Il ritrovamento dei corpi di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone all'interno di un edificio diroccato nel Parco degli Acquedotti a Roma segna un punto di rottura nelle indagini sul radicalismo anarco-insurrezionalista in Italia. I due, secondo le prime risultanze investigative della Polizia, hanno perso la vita mentre erano intenti a fabbricare un ordigno artigianale. L'ipotesi degli inquirenti è che la bomba dovesse servire a rilanciare la campagna di mobilitazione a favore di Alfredo Cospito, il detenuto al 41bis la cui misura restrittiva è in scadenza a maggio.
Mentre la Capitale analizza i rilievi scientifici, l'attenzione degli investigatori si sposta sui contatti e sugli spostamenti recenti delle vittime. In questo contesto, emerge con forza la figura di Sara Ardizzone e il suo profondo, seppur riservato, legame con il territorio dell'Umbria, dove la donna ha vissuto per anni partecipando attivamente alle dinamiche del movimento anarchico locale.
Sara Ardizzone non era una figura di passaggio per la provincia di Perugia. Nel 2013 la donna aveva scelto Spoleto come base per la propria vita privata, sposando Michele Fabiani, uomo storicamente inserito nei circuiti dell'anarchismo umbro. Successivamente, la Ardizzone si era stabilita a Sant’Anatolia di Narco, piccolo comune della Valnerina.
Nonostante la lunga permanenza in zona, la sua è stata un'esistenza condotta ai margini della socialità comune. A confermare questo profilo è il sindaco di Sant’Anatolia, Tullio Fibraroli, che ha dichiarato all'Ansa: "Era solitaria e in paese praticamente nessuno la conosceva, nemmeno i vicini". Questa discrezione non coincideva però con un disimpegno politico, dato che la donna è tornata ripetutamente in Umbria per rispondere di accuse pesanti davanti alla magistratura perugina.
La sua attività politica si era infatti intrecciata con la pubblicazione della rivista «Vetriolo», organo di stampa dell'area anarchica che aveva portato la Procura di Perugia ad avviare, nel 2021, il procedimento "Sibilla". L'inchiesta mirava a colpire i movimenti vicini ad Alfredo Cospito, ma per la Ardizzone si era conclusa con un nulla di fatto: poco più di un anno fa, la donna era stata prosciolta insieme agli altri indagati.
Oltre all'inchiesta ideologica, la Ardizzone era finita sotto la lente d'ingrandimento per atti diretti sul territorio umbro. Le veniva contestato il danneggiamento di alcuni veicoli di Poste Italiane a Foligno, avvenuto a giugno 2019 e rivendicato sui portali d'area come atto di sabotaggio. Proprio durante l'udienza preliminare a Perugia, la donna scelse di non difendersi in modo convenzionale, ma di rivendicare la propria visione del mondo leggendo un testo che oggi appare come una sintesi estrema della sua militanza.
In quell'occasione, Ardizzone dichiarò con fermezza: "Sono anarchica. Come anarchica sono nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato, dal momento in cui questo nella sua essenza presuppone l’esercizio del potere militare ed economico di alcuni uomini e donne su altre persone e sul pianeta in generale». Le sue parole furono un attacco frontale alle istituzioni democratiche, da lei considerate «solo quella scelta più funzionale a mantenere il controllo sulla popolazione o per essere più precisi: sulla classe oppressa".
Il passaggio più critico del suo intervento riguardava la legittimazione dell'azione diretta: "Odio l’attuale ordine esistente e chi lo detiene pertanto credo nella giustezza della violenza degli oppressi avverso le proprie catene ed avverso chi le stringe". Riferendosi ai fatti di Foligno, aggiunse che sedere sul banco degli imputati per il danneggiamento alle Poste, azienda da lei ritenuta responsabile dei rimpatri dei migranti, non le provocava "né turbamento né vergogna".
Al contrario, la Ardizzone accusò il sistema giudiziario umbro di aver costruito un "castello di bugie volto solamente ad aumentare anni di galera per compagni e compagne, volto solo a giustificare l’attuazione di regimi speciali in cui altrimenti non potrebbero andare". Un'opposizione radicale al carcere duro che, secondo le prime ipotesi, l'avrebbe condotta fino a quel casolare romano nel tentativo di produrre l'ordigno che le è stato fatale.