Un nuovo capitolo si apre nella complessa vicenda giudiziaria che vede al centro l’imprenditore Mario Burlò, accusato di presunte violazioni tributarie. L’udienza preliminare, in corso presso il tribunale di Terni, ha subito un ulteriore rinvio per ragioni di natura tecnica, portando alla ricalendarizzazione degli appuntamenti cruciali per le date del 2 e del 9 marzo.
La notizia dello slittamento coincide con il rientro in Italia del cinquantatreenne torinese, avvenuto dopo una detenzione di oltre quattordici mesi nelle carceri di Caracas, in Venezuela. Sebbene l’imprenditore sia finalmente tornato in patria, la sua presenza fisica in aula non è stata possibile: il suo arrivo in Piemonte era infatti previsto solo per la serata odierna, rendendo di fatto impraticabile la partecipazione immediata agli atti processuali in Umbria.
Il ritorno di Burlò rappresenta uno spartiacque per la difesa, che ora potrà consultarsi direttamente con l’assistito per definire la strategia legale dopo il lungo isolamento oltreoceano. Questo passaggio è considerato fondamentale, dato che la mole di documenti prodotti dalla Guardia di Finanza richiede un esame congiunto approfondito. La giustizia italiana, dunque, attende che l'imputato possa stabilizzarsi dopo l'esperienza carceraria estera per garantire il pieno diritto alla difesa in un procedimento che, per numero di coinvolti e complessità delle transazioni analizzate, si preannuncia particolarmente articolato e teso a chiarire le singole responsabilità individuali.
Questo stop non è un evento isolato; già in passato l’iter era rimasto bloccato proprio a causa dell’impossibilità di Burlò di presenziare. La vicenda coinvolge complessivamente 39 indagati e ruota attorno a una società di consulenza fiscale di Terni. Secondo la Procura, tale struttura avrebbe orchestrato un sistema di operazioni illecite basate su contratti di accollo del debito e compensazioni fiscali effettuate tramite l’utilizzo di ingenti crediti d’imposta inesistenti.
Mario Burlò è un imprenditore e commercialista torinese, salito alla ribalta delle cronache internazionali per la sua drammatica detenzione in Venezuela, durata oltre 14 mesi. Burlò era stato arrestato il 10 novembre 2024, poco dopo il suo arrivo nel Paese sudamericano, dove si era recato ufficialmente per esplorare nuove opportunità commerciali nel settore dei servizi in outsourcing. Fermato a un posto di blocco tra Caracas e Guasdualito, era stato rinchiuso nel carcere di massima sicurezza El Rodeo con generiche quanto pesanti accuse di terrorismo e spionaggio a favore del governo israeliano. Insieme a lui è stato detenuto il cooperante Alberto Trentini. Durante i 423 giorni di prigionia, Burlò ha riferito di aver subito condizioni estreme, tra cui isolamento, torture psicologiche e una significativa perdita di peso (circa 30 chili). Il suo rilascio, avvenuto il 12 gennaio 2026, è stato facilitato da un cambio di vertice nel governo venezuelano e da un'intensa attività della diplomazia italiana. È rientrato in Italia il giorno successivo, definendo l'intera esperienza come un vero e proprio "sequestro di persona".
Burlò rappresenta una figura controversa, coinvolta in numerosi procedimenti giudiziari in Italia per reati di natura fiscale e finanziaria. Una svolta significativa è avvenuta nel febbraio 2025 quando la Corte di Cassazione, ribaltando le sentenze dei primi due gradi di giudizio emesse a Torino, lo ha assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. In precedenza, per tale reato, era stato condannato a una pena di sette anni di reclusione.
Nonostante questa specifica assoluzione sia giunta mentre l'uomo si trovava ancora in stato di detenzione all'estero, la sua posizione giuridica rimane parzialmente compromessa. Il suo recente rientro in Italia segna infatti la ripresa di altri iter processuali ancora pendenti. Le autorità giudiziarie dovranno ora procedere con gli ulteriori capi d'imputazione a suo carico, che non sono stati influenzati dalla decisione della Suprema Corte. La complessità del profilo di Burlò continua dunque a essere al centro dell'attenzione nelle aule di tribunale, dove si definirà il suo destino legale complessivo.