È un’Umbria ferita dal declino silenzioso delle sue fabbriche e dall’emorragia silenziosa dei suoi giovani quella che si è presentata venerdì mattina nell’aula magna del Dipartimento di Scienze agrarie. Un’Umbria che la Cgil regionale prova a interpretare non con la protesta, ma con la proposta. Di fronte a una crisi che non è più congiunturale ma strutturale, il sindacato guidato da Maria Rita Paggio ha rotto gli argini della dialettica tradizionale, invitando istituzioni e imprese a scrivere insieme una nuova pagina di politica industriale. L’idea è ambiziosa: un “Patto per lo sviluppo e il lavoro” permanente, sorretto da una cabina di regia tripartita che affianchi la Regione nella gestione dei fondi europei e del Pnrr. Non un tavolo di crisi, ma un luogo stabile di democrazia economica per monitorare l’occupazione, valutare l’impatto sociale degli investimenti e certificare la qualità del lavoro.
L’iniziativa arriva in un momento di passaggio cruciale per la Regione, sospesa tra la chiusura della programmazione 2027 e l’apertura del nuovo ciclo di finanziamenti Ue. E trova sponda nell’assessore regionale allo Sviluppo economico, Francesco De Rebotti, che non esita a definirla “meritevole e opportuna”. Il quadro che emerge dalla tavola rotonda, promossa dalla Cgil con esperti e rappresentanti di categoria, è quello di un territorio che ha smarrito la bussola dello sviluppo e che cerca nella concertazione un nuovo motore.

A dare sostanza numerica al malessere percepito ci pensa Elisabetta Tondini, ricercatrice dell’Agenzia Umbria Ricerche. I dati che scorrono nella sua relazione introduttiva dipingono una regione in affanno da almeno un quindicennio. Non si tratta solo di stagnazione, ma di una vera e propria erosione della base produttiva e sociale. Il manifatturiero, tradizionale colonna portante dell’economia umbra, mostra segni di affaticamento preoccupanti, con settori energivori come l’acciaio e la ceramica messi in ginocchio dai rincari e dalla concorrenza internazionale. Parallelamente, il tessuto delle piccole e medie imprese sconta una produttività ferma e una cronica difficoltà a fare sistema.
Ma il dato che più interpella il sindacato è quello demografico. L’Umbria invecchia e si spopola, e lo fa perdendo i suoi pezzi migliori. I giovani qualificati scelgono sempre più spesso di costruire il loro futuro altrove, alimentando un circolo vizioso che priva il territorio di energie fresche e competenze. Una fuga che Maria Rita Paggio, segretaria generale della Cgil Umbria, legge come una sconfitta collettiva: “Non siamo di fronte a una crisi congiunturale, ma a una trasformazione profonda che richiede una politica industriale regionale attiva”. Un’analisi condivisa dal segretario Andrea Corpetti, che con Paggio guida la delegazione del sindacato. Per entrambi, la risposta non può essere affidata alle sole logiche di mercato. “L’Umbria può crescere solo se cresce il lavoro di qualità”, hanno sottolineato a margine della tavola rotonda, “non abbiamo bisogno di competizione al ribasso, ma di una nuova stagione di giustizia sociale”.
Il Patto proposto dalla Cgil si configura quindi come uno strumento per invertire la rotta. Un tentativo di ricucire lo strappo tra la politica, la rappresentanza economica e i bisogni dei territori, attraverso un confronto continuo e non episodico. Tra le misure più concrete messe sul tavolo, spicca la richiesta di clausole sociali vincolanti per la concessione di finanziamenti pubblici. Un meccanismo che punta a impedire che le agevolazioni pubbliche finiscano per premiare chi comprime i salari o applica contratti non rappresentativi, garantendo invece che lo sviluppo sia trainato da occupazione stabile e ben retribuita.

La sala del Dipartimento di Scienze agrarie, in un silenzio attento, segue con interesse l’intervento di Francesco De Rebotti. L’assessore regionale allo Sviluppo economico non si sottrae alla chiamata in causa anzi, rilancia. L’atteggiamento del sindacato viene accolto come un’apertura costruttiva in un momento in cui “serrare le fila” diventa imperativo. De Rebotti coglie la palla al balzo per inscrivere la proposta della Cgil nell’agenda della Giunta, segnata da scadenze europee improrogabili.
“Le basi ci sono tutte”, ha esordito l’assessore, evidenziando come la fase attuale offra una finestra di opportunità irripetibile. Da un lato, c’è l’urgenza di completare la messa a terra delle risorse del Pnrr e dei fondi europei entro il 2027. Dall’altro, si apre il cantiere della nuova programmazione, che disegnerà lo sviluppo umbro per i successivi sette anni. “Dovremo spendere al meglio risorse europee per sostenere lo sviluppo”, ha aggiunto, sottolineando la complessità della macchina amministrativa.
Un capitolo a parte merita la Zona Economica Speciale (Zes) , che per De Rebotti rappresenta un potenziale “punto di svolta”. Ma anche in questo caso, l’assessore mette in guardia da facili entusiasmi: la Zes non sarà una bacchetta magica se non verrà inserita in un quadro condiviso di azioni. “Istituzioni e parti sociali devono fungere da locomotori”, ha spiegato, affinché le agevolazioni fiscali e burocratiche si traducano in investimenti veri e duraturi. Una posizione che sembra allinearsi perfettamente con la filosofia del patto proposto dal sindacato.
La disponibilità della Regione a raccogliere il testimone lanciato dalla Cgil si tradurrà presto in atti concreti. De Rebotti ha infatti annunciato la prossima riconvocazione del tavolo regionale sullo sviluppo, un forum che sarà incentrato proprio sui temi sollevati dalla tavola rotonda. Un segnale chiaro che, al di là delle dichiarazioni di intenti, si cerca di dare gambe a un metodo. “Riceviamo giustamente sollecitazioni con atteggiamento positivo e propositivo”, ha concluso l’assessore, suggellando di fatto l’avvio di una fase nuova nei rapporti tra istituzioni e parti sociali in Umbria.