L’Umbria aveva chiuso il 2025 con un modesto ma significativo segno più, 273 imprese in tasca in più, e il terzo trimestre aveva fatto sperare in un’accelerazione. Poi è arrivato l’inizio del 2026, e il conto è stato tutt’altro che indulgente: 282 imprese cancellate dal Registro delle imprese in soli tre mesi. Il dato – 1.340 iscrizioni contro 1.622 cessazioni – suona come una doccia fredda, resa ancora più gelida dal confronto con il resto del Paese. Mentre l’Italia, nello stesso periodo, ha messo a segno un saldo positivo di 690 nuove imprese (105.051 nate, 104.361 morte), l’Umbria arretra dello 0,31% contro il +0,01% nazionale. Un’inversione di tendenza che il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, invita a non drammatizzare ma nemmeno a sottovalutare: “Il dato del primo trimestre ci consegna un’Umbria che rallenta, ma non una regione ferma”.
E infatti, se si allarga lo sguardo dall’angusto perimetro del trimestre al più ampio orizzonte dell’anno, l’immagine cambia. A fine marzo 2026 le imprese registrate in Umbria sono 89.950, esattamente 56 in più rispetto a marzo 2025. L’Italia, nello stesso raffronto tendenziale, ne perde oltre 52mila. Un paradosso solo apparente: significa che la regione era partita da una base leggermente più solida, frutto di mesi di recupero lento ma costante. Ma il punto, avverte Mencaroni, non è più soltanto la tenuta numerica.

Il primo trimestre, spiegano gli esperti di Unioncamere e InfoCamere, è storicamente il periodo in cui si accumulano le cessazioni rimandate dall’anno precedente. Per questo il dato nazionale positivo dello 0,01% è stato letto come un segnale inatteso. In Umbria, però, la scusa stagionale non basta a consolare: il saldo negativo è diffuso e trasversale. Le due province viaggiano all’unisono, con Perugia che perde 207 imprese (998 iscrizioni, 1.205 cessazioni, -0,30%) e Terni che cede 75 unità (342 iscrizioni, 417 cessazioni, -0,35%). Il Ternano, in termini relativi, accusa addirittura una battuta d’arresto più marcata del capoluogo di regione.
Eppure, proprio quando si pensa che il quadro sia uniformemente in ombra, arriva la sorpresa del confronto annuo. L’Umbria regge. Non è un “crollo”, non è un “disastro”. È piuttosto una regione che arranca, che aveva ricostruito un piccolo cuscinetto nei mesi precedenti e lo sta consumando in questo avvio d’anno. Il presidente Mencaroni lo spiega con la prudenza di chi conosce i numeri da decenni: “Il saldo negativo va letto con attenzione, senza sottovalutarlo, ma anche senza perdere di vista il fatto che, su base annua, il tessuto imprenditoriale ha ancora mostrato capacità di tenuta”. La sfida, aggiunge, è trasformare quella tenuta in qualcosa di più robusto.

Ma è qui che il discorso si fa serio. Perché il problema dell’Umbria non è solo che in un trimestre nascono meno imprese di quante ne muoiano. Il problema vero – ed è il filo rosso che attraversa tutta l’analisi di Movimprese – è che il ricambio qualitativo procede a rilento, molto più che altrove. Prendiamo le società di capitali, quelle cioè con una struttura più solida, più capacità di investimento e maggiore resilienza alle crisi. Negli ultimi cinque anni (primo trimestre 2021 – primo trimestre 2026) in Italia sono cresciute del 10%. In Umbria soltanto del 6,7%. E dietro questa media c’è una divaricazione interna notevole: Perugia cresce appena del 4,7%, mentre Terni fa meglio del dato nazionale (+12,9%), ma da sola non basta a trainare l’intera regione.
Il risultato è che oggi, su 89.950 imprese umbre, le società di capitali rappresentano appena il 29% del totale. In Italia la stessa quota è del 34,2%. Un gap di oltre cinque punti percentuali, che diventa ancora più evidente se si guarda alla provincia di Perugia (28,5%) e, pur con un margine migliore, a Terni (30,9%), entrambe sotto la media nazionale. Tradotto: in Umbria c’è meno “peso specifico” imprenditoriale, meno aziende in grado di affrontare le transizioni tecnologiche, energetiche e di mercato.
Mencaroni lo dice senza giri di parole: “La sfida vera, oggi, è accompagnare questa tenuta verso una crescita più solida, con imprese più strutturate, più innovative e più pronte a stare nei mercati che cambiano”. Parole che suonano come un programma, ma anche come un ammonimento. Perché i dati settoriali nazionali – con la nuova classificazione ATECO 2025 – raccontano dove sta andando il Paese: i servizi alle imprese, le attività finanziarie e professionali crescono; il commercio e l’agricoltura arretrano. L’Umbria, che nel bilancio 2025 della stessa Camera di Commercio segnalava già il peso del calo del commercio, rischia di restare indietro proprio nella corsa verso i settori più dinamici.
Il quadro che ne esce, insomma, non è quello di una regione che “crolla”, né di una che semplicemente “tiene”. È quello di un’Umbria che ha smesso di correre proprio quando il resto del Paese, pur tra mille difficoltà, ha ritrovato un minimo di slancio. Con un'aggravante: il debole trimestre non è un incidente di percorso, ma il sintomo di un ricambio imprenditoriale troppo lento. E finché il problema sarà “quali imprese restano” e non solo “quante”, il rischio è che quel segno più tendenziale di 56 unità resti un fuoco di paglia.