenza è la legge regionale n. 2 dell’11 aprile 2025, che mette in campo 184 milioni di euro di nuovo gettito. Di questi, 156 milioni arrivano dalla maxi addizionale IRPEF sui cittadini, mentre 28 milioni derivano dall’aumento dell’IRAP sulle imprese. Una redistribuzione del peso fiscale che, secondo i critici, colpisce in modo diretto il motore produttivo umbro, aggravando una situazione già segnata da inflazione, calo dei consumi e incertezza.

IRAP al 4,82%, il peso che non guarda agli utili ma all’attività

Al centro del dibattito c’è la natura stessa dell’IRAP. Come ricorda l’analisi diffusa da Marco Regni, esperto di comunicazione pubblica, questa imposta non tassa il profitto ma il valore della produzione. “L’IRAP, semplificando, colpisce l’attività e non l’utile finale. Questo significa che anche un’impresa che chiude l’anno in perdita può trovarsi a pagare, perché alcuni costi non sono deducibili”, spiega Regni.

Una caratteristica che rende l’aumento particolarmente penalizzante per realtà con margini bassi, ma ad alta intensità di lavoro. “Parliamo di imprese che danno occupazione, investono, tengono in piedi filiere locali. Aumentare l’IRAP significa colpire proprio chi produce e assume”, sottolinea ancora Regni, evidenziando come questa imposta sia stata storicamente criticata non solo dal centrodestra, ma anche da settori della sinistra riformista e del sindacato.

Dal 2026 l’aumento dell’aliquota produrrà 14 milioni di euro l’anno di maggior gettito per il bilancio regionale, ma lo stesso importo rappresenterà un costo secco per il sistema produttivo. Un trasferimento di risorse che, secondo le simulazioni circolate sui social e riprese nel dibattito politico, rischia di tradursi in minori investimenti, assunzioni rinviate e, nei casi più fragili, in chiusure o delocalizzazioni.

IRPEF e ceto medio, la pressione che erode redditi e consumi

Accanto al capitolo imprese, la manovra incide in modo significativo anche sui redditi da lavoro e sul ceto medio. A denunciarlo è Massimo Gnagnarini, segretario regionale di Italia Viva Umbria, che parla di un sistema costruito per fare cassa su chi non ha alternative.

“Il ceto medio è diventato l’agnello sacrificale di una politica che sa solo prendere”, afferma Gnagnarini. “Per un reddito di 45.000 euro, l’addizionale IRPEF regionale aumenta mediamente di 300 euro rispetto all’anno precedente. Una tassa nascosta, ma reale, che colpisce chi non può evadere e non può trasferirsi”.

Secondo Gnagnarini, il risultato è una compressione del reddito reale che si riflette direttamente sui consumi e, di conseguenza, sull’economia locale. “Siamo di fronte a una povertà crescente, senza bonus e senza aiuti. Si continua a parlare di equità e rigore, ma non è equità e non è rigore. Sono scelte politiche deliberate che tolgono risorse a chi lavora”.

Effetti su lavoro e sviluppo, l’allarme di Lega e Civitas

Sul piano economico, le critiche più dure arrivano anche dalla Lega Umbria, che legge la manovra come il risultato di una ricostruzione giudicata errata del quadro sanitario regionale. Enrico Melasecche parla di un peso fiscale che va oltre la progressività prevista a livello statale.

“La falsità sul buco della sanità ha prodotto questa pietra al collo per famiglie e imprese”, afferma Melasecche. “Si colpisce chi ha maggiori responsabilità, chi assume, chi crea valore. È un modello che produce spopolamento, emigrazione dei giovani e disinteresse a investire”.

Sul fronte civico, Civitas Umbria annuncia adesione alla mobilitazione contro la manovra fiscale, sostenendo la petizione promossa dal centrodestra. L’associazione parla di una scelta “ingiusta e dannosa”, costruita su presupposti “smentiti dai fatti”, che rischia di produrre “effetti recessivi immediati” in un contesto già fragile. L’obiettivo dichiarato è aprire un confronto serio e trasparente con la Regione, chiedendo una revisione delle decisioni assunte.

Il quadro che emerge è quello di una pressione fiscale che cresce più rapidamente della capacità di tenuta dell’economia reale. Per le imprese umbre, il 2026 rischia di segnare un punto di svolta negativo: più tasse, meno margini, meno spazio per investire e assumere. Una traiettoria che, secondo i critici della manovra, potrebbe tradursi in un rallentamento strutturale dello sviluppo regionale, con effetti che andrebbero ben oltre il singolo esercizio di bilancio.

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Federico Zacaglioni
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