Il motore del turismo umbro accelera, ma il serbatoio delle casse comunali che dovrebbe alimentarsi di questo carburante non è ancora pieno. Anzi, presenta crepe evidenti e margini di miglioramento tutt’altro che trascurabili.
È la fotografia scattata da uno studio dell’Agenzia Umbria Ricerche a firma di Mauro Casavecchia, dirigente di programma e Responsabile della sezione Processi e politiche dell’innovazione, che pone sotto la lente la fiscalità turistica regionale.
Il quadro emerso è duplice: da un lato, un gettito dell’imposta di soggiorno che nel 2025 ha sfiorato i 7,66 milioni di euro, segnando un deciso +22% sull’anno precedente e confermando una traiettoria di crescita vigorosa. Dall’altro, però, un’evidente polarizzazione geografica e un potenziale inespresso che, se colmato, potrebbe portare nelle casse dei Comuni almeno altri 1,7 milioni di euro. Un paradosso per una regione che, con un +14,6% di presenze dal 2019, viaggia a un ritmo doppio rispetto alla media italiana.

I numeri dell’indagine, basata su dati Siope, disegnano una geografia fiscale dai contorni netti e, per certi versi, prevedibili. A dominare la scena è, in modo quasi solitario, Assisi. La città del Santo nel 2025 ha generato da sola 2,3 milioni di euro di imposta di soggiorno, facendo registrare un ulteriore incremento del 10,4% e assorbendo una fetta sproporzionata del gettito regionale. Al secondo posto, ma a una distanza significativa, si piazza Perugia con 1,3 milioni (+21,8%). Le due principali destinazioni insieme concentrano quasi la metà (il 47,2%) degli introiti totali. A completare la classifica dei primi cinque, con importi sensibilmente inferiori, Orvieto (630mila euro), Gubbio (490mila) e Spoleto (480mila). Il balzo complessivo regionale, di oltre 1,3 milioni di euro in un solo anno, è stato trainato anche dall’ingresso nella partita di sei nuovi comuni, da Norcia a Torgiano, che hanno introdotto per la prima volta il tributo.

Tuttavia, è cambiando la prospettiva che emergono dinamiche interessanti. Rapportando il gettito alla popolazione residente, la classifica viene stravolta: in testa si trova Lisciano Niccone, piccolo comune del perugino che, grazie a una struttura ricettiva di lusso, genera 127 euro di imposta per ogni abitante. Seguono, appunto, Assisi (84 euro) e Cascia (81 euro). Dati che dimostrano come anche realtà minori, se dotate di un’offerta mirata, possano convertire il turismo in risorse pro capite significative. Intanto, sul fronte delle grandi città, Perugia guarda già al 2026 con l’obiettivo di incrementare ulteriormente le risorse, destinandole - come anticipato dall’amministrazione - a turismo, manutenzione dei beni culturali e servizi legati alla gestione dei rifiuti.

È però nella seconda parte dell’analisi che lo studio di Casavecchia scava più a fondo, mettendo a nudo un paradosso tipicamente umbro. L’Umbria è infatti una delle pochissime regioni italiane – insieme a Toscana, Valle d’Aosta e Provincia di Bolzano – in cui non esiste un solo comune classificato come “non turistico” dall’Istat. In altre parole, ogni borgo, ogni municipio ha almeno una struttura ricettiva o un flusso di visitatori misurabile. Eppure, nel 2025, l’imposta di soggiorno è stata applicata solo in 39 comuni su 92.
“La sotto-adozione ha effetti quantitativamente rilevanti”, spiega Mauro Casavecchia. “Nel 2024, in Umbria oltre 1,4 milioni di pernottamenti - più di uno su cinque - non sono stati assoggettati all’imposta perché avvenuti in comuni che non la applicano. Una quota doppia rispetto alla media nazionale”.

Il calcolo del potenziale mancato è impietoso: se il tributo fosse stato attivo in tutta la regione, il gettito avrebbe potuto essere superiore di circa 1,7 milioni di euro, un +26,3% rispetto a quanto effettivamente incassato. La forbice si allarga osservando i comuni ad “alta densità turistica”: a livello nazionale, in questa categoria, l’imposta è applicata dal 32,3% dei municipi; in Umbria la percentuale sale sì al 38,2%, ma rimane comunque al di sotto delle potenzialità di un territorio così esposto al turismo. Il rischio, sottolinea la ricerca, è duplice: da un lato si privano le amministrazioni di risorse preziose per servizi e manutenzione; dall’altro si acuiscono le disuguaglianze tra territori, dove alcuni capitalizzano l’appeal turistico e altri no, pur beneficiando degli stessi flussi.

Lo scenario futuro si complica e insieme si apre a nuove opportunità con le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026. La norma ha prorogato l’aumento di 2 euro a pernottamento (previsto per il Giubileo), ma ha anche stabilito che il 30% del gettito aggiuntivo confluisca in fondi statali per la disabilità e l’assistenza ai minori. Una misura che ha sollevato non poche critiche nel mondo degli enti locali. “Sembra contraddire i principi del federalismo fiscale municipale”, si legge nello studio, “sottraendo risorse alle politiche turistiche locali e trasferendo alle municipalità oneri propri dello Stato”. Il dibattito è aperto e tocca il cuore dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali.
Nonostante questo controsenso, per l’Umbria la strada sembra comunque quella di un’espansione graduale dello strumento. Foligno ha annunciato l’introduzione dell’imposta per il prossimo anno, mentre altri comuni a vocazione consolidata stanno valutando aumenti tariffari. La sfida, ora, è colmare il gap tra la crescita esponenziale dei numeri del turismo - che vede la regione come una delle locomotive d’Italia - e la capacità di tradurre questo successo in benefici economici strutturati e diffusi. L’imposta di soggiorno, conclude implicitamente l’analisi, non è solo una tassa, ma un termometro della maturità di un sistema turistico e della sua capacità di investire su se stesso. E l’Umbria, oggi, ha ancora del liquido in più da far salire in quella colonnina.