Un incontro pubblico sul referendum sulla giustizia, organizzato dalla sezione di Gubbio di Forza Italia, ha visto salire sul palco esclusivamente sostenitori del SÌ.
Nessun rappresentante del fronte del NO è intervenuto. Per correttezza informativa e rispetto della par condicio, le principali argomentazioni contrarie alla riforma vengono riassunte in coda a questo articolo.

La serata, moderata da Alessandro Luconi, si è concentrata soprattutto su alcuni nodi centrali: separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura, peso delle correnti, ipotesi del sorteggio per le nomine e proposta di un’Alta Corte disciplinare. Il filo conduttore degli interventi è stato politico-istituzionale: la riforma è stata presentata come “di sistema” e non “contro” la magistratura, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare terzietà, trasparenza e fiducia dei cittadini.
Ad aprire l’incontro è stato il sindaco di Gubbio, Vittorio Fiorucci, con un intervento introduttivo più che tecnico. Il tema della giustizia, ha sottolineato, non riguarda solo gli operatori del diritto, ma incide direttamente sulla vita dei cittadini: su chi è sotto processo, su chi attende una sentenza o un risarcimento, su chi vorrebbe investire ma resta bloccato dall’incertezza giudiziaria.

Fiorucci ha richiamato la necessità di riforme anche in relazione al PNRR, citando la digitalizzazione e l’organizzazione degli uffici giudiziari, e ha insistito sulla durata dei processi civili, con effetti economici e sociali rilevanti. Il suo intervento si è chiuso con un invito a una scelta informata e consapevole.
Il sindaco di Cannara, Fabrizio Gareggia, avvocato, ha legato il proprio intervento a un coinvolgimento personale e professionale. Ha richiamato la figura di Falcone e il tema del rispetto per la magistratura, citando anche parole del Presidente della Repubblica per sostenere che la riforma si muoverebbe dentro l’alveo costituzionale.

Secondo Gareggia, la separazione delle carriere non rappresenterebbe una violazione dei principi fondamentali, ma un loro sviluppo coerente. Ha evocato inoltre i richiami europei sullo stato di diritto e sulle modalità di valutazione e nomina dei vertici giudiziari, inserendo il tema nel quadro più ampio delle raccomandazioni internazionali.
Una parte centrale del suo discorso ha riguardato la critica al sistema delle correnti, descritte come un meccanismo che riproduce logiche di appartenenza e influenza politica all’interno della magistratura. In questo contesto ha sottolineato il peso del procuratore capo nella gestione delle indagini e delle richieste cautelari. Il sorteggio è stato indicato come lo strumento capace di spezzare questo circuito: se le correnti temono il sorteggio, ha sostenuto, è perché esso riduce il controllo sugli equilibri interni.
Luciana Veschi, avvocato e responsabile del Dipartimento Giustizia nell’area politica promotrice dell’iniziativa, ha inquadrato la riforma in una prospettiva storica, presentandola come coerente con l’evoluzione del processo accusatorio e come approdo di un percorso iniziato con il codice Vassalli.

Ha richiamato i temi organizzativi: carenze di organico, magistratura onoraria, ufficio del processo, misure legate al PNRR, sostenendo che la riforma non sarebbe un intervento isolato ma parte di una strategia complessiva. Forte l’accento sulla critica al correntismo e sulla responsabilità per gli errori giudiziari, che incidono sulla vita delle persone e hanno anche un costo per lo Stato.
Tra i punti qualificanti indicati da Veschi: la creazione di due CSM, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri; percorsi formativi distinti e coerenti con la separazione delle funzioni; un’Alta Corte disciplinare più efficace; il sorteggio come metodo già presente in altri ambiti amministrativi e come garanzia di neutralità. In chiusura, il richiamo a Falcone come riferimento etico e l’idea di una riforma necessaria per recuperare senso istituzionale e terzietà.
Il deputato Raffaele Nevi ha spostato l’attenzione sul terreno politico: più che il confronto di merito, a suo avviso, la vera partita si giocherà sull’affluenza. Il rischio principale è l’astensione, e l’appello è stato a mobilitare un elettorato favorevole ma disinteressato.

Sul piano dei contenuti, Nevi ha presentato la riforma come completamento della separazione dei poteri: il Parlamento legifera, il Governo governa, la magistratura applica la legge. Ha ricordato che in molti Paesi europei la separazione delle carriere è la norma, mentre l’Italia rappresenterebbe un’eccezione.
Anche il suo intervento ha insistito sul tema delle correnti e del sistema delle nomine, citando il caso Palamara come simbolo di un meccanismo di scambi e accordi interni. Pur con riferimenti polemici all’attualità politico-giudiziaria, il filo conduttore è rimasto l’idea che la riforma serva a ripristinare credibilità, ridurre interferenze e rafforzare criteri di merito nelle carriere.
Filippo Ugolini, vicesegretario provinciale di Forza Italia, ha richiamato esplicitamente alcuni articoli della Costituzione: l’articolo 111 sul contraddittorio in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale, e l’articolo 104 sull’autonomia e indipendenza della magistratura. Ha sostenuto che la riforma non intacca l’obbligatorietà dell’azione penale e che l’ipotesi di un pubblico ministero assoggettato all’esecutivo non troverebbe riscontro nel testo.

