La nascita del nuovo gruppo consiliare Progetto Città, all’interno della maggioranza di centrodestra che sostiene il sindaco Vittorio Fiorucci, ha scatenato una raffica di prese di posizione da parte della sinistra eugubina, più o meno radicale. Analisi, comunicati, giudizi politici si sono susseguiti nel giro di poche ore, con toni spesso allarmistici e una narrazione univoca: crisi, instabilità, maggioranza spaccata.
Eppure, scorrendo attentamente gli interventi, emerge un dato evidente: nessuno affronta il vero problema strutturale della politica contemporanea, ovvero la transumanza permanente tra partiti, liste civiche e schieramenti, fenomeno ormai diffuso anche nei centri di provincia come Gubbio.

Colpisce, in particolare, la veemenza morale con cui alcune forze di opposizione si sono lanciate nel giudizio. Sermoni che, oggettivamente, fanno sorridere se rapportati alla storia politica recente della città.
Alcuni degli stessi protagonisti che oggi invocano etica, coerenza e rispetto del mandato elettorale sono stati, in passato, attori diretti di rotture con i propri partiti, di cambi di casacca, di approdi improvvisi a liste civiche costruite localmente, spesso mantenendo però un piede ben saldo in un partito nazionale.
In alcuni casi, le fratture non furono nemmeno politiche, ma legate a questioni assai più prosaiche: quote non pagate, debiti accumulati, rapporti deteriorati con i livelli provinciali o regionali. Episodi noti agli addetti ai lavori, ma oggi accuratamente rimossi dalla memoria collettiva.
Il comunicato più duro arriva dalla Coalizione Gubbio Futura, che parla di “spaccatura improvvisa nella maggioranza” e di “crisi politica evidente”. Si evocano scenari di paralisi amministrativa e si chiede la convocazione urgente del Consiglio comunale.
Il Circolo eugubino di Sinistra Italiana insiste invece sull’aspetto etico, parlando di “assenza di confronto” e di “mancanza di legittimazione elettorale autonoma”, arrivando a sostenere che i quattro consiglieri non sarebbero mai entrati in Consiglio senza il simbolo originario.
Toni critici arrivano anche dall’ex sindaco Orfeo Goracci, che legge la vicenda come il segnale della fine della “luna di miele” dell’amministrazione Fiorucci, parlando di dilettantismo e inesperienza.
Infine il Partito Democratico, con il segretario Michele Sarli, invita la politica a “ritrovare la bussola”, pur non rinunciando a definire la maggioranza come profondamente divisa.
Tutti interventi legittimi. Ma parziali.

In nessuno di questi documenti compare una riflessione seria su ciò che davvero mina la fiducia dei cittadini: il continuo riposizionamento dei rappresentanti eletti, spesso slegato dal mandato ricevuto dagli elettori.
A Gubbio, come nel resto d’Italia, i cambi di bandiera sono ormai all’ordine del giorno. Esistono figure che hanno attraversato più partiti nell’arco della stessa vita politica, passando da sinistra a centro, da civiche a partiti nazionali, talvolta rientrando poi dalla porta opposta.
Una dinamica che non riguarda una parte sola, ma l’intero sistema politico locale.
Ed è qui che nasce la vera domanda: quanto tutto questo è compatibile con la democrazia rappresentativa?
Quando un cittadino vota, non sceglie solo una persona. Sceglie una lista, un progetto, uno schieramento, una visione della città. Vedere il proprio rappresentante migrare verso posizioni politiche opposte può generare uno shock profondo nell’elettorato.
Non è solo una questione di opportunità politica, ma di rispetto del patto democratico.
Da qui il tema, sempre più ricorrente, del vincolo di mandato: se un consigliere viene eletto in una lista e decide di abbandonarla, dovrebbe automaticamente decadere dalla carica?
È una domanda che divide giuristi e costituzionalisti, ma che sul piano politico appare sempre più legittima.
«Non sarebbe più corretto sottoporre ogni scelta di campo al giudizio diretto degli elettori?» è l’interrogativo che molti cittadini si pongono.
Chi difende la libertà di mandato sostiene che un eletto non possa essere “prigioniero” di un partito. Argomento nobile, ma che nella pratica spesso si traduce in tutt’altro: strategie di sopravvivenza politica, calcoli elettorali, talvolta interessi economici indiretti.
Il confine tra autonomia politica e convenienza personale diventa sottile. E quando viene superato, la credibilità delle istituzioni ne esce indebolita.
È paradossale che proprio chi in passato ha beneficiato di queste dinamiche oggi si erga a giudice morale, senza mai fare i conti con la propria storia.
C’è infine un dato che non può essere ignorato e che questa vicenda contribuisce a spiegare in modo plastico: la crescente disaffezione dei cittadini verso la politica. Ogni tornata elettorale registra un calo sempre più marcato dei votanti, con percentuali che scendono anche sotto soglie un tempo impensabili.
Quando gli elettori vedono rappresentanti cambiare schieramento, simbolo e collocazione politica con estrema disinvoltura, la sensazione diffusa è che il voto perda valore, che il mandato espresso nelle urne possa essere aggirato o reinterpretato senza alcuna conseguenza.
«Perché votare, se poi chi eleggo può scegliere tutt’altro?» è la domanda che serpeggia, spesso in modo silenzioso ma profondo, tra fasce sempre più ampie della popolazione.
È anche per questo che la politica locale, prima ancora di lanciarsi in reciproci anatemi, dovrebbe interrogarsi su se stessa. Perché ogni cambio di casacca non spiegato, ogni riposizionamento opaco, ogni moralismo a senso unico allontana un altro cittadino dalle urne.
E senza partecipazione, senza fiducia e senza elettori, nessuna democrazia — né nazionale né comunale — può dirsi davvero in buona salute.

La nascita di Progetto Città non è il problema. È solo il sintomo. Il vero tema è un sistema politico che ha smarrito il senso del mandato elettorale, trasformando i Consigli comunali in luoghi di perenne movimento, più simili a mercati che a sedi di rappresentanza.
Continuare a usare questa vicenda come clava contro l’amministrazione Fiorucci rischia di essere un esercizio sterile. Il problema non è di destra o di sinistra.
È un problema di credibilità della politica.
Finché non si affronterà seriamente il tema delle transumanze, dei cambi di casacca e del rapporto tra eletto ed elettore, ogni indignazione rischierà di apparire strumentale.
E i cittadini, ancora una volta, resteranno spettatori disillusi di un gioco che sembra sempre più lontano da loro.