E' tutt'ora aperto alla Procura di Perugia un fascicolo senza ipotesi di reato e senza indagati scaturito dalla vicenda Almasri. E' legato all'esposto presentato dall'avvocato Luigi Mele contro il suo collega Luigi Li Gotti e il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, in merito anche all'iscrizione nel registro delle notizie di reato dei vertici di governo. Mele ha ipotizzato per Li Gotti i reati di calunnia aggravata, attentato contro organi costituzionali e vilipendio delle istituzioni. Nei confronti di Lo Voi, invece, l'ipotesi -scrive l'Ansa- è di omissione di atti d'ufficio aggravata e oltraggio a un corpo politico. Gli atti sono stati trasmessi alla Procura di Perugia competente per le questioni che riguardano i magistrati del distretto di Roma. L'Ufficio guidato da Raffaele Cantone ha quindi chiesto gli atti al Tribunale dei ministri ma le carte non sarebbero state ancora inviate.
Comincia nel gennaio scorso la vicenda che vede protagonista il generale libico Nijeem Osama Almasri, accusato di crimini di guerra e contro l'umanità, la cui liberazione ha scatenato un caso politico e giudiziario, fino all'iscrizione nel registro degli indagati dei vertici del governo Meloni.
Ora, da parte del tribunale dei ministri, l'archiviazione della posizione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mentre si va verso la richiesta d'autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Piantedosi e Nordio e del sottosegretario Mantovano.
Almasri fa parte di un gruppo militare islamista che si chiama Rada e gestisce dal 2021 l'Istituto di Riforma e Riabilitazione della polizia giudiziaria di Tripoli. E' un uomo di fiducia del signore della guerra Abdel Raouf Kara, il leader della milizia che controlla l'aeroporto e le carceri, che ha combattuto in carriera contro le forze di Gheddafi e poi contro l’Isis ed infine contro i mercenari di Haftar.
Tutto comincia precisamente il 19 gennaio, quando Almasri viene arrestato in un albergo di Torino, dove era arrivato il giorno prima dalla Germania con un'auto noleggiata, e dove aveva appena assistito alla partita Juventus-Milan. Fatale, ovviamente, la normale registrazione dei dati dell'ospite da parte della struttura, che hanno fatto scattare l'allarme sui computer della Digos. Dopo l'arresto, il libico trascorse due notti nel carcere torinese delle Vallette.
Il 21 gennaio succede di tutto. Prima la scarcerazione e poi il rimpatrio con un volo speciale dei servizi segreti italiani. La Corte d'Appello di Roma però non convalidò l'arresto, perché prima che fosse effettuato, non era stato avvisato il ministro della Giustizia, titolare dei rapporti con la Cpi, un cavillo questo decisivo, per capire tutta la vicenda.
Dopo il rimpatrio, si accesero le proteste dell'opposizione e della stessa Corte penale internazionale, che vide sfumare la consegna di un uomo che voleva arrestare per crimini di guerra e contro l'umanità. Il 23 gennaio il governo interviene ufficialmente per la prima volta, attraverso il ministro dell'Interno Piantedosi, che spiegò che Almasri era stato "rimpatriato a Tripoli, per urgenti ragioni di sicurezza, con mio provvedimento di espulsione, vista la pericolosità del soggetto". Il governo contesta anche la tempistica riguardante la richiesta, l'emissione e l'esecuzione del mandato di cattura internazionale, che è poi maturata al momento della presenza in Italia del cittadino libico.
Il 28 gennaio Giorgia Meloni si reca da Mattarella per comunicargli l'iscrizione nel registro degli indagati e poi, in un messaggio sui social, annuncia di aver ricevuto un avviso di garanzia dal procuratore della Repubblica Francesco Lo Voi "per i reati di favoreggiamento e peculato in relazione alla vicenda del rimpatrio del cittadino Almasri", avviso inviato anche ai ministri Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano. La polemica con le opposizioni si infiamma ulteriormente, così come con la magistratura.
La versione della Corte Penale Internazionale su Almasri: “è stato tenuto in custodia in attesa del completamento delle procedure necessarie per la sua consegna. Su richiesta e nel pieno rispetto delle autorità italiane, la Corte si è deliberatamente astenuta dal commentare pubblicamente l’arresto”. Fino al rilascio del 21 gennaio, a loro dire avvenuto “senza preavviso o consultazione con la Corte”.
Non è mancata chiaramente la versione del Governo. Così il ministro Piantedosi in Senato: “A seguito della mancata convalida dell’arresto da parte della Corte d’appello di Roma, considerato che il cittadino libico era a piede libero in Italia e presentava un profilo di pericolosità sociale, come emerge dal mandato di arresto emesso in data 18 gennaio dalla Corte penale internazionale, ho adottato un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza dello Stato. Il provvedimento è stato notificato all’interessato al momento della scarcerazione e, nella serata del 21 gennaio, ha lasciato il territorio nazionale”.
Sulla stessa lunghezza d'onda di Piantedosi, la Premier Giorgia Meloni: “Almasri è stato liberato su disposizione della Corte d'appello di Roma, non su disposizione del governo. Non è una scelta del governo. Quello che il governo sceglie di fare, invece, di fronte a un soggetto pericoloso per la nostra sicurezza, è espellerlo immediatamente dal territorio nazionale. In tutti i casi di detenuti da rimpatriare di soggetti pericolosi non si usano voli di linea anche per la sicurezza dei passeggeri”.