Il tempo, a Rigopiano, non è mai davvero passato. Scorre, sì, come fanno gli anni sui calendari, ma resta sospeso lassù, tra i pendii del Gran Sasso, dove la memoria continua a pesare quanto la neve che, il 18 gennaio 2017, cancellò un albergo e cambiò per sempre decine di vite. Nove anni dopo, quella ferita non si è rimarginata. È diventata una cicatrice collettiva, incisa nella coscienza del Paese.
Quella sera d’inverno, mentre l’Appennino centrale era stretto in una morsa di gelo, terremoti e nevicate eccezionali, una massa enorme di neve si staccò dalla montagna e piombò sull’Hotel Rigopiano - Gran Sasso Resort, nel territorio di Farindola. In pochi secondi, la struttura venne spinta via, spezzata, sepolta. Ventinue persone morirono, travolte da una delle valanghe più letali mai registrate sugli Appennini: la più grave in assoluto per numero di vittime e la seconda in Europa, dopo Galtür, nel 1999.
Sul piano giudiziario, la vicenda non ha mai trovato una conclusione definitiva. Il procedimento è passato attraverso assoluzioni, condanne, ribaltamenti. In primo grado, a Pescara, le condanne furono cinque, con 25 assoluzioni su 30 imputati. In appello, all’Aquila, le condanne salirono a otto. Poi la Cassazione annullò quelle decisioni, riaprendo le posizioni di alcuni dirigenti regionali.
Ora, a Perugia, è in corso l’appello bis. L’11 febbraio è attesa una nuova sentenza. Il procuratore generale ha chiesto la conferma delle condanne per due dirigenti della Provincia di Pescara, per l’allora sindaco di Farindola e per un tecnico comunale, sostenendo che i termini di prescrizione potrebbero essere rivisti, facendo riferimento a reati di natura dolosa. Ma anche questa potrebbe non essere la parola fine: il verdetto potrebbe tornare ancora una volta davanti alla Cassazione.
Domani, come ogni anno, Rigopiano tornerà a popolarsi. Non di turisti, ma di familiari, di silenzi, di lacrime mai asciugate. Alle 15 partirà la fiaccolata verso l’obelisco. Poi l’alzabandiera, il silenzio, i fiori. La messa, la lettura dei nomi, 29 rose bianche. Alle 16:49, l’ora esatta in cui la valanga colpì, il canto del Signore delle Cime e 29 palloncini che saliranno nel cielo.
È il modo con cui Rigopiano continua a parlare. Non per chiedere pietà, ma verità. E per ricordare che quella montagna, sotto la neve, custodisce ancora domande senza risposta.
All’interno dell’hotel c’erano 40 persone: 28 ospiti, tra cui quattro bambini, e 12 membri dello staff. Da ore erano bloccati dalla neve, isolati, in attesa che qualcuno riuscisse a raggiungerli. Quando la valanga colpì, solo due uomini si salvarono perché si trovavano all’esterno: Fabio Salzetta, manutentore, e Giampiero Parete, ospite. Furono loro a lanciare l’allarme, con telefonate concitate, disperate. Ma quelle richieste di aiuto rimasero sospese nel vuoto per ore.
La macchina dei soccorsi si mise in moto lentamente, frenata dal caos di un’emergenza diffusa su tutto l’Abruzzo orientale, dalle strade impraticabili, dal maltempo che impediva l’uso degli elicotteri. Le comunicazioni erano interrotte, i mezzi bloccati da metri di neve e detriti. Fu una scelta drammatica, ma decisiva: alcuni uomini della Guardia di Finanza e del Soccorso Alpino lasciarono i mezzi e avanzarono con gli sci, nella notte, verso ciò che restava dell’albergo.
Raggiunsero Rigopiano solo alle quattro del mattino, dopo oltre due ore di cammino estremo. Da quel momento iniziò una corsa contro il tempo che alternò speranza e disperazione. Il primo corpo venne recuperato poco dopo. Ma la montagna, per giorni, continuò a restituire anche vita.
Il 20 gennaio, oltre trenta ore dopo la valanga, furono estratte vive sei persone, protette da un solaio crollato. Altri superstiti vennero salvati nelle ore successive. In totale, nove persone furono recuperate vive dall’edificio, alcune dopo 62 ore sotto la neve. Cinque adulti e quattro bambini, sopravvissuti in sacche d’aria improvvisate, aggrappati a un’ultima possibilità.
Il bilancio finale, al termine delle operazioni il 26 gennaio, fu implacabile: 29 vittime e 11 superstiti. Un dato che, col passare del tempo, ha assunto un peso ancora più doloroso: una delle persone decedute, secondo l’analisi del cellulare, sarebbe rimasta in vita per oltre 40 ore dopo il crollo.