“Il calcio signori attira criminali, falliti e persone che vorrebbero farsi vedere perché pensano di essere così più importanti”. Parola di Stefano Bandecchi. Non una mezza verità, non un soft opening. È con questa diagnosi spietata che il sindaco di Terni, presidente della Provincia e patron della Ternana Women ha aperto le danze nella lunga intervista pubblicata oggi dal podcast DoppioPasso.
Un’ora e passa di registrazione in cui l’imprenditore della Unicusano ha riavvolto il nastro della sua vita: dalle umili origini familiari al trono del business, passando per il campo di calcio inteso come la più cinica delle palestre di management. Ma il cuore della conversazione è un altro, ed è una lama affilata contro i veleni del pallone italiano. Bandecchi non risparmia nessuno, nemmeno se stesso, e tratteggia un sistema in cui le serie minori sono un cimitero di elefanti per imprenditori sprovveduti, mentre la politica dello sport continua a guardare altrove.
“Ho visto fallire una marea di presidenti – ha scandito nell’intervista – ho visto della gente allucinante, ho visto delle cose che sono incredibili”. L’occasione è il racconto della sua avventura alla Ternana, iniziata nel febbraio del 2019 quasi per disperazione: la squadra era retrocessa dalla Serie B alla Serie C e rischiava il baratro in Serie D. “Bah tutti a casa faccio io”, racconta Bandecchi. Una scelta che ha segnato la sua storia imprenditoriale, calcistica e politica recente. Portata avanti - sostiene nell'intervista - senza mai indossare la maglia del tifoso ingenuo. “Io tifo solo Ternana, così chiariamo questa cosa. Sono affezionatissimo a quella maglia che è rossa e verde. Pensate, la Ternana è l’unica squadra nei campionati professionisti che è rossoverde. E oggi porto avanti questa avventura con la Ternana Women dopo aver guidato la squadra maschile”.
Bandecchi non ha mai avuto la vocazione del mecenate. Nel racconto a DoppioPasso emerge un uomo che ammette di aver usato il calcio come leva di marketing: “io in realtà non ero interessato particolarmente al calcio, ero interessato a reclamizzare le mie aziende”.
Ma che poi un po' si è innamorato fino a scontrarsi con la fisica elementare del pallone: i conti non tornano mai, soprattutto nelle piazze piccole. E Terni, con i suoi 240mila abitanti di provincia, è una piazza non particolarmente popolosa come bacino di utenza, anche se calda ed esigente. “Se sei a Terni, se non ne spendi 10 milioni non fai un campionato di Serie C”, ha dichiarato senza giri di parole. Il paragone con i club di città più grandi e con bacini di utenza più rilevanti è impietoso dal punto di vista economico non dei sentimenti: “Il Bari varrà sempre più della Ternana perché Bari può mettere anche 60.000 persone dentro allo stadio. Terni non le può mettere”.
Ecco il paradosso che l’imprenditore individua: anche in caso di promozione in Serie A, lo stadio Liberati di Terni al giorno d'oggi attrarrebbe qualche decina di migliaia di persone. “Incasserai alla fine 3 milioni all’anno di biglietteria – calcola Bandecchi – e che cosa ci fai con 3 milioni? Ci paghi un calciatore buono”. Per questo, secondo lui, tanti presidenti falliscono: comprano una società senza avere le spalle coperte: "non pagano gli stipendi per sette-otto mesi, fanno debiti allucinanti e poi spariscono". Parole che nella fase attuale della storia rossoverde possono anche far fischiare le orecchie a qualcuno, ma che nel racconto del sindaco-imprenditore sembrano riferite piuttosto alle esperienze recenti di grandi piazze del sud. Reggina, Catania, Bari: nomi di grandi delusioni che cita come pietre miliari di un naufragio annunciato. “Il Bari era fallito, era distrutto”, ricorda, prima dell’arrivo dell’attuale proprietà di De Laurentiis.
