Non era un semplice corso di alchimia, ma una gabbia psicologica ed economica costruita con l’inganno, la paura e l’abuso di potere. È questa l’ipotesi accusatoria che ha portato la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia a disporre il fermo di quattro persone - tre uomini e una donna - gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata a truffe, estorsioni e violenza sessuale ai danni degli aderenti a un gruppo costituito come una vera e propria setta. I ruoli erano precisi e inamovibili: “Maestro”, “Maestra”, “Sciamano”, “Guaritore”. Sotto quella patina di spiritualità, secondo gli inquirenti, si nascondeva un meccanismo di spoliazione sistematica, che avrebbe prosciugato i risparmi degli adepti per oltre 500.000 euro, trasformati in auto di lusso, gioielli e cene in ristoranti di lusso.

L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Andrea Claudiani e condotta dalla Squadra Mobile di Perugia insieme al Servizio Centrale Operativo del Dipartimento della P.S., è scattata da una telefonata che non lasciava spazio a dubbi: quella di un padre disperato. L’uomo aveva raccontato agli investigatori che suo figlio, a metà del 2023, aveva iniziato a frequentare alcuni corsi di alchimia tenuti da un fantomatico “maestro”. Poco dopo, il ragazzo aveva lasciato il lavoro, si era trasferito in una struttura del gruppo - prima in provincia di Pesaro Urbino, poi in Umbria - e aveva cominciato a versare somme mensili. Il contatto con amici e familiari? Interrotto. Totalmente.
Non è stato un caso isolato. Gli inquirenti, attraverso pedinamenti, intercettazioni telefoniche e una lunga serie di audizioni di testimoni, hanno ricostruito il funzionamento di un’organizzazione che si muoveva con una gerarchia rigidissima. A capo c’era il “Maestro”, figura carismatica attorno alla quale ruotava l’intero sistema di reclutamento e controllo. A lui si affiancavano la “Maestra”, lo “Sciamano” e il “Guaritore”, ognuno con un compito preciso: attrarre nuovi adepti, sfruttando tecniche di adescamento studiate per carpire la fiducia; condurre riti; gestire le presunte pratiche curative; e, non meno importante, impedire a chiunque di uscire dal gruppo.

Chi provava a staccarsi, secondo il racconto degli investigatori, veniva raggiunto da un messaggio preciso: se ne sarebbero viste le conseguenze. Non conseguenze qualunque, ma “ripercussioni spirituali”, malattie improvvise, “malasorte”. La leva psicologica era quella della paura più ancestrale, mescolata alla promessa di salvezza. In questo schema, i pagamenti non erano semplici donazioni, ma una sorta di pedaggio obbligatorio verso la protezione promessa dai vertici della setta.
Gli accertamenti bancari hanno dato sostanza numerica all’accusa: decine di versamenti mensili, bonifici e donazioni confluivano nelle casse dell’associazione. Il totale supera abbondantemente la soglia del mezzo milione di euro. Un flusso di denaro che non veniva reinvestito in attività spirituali o benefiche, ma che serviva a finanziare lo stile di vita degli indagati. Tra le spese ricostruite dagli investigatori ci sono autovetture di lusso, l’acquisto di gioielli e pranzi in ristoranti costosi. Soldi sottratti a persone che, secondo l’accusa, venivano sistematicamente spoliate.
Il quadro investigativo si è fatto ancora più pesante con il capitolo relativo alla violenza sessuale. Un uomo di 56 anni, che all’interno della setta ricopriva il ruolo di “maestro”, avrebbe approfittato della propria posizione di autorità per abusare di un’associata. L’accusa è quella di aver sfruttato la situazione emotiva di particolare vulnerabilità della vittima, convincendola che i rapporti sessuali fossero una pratica necessaria per la sua “purificazione dell’anima”. Un meccanismo di coercizione psicologica che, secondo la ricostruzione della Procura di Perugia, lasciava alla donna nessuna possibilità di sottrarsi.
Gli elementi raccolti - definiti dalla Procura come “gravi indizi di colpevolezza” - hanno portato il pubblico ministero a disporre la misura precautelare del fermo di indiziato di delitto, ritenendo sussistente anche un concreto e attuale pericolo di fuga, emerso nel corso delle indagini. I poliziotti della Squadra Mobile e del Servizio Centrale Operativo hanno rintracciato tre degli indagati, notificando loro il provvedimento. Sono stati accompagnati nelle case circondariali di Perugia - Capanne e di Poggioreale. Per un quarto indagato, la misura è stata eseguita separatamente.
Per altre due persone, ritenute avere un ruolo marginale all’interno dell’associazione, si procede invece in stato di libertà, seppure indagate per gli stessi reati di associazione a delinquere, truffa ed estorsione.
Ora l’inchiesta passa al vaglio del giudice per le indagini preliminari, al quale è stata chiesta la convalida dei fermi e l’applicazione di misure cautelari più stabili. Resta da capire se l’intera struttura della setta fosse più ramificata di quanto emerso finora e se ci siano altre vittime pronte a rompere il silenzio. Quel che è certo è che l’ombra del “Maestro” e dei suoi accoliti, per mesi, ha ricoperto le vite di chi, cercando forse risposte o un senso di appartenenza, si è ritrovato intrappolato in una ragnatela di manipolazione e paura, pagata a caro prezzo.