Il problema, un tempo, era “come far crescere l’economia”. Oggi, in Umbria, l’interrogativo è più amaro e urgente: come impedire che il PIL venga trascinato giù, anno dopo anno, da una forza lavoro che si assottiglia come neve al sole. Il declino demografico ha smesso di essere una voce nei rapporti statistici o una preoccupazione per i soli uffici anagrafe. È diventato, a tutti gli effetti, un vincolo macroeconomico capace di erodere il potenziale produttivo di una regione che, per struttura e dimensioni, sente il peso di ogni singolo cittadino in meno in età attiva.
A mettere nero su bianco l'entità del fenomeno e le sue implicazioni future è un focus pubblicato in questi giorni da Agenzia Umbria Ricerche (AUR) . La firma è quella di Elisabetta Tondini, Responsabile dell'Area di Ricerca “Processi e trasformazioni economiche e sociali”. I numeri che emergono dallo studio dipingono una regione sospesa su un crinale pericoloso: tra il 2020 e il 2030, l’emorragia di residenti nella fascia 15-64 anni costerà all’Umbria mezzo punto percentuale di crescita potenziale all’anno. Una cifra che, capitalizzata, rischia di rendere la transizione demografica italiana una vera e propria frattura per il tessuto economico del Centro Italia.

“La relazione tra demografia ed economia non è mai stata così evidente”, spiega Tondini nel documento. “La crescita economica influenza le dinamiche demografiche e, allo stesso tempo, la struttura della popolazione condiziona in modo determinante le prospettive di sviluppo dei territori”. In sostanza, se un territorio non cresce, i giovani vanno via. E se i giovani vanno via, quel territorio non crescerà mai più. Un circolo vizioso in cui l’Umbria, con un tasso di fecondità fermo a 1,2 figli per donna (tra i più bassi d’Europa) e un saldo migratorio negativo ormai cronico, è già entrata a piè pari.
L’analisi di AUR non si limita a fotografare il presente, ma proietta le tendenze Istat al 2035, isolando la variabile demografica come fosse un esperimento in provetta. Lo scenario è impietoso: se si congela l’attuale livello di produttività e occupazione, il solo calo della popolazione in età lavorativa provocherebbe una contrazione del PIL umbro del 9,3% rispetto al 2023. Peggio farebbero solo alcune regioni del Sud e la Valle d’Aosta. La media nazionale si fermerebbe a un -8%, ma per l’Umbria il dato è più severo perché la base demografica si restringe più rapidamente e in modo più squilibrato.

Il meccanismo è spietato nella sua semplicità. Tondini quantifica l’effetto leva: “Ogni 100 individui in meno nella fascia 15-64 anni corrisponde a una contrazione del 2-3% della forza lavoro”. Meno persone che lavorano significa meno reddito prodotto, meno consumi, meno investimenti e, a cascata, una minore propensione all’innovazione da parte delle imprese, che faticano a trovare competenze fresche e rischiano di ridimensionare i piani di sviluppo.
Certo, tra il 2018 e il 2023 l’Umbria ha tenuto botta grazie a un lieve incremento dell’occupazione (inclusa quella degli over 64, ormai componente strutturale del mercato del lavoro) e a un modesto miglioramento della produttività. Ma questi fattori positivi sono stati quasi interamente neutralizzati proprio dall’assottigliamento della base demografica. È come correre su un nastro trasportatore che si muove all’indietro: lo sforzo è enorme, ma l’avanzamento è minimo.
Di fronte a questo scenario, il report esplora le possibili contromisure, simulando l’attivazione di diverse leve. L’aumento dell’occupazione femminile di 5 punti percentuali, da solo, ridurrebbe la perdita di PIL regionale dal -9,3% al -5,6%. Un passo avanti, ma non la svolta. Se a questo si aggiungesse un incremento di 3 punti anche per l’occupazione maschile, il calo si attesterebbe al -3,5%. Meglio, ma ancora lontano dalla stabilizzazione. In pratica, nemmeno mobilitando tutte le energie interne inutilizzate si riuscirebbe a compensare il vuoto lasciato da chi non c’è e da chi non nasce.

Se la leva occupazionale da sola non basta, e se la componente migratoria è considerata “aleatoria” e dipendente da variabili geopolitiche difficilmente governabili in tempi brevi, l’attenzione si sposta tutta su un’altra variabile: la produttività del lavoro.
È qui che si gioca la partita decisiva. Per conservare il livello del PIL del 2023 fino al 2035, l’Umbria dovrebbe registrare un incremento cumulato della produttività del lavoro pari al 10,2% , equivalente a un +0,8% annuo. Una sfida tecnologica e culturale imponente, se si considera la lunga stagnazione che ha caratterizzato l’Italia e le sue regioni negli ultimi vent’anni.
“La ricetta è ben nota”, continua Tondini nel suo focus, “l’aumento della produttività richiede, in modo imprescindibile, un rafforzamento del capitale umano, da perseguire attraverso investimenti mirati in istruzione, formazione continua e aggiornamento delle competenze, nonché una più ampia e diffusa adozione dell’innovazione tecnologica all’interno dei processi produttivi”.

Il punto è che la ricetta, per quanto nota, è rimasta spesso inattuata. L’Umbria si trova ora a doverla applicare in emergenza. La regione, con il suo 15% di over 65 già oggi, è chiamata a integrare la variabile demografica come priorità assoluta in ogni piano di sviluppo, dai fondi del PNRR alla strategia per l’energia e le infrastrutture. Non si tratta più solo di "fare cassa" o di attrarre investimenti, ma di farlo in un contesto in cui la forza lavoro diminuisce. Servono politiche che aumentino il valore aggiunto per ora lavorata, che automatizzino i processi e che rendano il territorio attrattivo per quei lavoratori qualificati che, in assenza di prospettive, preferiranno sempre Milano, Bologna o l’estero.
Il monito finale di Agenzia Umbria Ricerche è chiaro: solo una combinazione efficace di queste leve, più occupazione (soprattutto femminile), un contributo significativo di persone in età attiva provenienti dall’estero e un deciso balzo in avanti della produttività, potrà evitare che la crisi demografica, da rischio statistico, si trasformi in una vera e propria recessione strutturale per l’economia regionale. Il tempo per decidere se e come invertire la rotta è adesso, prima che il circolo vizioso diventi inesorabile.