L’aneddoto più gustoso, però, è un altro ed è tutto giocato sul filo della scaramanzia. Bandecchi racconta la stagione dei record in Serie C, quando la Ternana volò con 18 primati. Lui, in panchina, indossava sempre lo stesso paio di scarpe. “Erano anche bucate e ci entrava l’acqua”. Ma non le ha mai cambiate. Nemmeno quando ha dovuto vedersela con Silvio Berlusconi. Il faccia a faccia con l’ex patron del Monza, scomparso nel 2023, diventa un siparietto da film. “Lui aveva capito che quando mi chiamava durante la partita, se io rispondevo, il Monza faceva gol. E succedeva veramente: una, due volte. Poi ho smesso di rispondere al presidente Berlusconi che però metto al vetice della piramide del calcio italiano per quello che ha fatto. Per me è ancora imbattuto”.
Delle scarpe racconta che ancora le conserva. In una teca in un piccolo museo dei cimili della sua storia di imprenditore.

Bandecchi non è uomo da mezze misure. E lo conferma quando rievoca e racconta l’episodio degli sputi con un gruppo di tifosi al Liberati: “Se ti sputano una volta tu prendi gli sputi e dici ‘Va bene’, se ti sputano la seconda volta tu gli risputi, è il minimo”. Racconta di essere stato preso di mira solo da un gruppetto di tifosi, ai quali si era avvicinato per giustificare una sconfitta. “Mi sono presentato a testa bassa, ma se poi pensi anche di potermi sputare hai sbagliato testa”.
E poi ci sono le scelte tecniche. Bandecchi snocciola i nomi degli allenatori: Lucarelli scelta sua, Gallo portato da lui e poi da lui stesso mandato via, nonostante oggi lo consideri il numero uno in serie C. E ancora, Pochesci liquidato con una battuta al vetriolo sul cognome (“Poch… esci, alzo le mani”). Mentre per Andreazzoli spende parole di grande stima: “Un allenatore bravo, una scuola importante, un gentiluomo, una bella persona. L’ho scelto io personalmente”. Non c’è spazio per il caso, solo per la responsabilità. Anche quando ammette l’errore del cambio di nome in “Ternana Unicusano”. “I tifosi ternani ci hanno odiato per questo, in più quell’anno siamo retrocessi”. Una débâcle che ha cancellato in fretta: l’anno dopo, in Serie C, si è tornati alla vecchia denominazione. E quando la squadra è risalita in B, Bandecchi giura: “Non ho mai più cambiato nome”.
Ma c’è anche un capitolo femminile, spesso dimenticato. La Ternana Women oggi lotta in Serie A, terzultima in classifica, con un costo di 4 milioni di euro l’anno. “Sono orgoglioso – dice – di averla rifondata a Terni dai dilettanti, poi Serie C, poi B e ora A. Sperando di salvarci quest’anno”. Un investimento che lui giustifica con la passione e con la costruzione di un vivaio di ragazzine “che giocano bellissimo”. Ma senza nascondere il conto: il calcio, anche quello delle donne, costa. E costa tanto.
"Facciamo tutto io e Tagliavento, come nella Ternana dei record. Non c'è bisogno di tante persone, bastano quelle giuste. Contattati l'ex arbitro quando era uscito dai ranghi arbitrali, decise di impegnarsi per la squadra della sua città".

Per lui, il problema di fondo è che tante società finiscono “in mano delle persone che non dovrebbero occuparsi nemmeno di bagni pubblici”. Persone che si avventurano nel pallone senza fare i conti con la propria tasca, e che ogni anno condannano al fallimento sei o sette squadre di Serie C. “Dovrebbero fare i conti con la propria tasca – ripete – anziché avventurarsi all’interno di un mondo che richiede soldi e i loro soldi non ce l’hanno”.
E sullo sfondo, tra le righe dell’intervista a DoppioPasso, affiora anche l’attualità più rovente. Le difficoltà della politica, i nodi irrisolti della gestione pubblica, il peso di un calcio di provincia che non cresce. Ma Bandecchi non si scompone. Da imprenditore prima che da sindaco, sa che il futuro del movimento calcistico passa per riforme drastiche: più trasparenza nei bilanci, tetti ai costi, meccanismi virtuosi per evitare che i sogni di gloria si trasformino in macerie finanziarie. La sua ricetta è secca, quasi cinica. "Ma almeno - dice lui - è vera". Scarpe bucate comprese.