Ugolini ha ribadito la critica al sistema delle correnti e ha difeso il sorteggio come strumento capace di interrompere catene di comando e meccanismi di cooptazione interni.
A chiudere gli interventi è stata Francesca Pieri, avvocato e consigliera dell’Ordine degli Avvocati di Perugia, presente a titolo personale. Ha ricordato che l’Ordine ha scelto una posizione di neutralità per rappresentare sensibilità diverse.

Pieri ha denunciato la semplificazione del dibattito in slogan e ha insistito sull’importanza della partecipazione informata. Dal punto di vista tecnico, ha ripercorso il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio e ha ribadito che la terzietà del giudice non deve solo esistere, ma anche essere percepita come tale.
Dal punto di vista dell’aula, ha richiamato le distorsioni che possono manifestarsi nella fase cautelare e nei primi snodi del processo, sottolineando come la vita delle persone possa essere segnata anche prima di un’eventuale assoluzione. Ha spiegato infine la ratio del sorteggio e dell’Alta Corte disciplinare come strumenti per separare il giudizio disciplinare da logiche corporative.
Per par condicio, ecco una sintesi delle principali argomentazioni del fronte del NO, così come emergono nel dibattito pubblico tra giuristi, associazioni di categoria e forze politiche contrarie alla riforma.
Il punto di partenza è il timore che la riforma possa indebolire, anche indirettamente, l’indipendenza della magistratura, considerata una garanzia essenziale dello Stato di diritto. L’autonomia dei giudici e dei pubblici ministeri viene vista come una tutela per i cittadini prima ancora che per la categoria: serve a evitare che decisioni e indagini siano condizionate da pressioni politiche o da altri poteri.
In questa prospettiva, modificare l’architettura di governo della magistratura è percepito come un potenziale fattore di vulnerabilità, soprattutto se apre spazi, anche solo teorici, a interferenze esterne.
Un secondo argomento riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Il NO sostiene che la riforma potrebbe alterare un bilanciamento delicato: non tanto con effetti immediati, quanto nel medio-lungo periodo, favorendo una maggiore capacità di influenza del potere politico sul contesto in cui opera la giustizia.
Anche se formalmente l’indipendenza restasse intatta, cambiare regole su carriere, nomine e disciplina potrebbe produrre forme di condizionamento indiretto, difficili da misurare ma rilevanti sul piano istituzionale.
Un altro asse critico riguarda l’efficacia. Secondo il fronte del NO, la riforma viene presentata come risposta a problemi reali - durata dei processi, inefficienze, crisi di fiducia - ma non è affatto certo che gli strumenti proposti producano risultati concreti su questi fronti.
Il rischio, in questa lettura, è di intervenire sugli assetti ordinamentali senza affrontare fino in fondo le cause strutturali: carichi di lavoro, risorse, organizzazione degli uffici, gestione dei flussi, informatizzazione, personale amministrativo. Cambiare l’architettura istituzionale, da solo, non garantirebbe una riduzione dei tempi né un miglioramento automatico della qualità delle decisioni.
Il NO insiste anche su una critica di metodo: la giustizia è una materia complessa, con equilibri delicati e conseguenze di lungo periodo. Affidare scelte di questo tipo a un quesito referendario, che richiede una risposta binaria, viene considerato problematico.
Secondo questa posizione, le riforme della giustizia dovrebbero nascere da un percorso organico e graduale, attraverso il confronto parlamentare e il dialogo con gli operatori: magistratura, avvocatura, accademia e amministrazione giudiziaria. Il referendum rischierebbe invece di trasformare una questione tecnica in uno scontro politico, riducendo gli spazi di mediazione e di correzione.
C’è poi il tema della certezza del diritto. Modifiche agli assetti ordinamentali possono generare, almeno in una fase iniziale, instabilità interpretativa e applicativa: nuovi ruoli, nuove procedure e nuovi equilibri possono produrre conflitti di competenza e contenziosi.
In questa prospettiva, il rischio non è solo teorico: è quello di creare nuove zone grigie proprio mentre si dichiara di voler rendere il sistema più chiaro ed efficiente.
Nel dibattito pubblico vengono richiamate anche le prese di posizione critiche di associazioni rappresentative della magistratura e di settori dell’avvocatura. Pur con differenze interne, il punto comune è l’invito alla prudenza: riconoscere la necessità di riforme, ma valutare con attenzione gli effetti sistemici di interventi che toccano l’equilibrio costituzionale.
La priorità, secondo questa linea, dovrebbe essere rafforzare l’efficienza e la qualità del servizio giustizia senza creare condizioni che possano essere lette come un indebolimento delle garanzie di indipendenza o come un passo verso una giustizia percepita come meno “terza” rispetto al conflitto politico.
Infine, una parte del fronte del NO sottolinea il rischio di accentuare la polarizzazione istituzionale. In un clima già teso, una riforma vissuta come “bandiera” identitaria potrebbe aumentare lo scontro tra poteri dello Stato e tra culture giuridiche diverse.
Da qui la richiesta di riforme capaci di ricomporre più che dividere: interventi condivisi, graduali, che tengano insieme l’esigenza di efficienza con la tutela delle garanzie costituzionali.