Ogni mattina, il motore logistico dell’Umbria si attiva sulle strade che collegano Perugia a Terni. Dai distretti manifatturieri alle aziende agroalimentari, la gran parte di ciò che la regione produce e consuma viaggia su camion gestiti da imprese locali. Un sistema capillare e silenzioso, fondamentale per la tenuta delle filiere. Questo sistema, però, si sta sgretolando a ritmo sostenuto. Nell’arco di un decennio, l’Umbria ha perso oltre un quarto delle sue imprese di autotrasporto merci. L’ultimo studio del Centro studi CGIA di Mestra misura un calo strutturale: dalle 1.461 sedi attive nel 2015 si è passati a 1.078 nel 2025. In dieci anni, sono scomparse 383 attività, con una variazione negativa del 26,2 per cento. Un’emorragia che segna sia la provincia di Perugia, baricentro produttivo, sia quella di Terni, già esposta a fragilità industriali. Dietro la contrazione numerica, la CGIA individua la combinazione di crisi economiche, processi di aggregazione aziendale e la concorrenza di vettori esteri, in particolare dell’Est Europa. Un paradosso per un Paese in cui oltre l’80% delle merci si muove su gomma: l’infrastruttura imprenditoriale che rende possibile questo flusso si restringe, mettendo a rischio l’accesso ai mercati per le aziende del territorio.
I dati del Centro studi CGIA offrono una fotografia nitida e preoccupante del declino, provincia per provincia. La crisi non risparmia nessun ambito territoriale.
Perugia conferma il suo ruolo di baricentro regionale del settore, ma con numeri drasticamente ridotti. Le sedi di imprese attive sono crollate da 1.171 unità nel 2015 a 861 nel 2025. Questo significa la scomparsa di 310 attività in dieci anni, con una variazione negativa del 26,5 per cento. La perdita di più di un’impresa su quattro non è un semplice dato statistico. Per un territorio caratterizzato da distretti diffusi e aree interne, implica una rete logistica meno capillare, meno concorrenza e un rischio concreto di maggiore dipendenza da grandi operatori esterni alla regione.

La provincia di Terni segue un trend parallelo, seppur su numeri assoluti più contenuti. Le imprese attive sono passate da 290 a 217 nel decennio considerato. Qui, le attività cessate sono 73, con un calo del 25,2 per cento. La CGIA sottolinea come questo arretramento pesi in modo particolare su un’area già segnata da fragilità industriali e processi di riorganizzazione di filiere storiche, come quella siderurgica. Il pericolo è una progressiva esternalizzazione dei servizi logistici verso operatori extra-regionali, con minore presidio del territorio e potenziali ricadute negative per le piccole imprese artigiane che operano su distanze medio-brevi.
Il quadro umbro si inserisce in un contesto nazionale critico, segnato dall’aumento insostenibile dei costi operativi per le imprese, soprattutto per le piccole e micro-realtà. La ricerca della CGIA fotografa rincari recenti e significativi: tra il 31 dicembre 2025 e il 6 febbraio 2026, i pedaggi autostradali sono aumentati di circa l’1,5 per cento e il prezzo del gasolio alla pompa è salito del 3,6 per cento. Questo ultimo balzo è stato aggravato dall’aumento dell’accisa di 4,05 centesimi al litro.
Per un’impresa di dimensioni ridotte, che spesso non ha accesso a formule di rimborso pedaggi o crediti d’imposta sul carburante, l’aggravio stimato è di circa 2.000 euro l’anno per ogni mezzo pesante, solo per la voce carburante rispetto alla fine del 2025. A questa tenaglia dei costi si somma un malcostume endemico: i ritardi cronici nei pagamenti lungo la filiera. Il fenomeno è così diffuso da aver spinto recentemente il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a intervenire con una circolare che richiama i committenti agli obblighi di legge, prevedendo sanzioni fino al 10 per cento del fatturato per gli inadempienti.
La CGIA evidenzia come questi fattori stiano accelerando processi di selezione spietata. A soccombere sono soprattutto le imprese più piccole e monoveicolari, che non riescono ad assorbire gli shock dei costi e a reggere la pressione finanziaria dei pagamenti in ritardo. Il risultato è una progressiva concentrazione del settore, dove le imprese che sopravvivono sono quelle di dimensioni maggiori, mentre si assottiglia pericolosamente lo strato di operatori locali e capillari. Per l’Umbria, regione a forte vocazione manifatturiera e con una geografia complessa fatta di aree interne, la conseguenza diretta è un aumento del rischio di isolamento logistico per le aziende periferiche, con effetti potenziali sulla competitività e sulla tenuta socio-economica dei territori. I numeri del calo non raccontano solo un aggiustamento di mercato, ma un cambiamento strutturale dalle profonde implicazioni per il futuro produttivo dell’intera regione.