16 Apr, 2026 - 14:15

'E se ora lontano', al Politeama di Terni il film girato in Umbria. In sala regista e sceneggiatrice incontrano il pubblico

'E se ora lontano', al Politeama di Terni il film girato in Umbria. In sala regista e sceneggiatrice incontrano il pubblico

Un casale nelle campagne umbre, nei dintorni del Trasimeno. Un gruppo di undici fra ragazzi e ragazze che per dieci giorni e dieci notti sceglie di ritirarsi qui per un'esperienza di vita comunitaria condividendo tempo e storie. Una generazione spesso vittima di luoghi comuni che, all'opposto si rivela in quest'opera - un "documentario creativo" - piena di vita, interessi, profondità e, soprattutto, bellezza. 

È questo 'E se ora lontano - un'altra voce esiste', film di Massimo Selis scritto insieme alla moglie e autrice umbra Belinda Bruni e interamente girato nel cuore verde d'Italia. Un'opera, nata da una riflessione in tempi pandemici, che indaga con delicatezza quel mondo poco esplorato delle relazioni fra giovani rivelandone ambizioni, progetti e visioni a cui, meritoriamente, dà voce.

Prodotto da Phausania Film (distribuzione Emerafilm) con il patrocinio del Comune di Perugia, 'E se ora lontano' farà tappa al Cinema Politeama di Terni per una proiezione speciale con l'organizzazione a cura di Sentieri del Cinema. Venerdì 17 aprile in sala ci saranno sia Selis che Bruni che al termine della visione dialogheranno con il pubblico. A moderare, la storica del cinema Maria Rita Fedrizzi. L'appuntamento è per le 21. Dalla redazione di Tag24 Umbria abbiamo contattato il regista e la sceneggiatrice che ai nostri microfoni ci hanno fatto dono di una generosa intervista.

Un'opera tra documentario e finzione

Nella scheda del film trovo la definizione di 'E se ora, lontano - Un’altra voce esiste' come "documentario creativo". Che cosa significa e come avete reso filmicamente questa ispirazione?

"Nel film, l’occhio della macchina da presa dovrebbe indurre lo spettatore a chiedersi: "chi sta guardando? E come? E perché?". In effetti noi abbiamo deciso di girare e di montare il film alternando, mescolando, due stili, due sguardi appunto. Uno che sembra osservare la scena da un "altrove", l’altro che invece si immerge nella scena, che vive nella scena; uno meditativo, l’altro dinamico. Potrei definire il primo come lo sguardo dell’autore, il secondo come quello dei ragazzi su loro stessi. A questo si aggiunge il fatto che alla realtà documentaristica si intrecciano delle linee narrative. Questo posiziona il film in un "luogo" limite tra il documentario e la finzione".

La dimensione del tempo sospeso: un invito a liberarsi dai condizionamenti

Il film ha per protagonista un gruppo di undici giovani che si ritrovano in un casale isolato in Umbria per dieci giorni. Una sorta di esilio volontario dove l’ispirazione al Decameron è dichiarata ma il riferimento è anche al più recente periodo del lockdown. Come è nata l’idea di questo film? E perché avete scelto di focalizzarvi su un momento di "sospensione"?

"Darsi il tempo, è un po’ come scavare e per cercare quello che c’è in profondità ci vuole tempo. Ci vuole anche la pazienza perché quando si scava non si sa esattamente quello che si trova. Noi viviamo in un momento storico in cui siamo continuamente dentro un movimento, un flusso, un transito, pieno di stimoli. Noi reagiamo agli stimoli che attivano risposte, il rischio è che siano superficiali perché non c’è il tempo di lasciarli depositare. Abbiamo invece bisogno di momenti di sospensione, di un tempo che ci renda capaci di osservare meglio. Nel film questo lo abbiamo reso anche con un’immagine "fisica", i ragazzi che si ritrovano in un luogo isolato, come un invito rivolto a ciascuno di noi a liberarsi dai condizionamenti spesso inconsapevoli che il flusso della quotidianità ci porta. Una pausa dal mondo per comprenderlo in profondità e per tornare ad esso con più lucidità e determinazione".

