Trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, il nome di Giovanni Falcone continua a rappresentare molto più di una pagina della storia italiana. È un simbolo civile, una ferita ancora aperta nella memoria collettiva del Paese e, al tempo stesso, un richiamo costante alla responsabilità delle istituzioni e della società. Il 23 maggio 1992 la mafia colpì il cuore dello Stato facendo esplodere sull’autostrada A29, nei pressi di Capaci, l’ordigno che uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
A Perugia, nel corso della cerimonia commemorativa promossa dall’Università degli Studi di Perugia insieme a Rai Umbria e alla Fondazione Falcone, il ricordo di quella giornata si è trasformato in un momento di riflessione sul presente. Al centro dell’iniziativa, ospitata nel capoluogo umbro e sostenuta da Regione, Comune e Provincia, il tema della memoria come strumento di consapevolezza civile, soprattutto per le nuove generazioni.
Davanti a una platea composta da numerosi studenti universitari e delle scuole, la presidente della Regione Umbria Stefania Proietti ha scelto parole nette per richiamare l’attenzione sul fenomeno mafioso e sulla necessità di non considerarlo distante dalla realtà quotidiana.
“Dobbiamo ricordare ogni giorno - ha detto - e mettere anche in evidenza il ruolo delle istituzioni. Dobbiamo avere il coraggio di parlarne e dire che anche qui intorno a noi c'è la mafia. Oggi è sempre più difficile riconoscerla ma dobbiamo sforzarci di farlo e stare accanto a chi con divisa o con un ruolo pubblico difende lo Stato”.
L’intervento della governatrice umbra ha toccato uno dei nodi più delicati del rapporto tra memoria e attualità: il rischio che il ricordo delle stragi mafiose venga confinato alla celebrazione rituale, perdendo la capacità di interrogare il presente. Proietti, invece, ha insistito sulla necessità di trasformare quella memoria in coscienza civile attiva.
Parlando con l’ANSA, la presidente della Regione ha sottolineato “l'importanza della memoria che resiste e cresce”, spiegando come il compito delle istituzioni sia soprattutto quello di trasferire alle nuove generazioni il peso storico e umano di quei giorni.
“Cresce perché ogni anno dobbiamo trasmettere ai più giovani la coscienza di quello vivemmo come cittadini allora”, ha dichiarato.
Un riferimento diretto non soltanto alla figura di Giovanni Falcone, ma anche a quella di Paolo Borsellino e degli uomini delle scorte, spesso ricordati come eroi silenziosi di una stagione drammatica della Repubblica italiana.
“Sentimenti che hanno fatto parte - ha aggiunto - delle scelte di vita di molti di noi, oggi parte delle Istituzioni. Ricordiamo Giovanni Falcone e il suo sacrificio, tutte le donne e gli uomini delle scorte, gli eroi e servitori dello Stato che non hanno avuto paura di offrire la loro vita. Ricordiamo anche la loro storia, con sincerità, di quando le Istituzioni lasciarono soli questi eroi. Ricordiamo però anche che da quel sacrificio di vita molto è cambiato e il loro sacrificio non è stato vano”.
Proietti ha poi ricordato di conservare ancora una memoria nitida di quei giorni. “Ricordo benissimo” le stragi, ha detto, e “la tragedia e la sofferenza che tutti noi ragazze e ragazzi allora provammo”.
Nel corso della commemorazione è intervenuto, attraverso un videomessaggio, anche il sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco, che ha voluto sottolineare il valore storico e culturale dell’eredità lasciata dai magistrati uccisi dalla mafia.
“Un anniversario - ha dichiarato - che è memoria di un momento drammatico della storia italiana, ma le cose non sono state più come prima se pensiamo all'impegno nella lotta contro la mafia e pure alla coscienza collettiva”.
Secondo Prisco, la stagione delle stragi rappresentò uno spartiacque non soltanto sul piano giudiziario e investigativo, ma anche nella percezione pubblica del fenomeno mafioso. Dopo il 1992, infatti, la lotta alla criminalità organizzata smise di essere considerata un affare riservato esclusivamente a magistrati e forze dell’ordine, trasformandosi in una questione nazionale e culturale.
“Falcone, Borsellino e altri non sono stati solo eroi e servitori dello Stato ma hanno fatto della cultura della legalità la cosa centrale per affrontare questa battaglia”, ha spiegato il sottosegretario.
Da qui il richiamo alla necessità di mantenere alta l’attenzione anche rispetto alle trasformazioni contemporanee delle organizzazioni criminali, sempre meno riconoscibili rispetto al passato e capaci di infiltrarsi nell’economia legale e nei territori in maniera silenziosa.
“Una lotta che non è stata più solo fatta da polizia e magistratura ma da un intero popolo. L'Italia da quel momento non ha più abbassato la guardia e ha rafforzato strategie per aggredire anche le nuove mafie che si manifestano oggi in diversi modi. Serve ancora un investimento culturale a cominciare dai giovani come si sta facendo anche con questa iniziativa”.