La svolta arriva in Aula, con un voto che suona come una presa di responsabilità collettiva. Per evitare che il rinnovato Teatro Verdi rischi di rimanere un guscio vuoto e inutilizzabile, il Consiglio comunale di Terni ha approvato oggi un atto di indirizzo che impegna formalmente l’amministrazione a reperire le risorse mancanti. Quelle necessarie ad arredare, allestire e rendere finalmente vivo lo storico spazio di via Teatro. Una decisione urgente, nata dalla consapevolezza che i fondi PNRR, pur avendo permesso la ristrutturazione strutturale ed impiantistica, non coprono il “cuore” pulsante di un teatro: il palcoscenico, le poltrone, le luci, le attrezzature tecniche. Senza questi elementi, l’opera di recupero resterebbe incompiuta.
La proposta, avanzata dal gruppo Alternativa Popolare e illustrata dalla consigliera Federica Mengaroni, è passata con 18 voti favorevoli e 11 astenuti. Un segnale politico che taglia trasversalmente gli schieramenti, trasformando la riapertura del Verdi in una priorità cittadina che va oltre le appartenenze. L’atto impegna il sindaco e la giunta ad attivarsi immediatamente con i dirigenti competenti per scovare le linee di finanziamento, pubbliche o private, che possano colmare questo vuoto progettuale ed economico.

Il tono dell’intervento del sindaco Stefano Bandecchi è stato netto, senza tentativi di mediazione. Ha collocato la questione degli arredi mancanti all’interno di quella che definisce una “progettazione sbagliata” eredità della giunta precedente, di centrodestra, contro cui si era candidato.
“Per me, questo Teatro Verdi non doveva essere costruito così”, ha esordito, “Se il giorno prima di entrare mi trovo i contratti firmati per 27 milioni, non posso fare niente di differente e la giunta precedente ha firmato dei contratti. Bloccare quei contratti voleva dire far pagare alla città la penale, che era il doppio”.
Bandecchi ha legato la necessità dell’atto di indirizzo a quello che considera un errore originario, quasi una trappola politica. “Questo atto di indirizzo si rende necessario anche al fine di indicare ai cittadini che non solo è stato fatto un lavoro che per me non andava fatto… ma è un lavoro dove mancavano anche i soldi”, ha dichiarato. “Oggi siamo andati a cercare e andiamo a cercare i soldi per finire un lavoro che è nato su una progettazione sbagliata, che è stato fatto tradendo la fiducia dei cittadini che avevano votato per un'altra idea”. Per il sindaco, l’amministrazione attuale è costretta a “rimediare” a scelte passate, pur avendo denunciato fin dall’inizio le criticità. Una posizione che scarica ogni responsabilità politica e progettuale sulla precedente maggioranza.

A raccogliere il testimone della difesa dell’operato amministrativo, in risposta alle critiche che definisce “astratte”, è stato l’assessore ai Lavori Pubblici Giovanni Maggi. “Francamente, rimango basito quando qualcuno ci accusa di insensibilità verso il Teatro Verdi. È stato uno dei primi problemi che abbiamo affrontato”, ha esordito, sottolineando l’ascolto dei cittadini.
“C'è una differenza sostanziale tra chi fa politica astratta e chi amministra, che - al di là delle proprie convinzioni - cerca nell'ambito di quello che consente la legge di raggiungere gli obiettivi migliori possibili per la cittadinanza. E questo è quello che abbiamo fatto”.
Come esempio concreto ha citato la rimozione del ridotto, un intervento sostanziale nato dall’ascolto e dalla valutazione tecnica. L’assessore ha poi svelato alcuni fronti di lavoro avanzati, andando oltre la mera ricerca di fondi. “Stiamo lavorando sull'acustica. L'amministrazione ha già nominato un esperto a livello nazionale e sta lavorando con l'Università di Polonia per raggiungere la migliore acustica possibile”.
Ha anche accennato, su anticipazioni della consigliera Proietti Trotti, a trattative per ottenere attrezzature sceniche di qualità superiore a quelle previste dal progetto originario nell'ambito di una dialogo con il Ministero della Cultura, pur senza voler “vendere fumo” con anticipazioni premature.
La chiusura di Maggi è stato un invito al consiglio a "non lasciare un'incompiuta. Credo che questa città ha il dovere di avere il privilegio di avere un teatro all'altezza”.

Al di là del fuoco incrociato delle dichiarazioni, l’approvazione dell’atto di indirizzo non risolve magicamente il problema, ma lo iscrive nero su bianco come un imperativo operativo. Il tempo stringe: i lavori strutturali, come confermato dai RUP, dovrebbero concludersi entro fine 2026. Da quel momento, servirebbero risorse pronte per non far perdere slancio e per consentire l’allestimento tecnico-finale in continuità.
La consigliera Federica Mengaroni, nel presentare la mozione, ha di fatto lanciato un appello all’unità d’intenti. La posta in gioco è alta: restituire a Terni un simbolo della sua vita culturale dopo anni di chiusura. Non si tratta solo di acquistare sedie e lampade, ma di dotare la città di uno strumento vitale per la comunità.
Ora la palla passa al Palazzo comunale, ai suoi uffici, alla sua capacità di networking istituzionale. La partita per il completo risveglio del Verdi entra nella sua fase più delicata e concreta: quella dei conti, della ricerca di sponsorizzazioni, di bandi dedicati. Mentre in Aula riecheggiano le accuse sul passato, la sfida vera è fare in modo che, spenti i rumori dei cantieri e delle polemiche, nel teatro tornino ad alzarsi non il silenzio, ma il sipario.