11 Jan, 2026 - 10:40

Umbria tra le regioni con più pensioni di invalidità, Perugia e Terni sopra la soglia critica: "Stop al reddito di cittadinanza ha lasciato un vuoto"

Umbria tra le regioni con più pensioni di invalidità, Perugia e Terni sopra la soglia critica: "Stop al reddito di cittadinanza ha lasciato un vuoto"

L’analisi della CGIA di Mestre sui dati INPS accende i riflettori sulle pensioni di invalidità in Italia: al 31 dicembre 2024 il Paese conta 4,3 milioni di trattamenti, con quelle civili in aumento del 7,4% dal 2020 nonostante il calo delle previdenziali. In Umbria - terza regione con l’11,3% di incidenza ogni 100 abitanti - le implicazioni pesano sulle province di Perugia (11,10%, 70.648 prestazioni) e Terni (11,83%, 25.465), con 69.709 trattamenti civili che costano 0,43 miliardi annui a 507 euro medi mensili. Secondo il Centro Studi CGIA, lo stop al Reddito di cittadinanza ha lasciato un vuoto per famiglie vulnerabili, alimentando dubbi su un passaggio verso queste pensioni di invalidità civile come unica rete di sostegno, specie al Sud e in aree del Centro come l’Umbria.

Il peso economico e il nodo dopo la fine del Reddito di Cittadinanza

Oltre all’impatto sociale, i dati sulle pensioni di invalidità rivelano un carico finanziario significativo. Nel 2024, l’Italia ha speso 21,02 miliardi di euro per le prestazioni agli invalidi civili, con un importo medio mensile di 501 euro. Quasi la metà di questa spesa (46,6%) è stata erogata nel Mezzogiorno. L’Umbria, sebbene geograficamente centrale, per intensità del fenomeno si avvicina a queste regioni. Qui, le 69.709 prestazioni civili costano allo Stato circa 0,43 miliardi di euro l’anno, con un assegno medio di 507 euro mensili.

È proprio sul versante delle prestazioni civili - quelle che non dipendono da contributi previdenziali, ma da riconoscimento di handicap e condizioni reddituali - che l’analisi della CGIA solleva un interrogativo politico cruciale. “La cessazione del reddito di cittadinanza e il contestuale incremento delle pensioni di invalidità civile sono correlate?”, si chiede il rapporto. La risposta ufficiale distingue le due misure: il RdC era uno strumento di contrasto alla povertà e di inclusione lavorativa, le pensioni di invalidità tutelano chi ha limitazioni fisiche o psichiche certificate. Tuttavia, “l’abolizione del reddito di cittadinanza ha comunque lasciato vulnerabile una fascia della popolazione caratterizzata da difficoltà occupazionali strutturali”, si legge. In questo vuoto, l’aumento delle pensioni di invalidità civile “potrebbe aver rappresentato per molte famiglie l’unica forma concreta di sostegno economico disponibile”.

Pur in assenza di dati INPS che provino un nesso causale diretto, il dubbio di una sorta di “migrazione” verso l’unico ammortizzatore rimasto accessibile per i più vulnerabili persiste, soprattutto in alcune aree del Paese. In Umbria, tra il 2020 e il 2024, le prestazioni civili sono cresciute del 3,6% (da 67.081 a 69.497), un incremento più contenuto rispetto ai boom del Sud Italia come Puglia (+14,1%) o Calabria (+11,9%), ma che si somma a una base di partenza già elevatissima.

Per le amministrazioni locali di Perugia e Terni, questi numeri sulle invalidità non sono mere statistiche. Raccontano concentrazioni di disagio, criticità sanitarie, un invecchiamento della popolazione e le difficoltà di un mercato del lavoro che fatica a includere le fasce più deboli. Sono, in definitiva, una bussola per ripensare le politiche del welfare locale, dai servizi socio-sanitari alle misure per l’impiego, trasformando un’evidente fotografia della vulnerabilità in un’agenda di interventi mirati e sostenibili. La sostenibilità del sistema, in Umbria come nel resto d’Italia, passa anche dalla capacità di leggere questi segnali.

Un’Umbria ad alta densità di prestazioni, distante dal Nord industriale

I numeri elaborati dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre su dati INPS 2024 fotografano un’Italia divisa. Da una parte le regioni del Mezzogiorno e alcune del Centro, come l’Umbria, dove l’incidenza delle prestazioni di invalidità - sia previdenziali sia civili - supera abbondantemente la media nazionale del 7,4%. Dall’altra, il Nord Italia, con LombardiaVeneto e Piemonte ferme al 5,1%. Con 96.113 trattamenti vigenti a fine 2024 (26.404 previdenziali e 69.709 civili), l’Umbria si attesta al terzo posto nazionale, dietro solo a Calabria (13,2%) e Puglia (11,6%). Un valore che segnala, come sottolineano gli analisti, “una pressione strutturale sul sistema di protezione sociale umbro, che non può essere letta solo in chiave demografica, ma chiama in causa anche fragilità economiche, condizioni di salute e capacità di inclusione lavorativa”.

Lo scarto rispetto al Nord industriale è netto e disegna due Paesi differenti. Mentre a TriesteFirenze e Prato l’incidenza scende sotto il 4,5%, a Terni si raggiunge l’11,83% e a Perugia l’11,10%. Il fenomeno, dunque, non è uniforme nemmeno all’interno della regione, ma conferma come le province umbre condividano dinamiche tipiche di aree del Sud Italia a più alta fragilità socio-economica.

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Federico Zacaglioni
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