L’indagine è partita quasi in silenzio, come spesso accade nei casi di truffe consumate online, dove la vergogna e la delusione rischiano di frenare le denunce. A rompere questo schema è stata una donna residente a Sigillo che, dopo aver compreso di essere stata raggirata, ha deciso di rivolgersi ai Carabinieri. Da quel gesto è nato un filone investigativo che ha permesso di ricostruire un episodio di truffa digitale ben strutturato, culminato nella denuncia di tre persone ritenute coinvolte a vario titolo nel raggiro.
La vicenda prende forma attorno a un annuncio pubblicato su un noto sito di compravendita online. Un’offerta apparentemente allettante, capace di attirare l’attenzione di chi è alla ricerca di un affare conveniente. Nel caso specifico, l’oggetto dell’inserzione era un motore per veicoli proposto a un prezzo decisamente inferiore a quello di mercato, elemento che ha convinto la vittima a prendere contatti con i presunti venditori. Le comunicazioni iniziali, avvenute attraverso i canali previsti dalla piattaforma e successivamente in forma privata, non lasciavano trasparire segnali evidenti di irregolarità.
Convinta della bontà dell’accordo, la donna ha disposto un bonifico bancario di circa 900 euro, certa che di lì a poco avrebbe ricevuto il bene acquistato. Da quel momento, però, la situazione è cambiata radicalmente. I contatti si sono interrotti, le risposte sono diventate evasive fino a scomparire del tutto e del motore promesso non è mai arrivata traccia. Solo allora la consapevolezza di essere caduta in una trappola ha lasciato spazio alla decisione di denunciare l’accaduto.
L’attività dei Carabinieri si è concentrata fin da subito sull’analisi dei movimenti finanziari legati al bonifico effettuato. È attraverso il tracciamento del denaro che gli investigatori sono riusciti a ricostruire il percorso della somma sottratta e a risalire ai soggetti che ne avrebbero beneficiato. Un lavoro meticoloso, fatto di riscontri bancari, incroci di dati e verifiche incrociate, che ha portato all’identificazione di tre persone: due donne e un uomo, di età compresa tra i 36 e i 44 anni, provenienti da diverse aree del Centro-Sud Italia.
Secondo quanto emerso dalle indagini, i tre avrebbero agito in concorso, ciascuno con un ruolo funzionale alla riuscita della truffa. Un meccanismo ormai ricorrente nelle frodi online, dove la frammentazione delle responsabilità serve spesso a rendere più complessa l’individuazione degli autori. Gli elementi raccolti dagli investigatori sono stati ritenuti sufficienti per procedere al deferimento in stato di libertà alla Procura della Repubblica di Perugia, che ha coordinato l’intera attività investigativa.
Dal punto di vista giuridico, la condotta contestata rientra nel reato di truffa, disciplinato dall’articolo 640 del Codice penale. La norma punisce chi, attraverso artifici o raggiri, induce una persona in errore procurandosi un ingiusto profitto con altrui danno. Nel caso delle truffe online, l’inganno si realizza spesso mediante annunci falsi, identità fittizie o comunicazioni studiate per apparire credibili e rassicuranti.
Quando il reato viene commesso da più persone che agiscono con un accordo, anche tacito, o con una collaborazione consapevole, entra in gioco l’istituto del concorso di persone nel reato, regolato dall’articolo 110 del Codice penale. In questi casi, ciascun soggetto risponde penalmente dell’intera condotta criminosa, indipendentemente dall’entità del contributo fornito, purché sia dimostrata la consapevolezza e la volontà di partecipare al disegno illecito.
La pena prevista per la truffa semplice consiste nella reclusione da sei mesi a tre anni e in una multa che può arrivare fino a 1.032 euro. La legge contempla diverse circostanze aggravanti che possono comportare un aumento significativo della sanzione. Tra queste rientrano l’aver arrecato un danno patrimoniale di rilevante entità o l’aver approfittato di circostanze tali da ostacolare la difesa della vittima. Nelle truffe commesse attraverso strumenti informatici o telematici, la giurisprudenza tende a riconoscere una maggiore gravità della condotta, proprio per la capacità di colpire un numero elevato di persone in tempi rapidi.
In presenza di aggravanti, la pena può arrivare fino a cinque anni di reclusione, oltre a una multa più elevata. Il giudice può inoltre disporre misure accessorie come la confisca delle somme indebitamente percepite, il risarcimento del danno in favore della persona offesa e, nei casi più gravi, l’interdizione da determinate attività. Resta fermo il principio costituzionale della presunzione di innocenza: fino a una sentenza definitiva, gli indagati sono da considerarsi non colpevoli. Sarà ora il percorso giudiziario a stabilire eventuali responsabilità e conseguenze penali.