Nemmeno il tempo di accompagnare Cristian Cappannelli nel suo ultimo viaggio che il dibattito politico sulla SS 219 Pian d’Assino è tornato ad occupare il centro della scena pubblica.
Da una parte la lettera della presidente della Regione Umbria Stefania Proietti al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini e ai vertici di Anas. Dall'altra la replica del consigliere regionale Enrico Melasecche, che rivendica il lavoro svolto negli anni precedenti per l'avvio del lotto Mocaiana-Pietralunga e accusa l'attuale amministrazione regionale di limitarsi agli annunci.
È un confronto che, almeno nelle intenzioni, nasce dalla volontà di affrontare una questione drammatica. Tuttavia, agli occhi di molti cittadini, rischia di apparire come l'ennesimo capitolo di una lunga storia fatta di dichiarazioni, lettere, rivendicazioni e recriminazioni.
Nel frattempo una famiglia piange un ragazzo di ventidue anni.

I numeri parlano da soli. La Pian d'Assino continua a rappresentare una delle infrastrutture più problematiche dell'Umbria.
Negli anni si sono susseguiti incidenti, feriti, tragedie e richieste di intervento. Ogni volta la politica promette attenzione, ogni volta si annunciano studi, progetti, tavoli tecnici e programmi futuri.
Eppure la sensazione diffusa è che il territorio eugubino continui a vivere una condizione di marginalità dalla quale non riesce ad uscire.
Non si tratta di attribuire responsabilità ad una singola amministrazione o ad una specifica stagione politica. Sarebbe troppo semplice e probabilmente ingiusto.
La situazione attuale è il risultato di decenni di ritardi, occasioni perdute e insufficiente peso politico esercitato da un territorio che pure rappresenta una parte importante dell'Umbria.
Gubbio è il Comune territorialmente più esteso della regione. È una città con una forte identità storica, culturale e turistica. Eppure continua a scontare una posizione periferica nei grandi equilibri regionali.
Non dispone di una linea ferroviaria. Non è attraversata da una moderna arteria a quattro corsie. Soffre problemi infrastrutturali che altre realtà hanno affrontato e superato da tempo.
Molti eugubini hanno la sensazione che la città venga ricordata soprattutto in occasione delle campagne elettorali o quando occorre celebrare le sue eccellenze culturali e tradizionali.
Poi, terminata la stagione delle promesse, tutto torna come prima.
È una percezione che merita attenzione perché alimenta sfiducia, disillusione e distanza dalle istituzioni.
La morte di Cristian Cappannelli ha riportato con forza una questione che non dovrebbe essere oggetto di contrapposizioni politiche.
La sicurezza stradale non appartiene né alla maggioranza né all'opposizione.
È un diritto dei cittadini.
Chi percorre la Pian d'Assino per lavoro, per studio, per motivi familiari o turistici ha il diritto di poter viaggiare in condizioni adeguate.
Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire ogni incidente esclusivamente alle caratteristiche della strada.
Esiste anche una responsabilità individuale che non può essere ignorata.
I limiti di velocità esistono per essere rispettati. I sorpassi azzardati continuano a rappresentare una delle principali cause di incidenti gravi. La prudenza deve accompagnare ogni spostamento, soprattutto lungo un'arteria che presenta criticità note da anni.
Dire che una strada è pericolosa non significa autorizzare comportamenti imprudenti.
Al contrario, significa riconoscere la necessità di una guida ancora più attenta e responsabile.

Forse l'aspetto più sorprendente di questa vicenda è un altro.
A Gubbio si discute molto. Si commenta molto. Ci si indigna molto. Ma raramente si vedono forme di mobilitazione collettiva capaci di richiamare l'attenzione delle istituzioni superiori.
In altre parti d'Italia, di fronte ad una lunga sequenza di incidenti mortali, probabilmente si sarebbero già organizzati sit-in, manifestazioni spontanee, raccolte di firme e mobilitazioni civiche permanenti.
A Gubbio, invece, prevale spesso una forma di rassegnazione che rischia di diventare pericolosa.
Come se certe situazioni fossero inevitabili e nulla potesse realmente cambiare.
Eppure la storia dimostra il contrario. Le grandi trasformazioni nascono quasi sempre dalla pressione costante delle comunità locali.
Le lettere istituzionali sono legittime. Le rivendicazioni politiche pure.
Ma oggi il territorio chiede qualcosa di più.
Chiede tempi certi, interventi concreti, programmi verificabili e una strategia condivisa che superi le appartenenze politiche.
La morte di un ragazzo di ventidue anni dovrebbe rappresentare un punto di svolta e non l'ennesima occasione per misurare i meriti delle amministrazioni passate o presenti.
La vera sfida consiste nel trasformare il dolore collettivo in una volontà comune di cambiamento.
Perché dietro ogni statistica c'è una persona. Dietro ogni incidente c'è una famiglia. Dietro ogni croce lungo la strada c'è una storia interrotta.
E perché nessuna comunità dovrebbe mai abituarsi a considerare normale ciò che normale non è.
La Pian d'Assino non deve diventare il simbolo della rassegnazione di un territorio. Deve diventare la ragione per cui istituzioni e cittadini decidono finalmente di pretendere, insieme, il diritto alla sicurezza e al futuro.