Un progetto che mette al centro la fiducia e che restituisce l'autenticità dei protagonisti

Come sono questi ragazzi e queste ragazze che raccontate nel film? Come li avete scelti e che rapporto si è creato con loro? Tu Massimo dicevi che sono giovani "anomali", spiegaci meglio.

"Creare fiducia è stata l’idea che doveva sorreggere l’intero progetto. Fin dalle chiacchierate durante il casting volevamo che i ragazzi sentissero che eravamo disponibili ad un vero ascolto, così da dare loro la piena libertà di esprimersi, meglio di confidarsi. Perché i loro dialoghi nel film sono come delle confessioni intime, quelle che si farebbero ad un amico. E poiché, conoscendoli, ci è stato subito chiaro che essi avevano una sensibilità, una capacità di elaborare le cose non comune, abbiamo voluto creare per loro uno spazio entro cui potessero muoversi restando autentici".

Sui giovani e sul dialogo intergenerazionale

Parlando di giovani, credete che nella nostra società loro abbiano abbastanza voce e spazi? Il dialogo intergenerazionale in quest’opera come si pone?

"Nella nostra società i giovani hanno forse degli spazi "concessi" da noi adulti, dove essi dovrebbero confermare l’immagine che noi abbiamo di loro. E così confermare anche noi adulti. Noi abbiamo voluto quasi sfidare gli adulti a restare in silenzio, a sospendere il giudizio, a prestare ascolto attento, a lasciarsi sorprendere e interrogare da alcuni giovani che noi crediamo abbiano davvero tanto da dire".

L'Umbria è dodicesimo personaggio

L’Umbria in che modo viene restituita nel lavoro e che ruolo hanno i luoghi della nostra regione nel film?

"La Pieve di San Cristoforo, ambiente principale del film, oltre a Perugia e a Passignano, è a tutti gli effetti per noi il dodicesimo personaggio che parla anche senza l’uso di parole. L’Umbria è come un centro ideale, e non solo geografico, in cui queste undici giovani anime si incontrano e fanno un’esperienza di comunità. I paesaggi, così come gli edifici, interagiscono con i ragazzi, un dialogo silenzioso fra una terra la cui storia è stratificata e questi suoi giovani ospiti in cerca di un senso e di una direzione da suggerire per il futuro".

L'incontro col pubblico, un momento essenziale

Venerdì in sala al Politeama di Terni ci sarete tu e tua moglie, che è anche sceneggiatrice del film. Insieme a Maria Rita Fedrizzi incontrerete il pubblico come avete già fatto anche in altre occasioni. Quanto è importante che i film, soprattutto quelli più squisitamente autoriali proprio come questo, vengano “accompagnati” ad incontrare gli spettatori? 

"Creare una relazione pensiamo che sia una delle sfide di questo tempo, e l’arte non può sottrarsi. Dialogare con il pubblico, e non semplicemente proporre un dibattito, significa creare uno spazio in cui conoscersi, in cui scambiarsi riflessioni sulla vita, in cui ritrovare tutta l’audacia del pensiero che viene spesso mutilato dagli scambi sui social".

Finora nei vostri incontri con il pubblico per la presentazione di questo film qual è stata la cosa (o le cose) che vi hanno colpiti di più?

"Il silenzio raccolto durante la proiezione del film. Il riconoscersi del pubblico nel ricordo o nel desiderio di poter vivere relazioni autentiche. La lentezza del film, grande sfida per l’uomo d’oggi, accolta quasi come una sosta di cui non si sapeva di avere bisogno. La bellezza del non smettere di farsi "domande alte" sulla vita come fanno i giovani del film. Diamo molte cose per scontate sull’uomo moderno, invece scopriamo che offrendo uno spazio completamente diverso, esso è in grado di sorprenderci e di sorprendersi".

Immagini dell'articolo dal set del film per cortesia di Massimo Selis.
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Sara Costanzi
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