La Cgil Umbria rompe gli indugi e mette nero su bianco le sue condizioni. Al nuovo Piano socio sanitario regionale il sindacato dice sì, ma a patto che la Regione accetti un metodo nuovo di confronto e, soprattutto, abbandoni qualsiasi tentazione di ridisegnare la geografia delle aziende sanitarie. Nessun accorpamento, nessuna Asl unica: l’assetto deve restare quello attuale, con due Usl e due aziende ospedaliere. È questo il cuore politico della posizione uscita ieri dal Dipartimento socio sanitario del sindacato, riunito a Perugia, che ha acceso un faro sulle prossime mosse della Giunta e si è intrecciato, a poche ore di distanza, con il dibattito televisivo andato in onda su Umbria+ nella seconda puntata di Politica Oggi, interamente dedicata al futuro della sanità umbra e all’ipotesi - mai ufficializzata ma circolata nei giorni scorsi - di un accorpamento delle attuali aziende territoriali.
La richiesta che arriva dal dipartimento guidato dalla segretaria regionale è tanto chiara nella forma quanto stringente nella sostanza: prima ancora di entrare nel merito dei contenuti, la Regione deve sottoscrivere un protocollo d’intesa che fissi un percorso di concertazione strutturato. “Abbiamo chiesto, insieme a Cisl e Uil, di condividere un metodo per garantire una efficace concertazione, sia in fase di condivisione dei contenuti, che nella successiva fase di applicazione delle scelte”, spiegano dal sindacato. Un passaggio che suona come un avvertimento implicito: nessuna decisione calata dall’alto, nessun atto unilaterale. La partita è troppo delicata per essere giocata fuori dalle regole della Legge 11 del 2015, il Testo Unico regionale su sanità e servizi sociali, che prevede appunto il coinvolgimento delle parti sociali.
Il metodo immaginato dalla Cgil si articola su tre livelli, che disegnano un’architettura di partecipazione pensata per coinvolgere tutti gli attori del sistema. Un livello regionale, dove tenere la regia della programmazione generale; un livello territoriale, che chiama in causa direttamente i sindaci e le articolazioni periferiche della rappresentanza; e un livello aziendale, promosso dai direttori generali, per portare al tavolo i professionisti che ogni giorno operano nei reparti e nei servizi. Un impianto che risponde a una preoccupazione esplicita: evitare che il Piano, il primo dopo troppi anni di assenza programmatoria, nasca già monco o, peggio, diventi terreno di scontro istituzionale.

Il documento elaborato dalla Giunta regionale non è ancora stato pre-adottato. E proprio questo passaggio sospeso ha convinto il sindacato a giocare d’anticipo, mettendo sul tavolo paletti che sono insieme politici e di merito. “Riscontriamo che l’assenza di questo strumento ha fatto emergere tutte le criticità che rendono impossibile la realizzazione di efficaci politiche socio sanitarie per rendere esigibile il Diritto alla Salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione”, dice la Cgil, con un linguaggio che non concede nulla alla retorica e punta dritto al nodo irrisolto: per anni “si è navigato a vista realizzando scelte estemporanee senza una visione strategica di sistema”. Ricucire quello strappo, ora, significa cambiare passo. Il Piano, spiegano dal dipartimento, è tanto più urgente alla luce dei cambiamenti demografici, sociali e ambientali che stanno ridefinendo i bisogni di salute della popolazione umbra.
Ma è sul capitolo governance che il confronto rischia di innescare l’incendio politico. “Ribadiamo la necessità di mantenere gli attuali assetti ed equilibri istituzionali basati su due Usl e due Aziende ospedaliere”, tuona il sindacato, definendo le ipotesi circolate sulla stampa come “elementi non ufficiali” ma prendendole evidentemente molto sul serio. La priorità, per la Cgil, è concentrare gli sforzi “sull’efficientamento delle risposte ai fabbisogni di salute, investendo sul potenziamento del territorio e sulla valorizzazione delle professionalità”. Un messaggio che si inserisce in un contesto nazionale già pesante: il sindacato accusa il Governo di tagliare le risorse al fondo sanitario, programmando “un de-finanziamento in rapporto al Pil vicino al 6%, record negativo tra i paesi Ocse”. Da qui la scelta di rilanciare la campagna per la legge di iniziativa popolare sul potenziamento della sanità pubblica, la cui raccolta firme scatterà il prossimo 15 maggio, con l’obiettivo di portare il finanziamento almeno al 7,5% del PIL.
La puntata di Politica Oggi, andata in onda su Umbria+ Canale 15, ha funzionato da cassa di risonanza di uno scontro che è insieme tecnico e identitario. L’indiscrezione sull’accorpamento delle attuali Asl di Terni e Perugia in un’unica azienda regionale con sede a Foligno ha surriscaldato il dibattito, facendo emergere fratture profonde. Per Daniele Pica, coordinatore regionale del M5S, la revisione del Piano sanitario - assente da quindici anni - è una necessità non più rinviabile: razionalizzare la spesa è l’unico modo per assumere nuovi medici, abbattere le liste d’attesa e frenare l’emorragia della mobilità sanitaria passiva, costata alla regione 111 milioni di euro negli ultimi cinque anni. Pica ha precisato che il documento è ancora una bozza, ma ha difeso l’impostazione di fondo: ottimizzare le risorse senza cedere a logiche campanilistiche.
Di segno radicalmente opposto gli interventi che hanno portato in studio la voce del territorio ternano. Francesco Maria Ferranti, vicepresidente della Provincia di Terni e capogruppo di Forza Italia, ha difeso con durezza il principio della sanità di prossimità, ricordando che modelli di forte accentramento come l’Asl unica hanno già prodotto risultati negativi in regioni come Sardegna e Marche. Per Ferranti, mantenere due aziende territoriali separate non è una questione di bandiera ma di efficacia concreta dei servizi.
Ancora più frontale la posizione di Michela Bordoni, assessore comunale di Alternativa Popolare, che ha letto l’ipotesi di accorpamento non come una riforma tecnica ma come l’ultimo atto di un processo politico ventennale: “il culmine di un disegno mirato a svuotare e marginalizzare Terni, allontanando i centri decisionali e penalizzando i pazienti”. Una denuncia che ha trovato eco nelle interviste ai cittadini, dove è emersa con forza la preoccupazione per i più fragili e il timore che un’eventuale centralizzazione peggiori tempi e qualità dell’assistenza.
Il confronto si è allargato ad altri nodi caldi della sanità regionale: la rete dei 17 ospedali, giudicata da più parti sovradimensionata per gli 800mila abitanti dell’Umbria, l’urgenza di sbloccare la costruzione del nuovo ospedale di Terni e la denuncia degli sprechi, come gli onerosi affitti pagati per le sedi Asl mentre immobili di proprietà pubblica restano vuoti. Il quadro che ne esce è quello di una regione chiamata a una scelta di sistema, sospesa tra l’esigenza di razionalizzare e la necessità di non spezzare il legame tra servizi e territorio. Con la Cgil che, nel suo documento, cerca di tenere insieme entrambe le spinte: sì alla riforma, ma con un metodo condiviso che escluda scorciatoie istituzionali. La palla, adesso, torna alla Regione.