L’Umbria boccia la riforma costituzionale della giustizia con un margine ristretto, ma netto, e si conferma una delle regioni con la partecipazione al voto più alta d’Italia. A urne chiuse e con tutte le 997 sezioni scrutinate, il referendum del 22‑23 marzo 2026 si chiude con la vittoria del No e un’affluenza che supera il 65 per cento degli aventi diritto.
Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, in Umbria gli elettori chiamati alle urne erano 658.041. Hanno votato in 428.074, pari al 65,05% del corpo elettorale regionale.
Lo scrutinio consegna questo quadro:
"Sì": 205.479 voti, pari al 48,32%
"No": 219.751 voti, pari al 51,68%
Schede nulle: 1.835
Schede bianche: 1.002
Schede contestate: 7
Il dato è aggiornato alle 17.50 del 23 marzo 2026, con copertura completa delle sezioni (997 su 997). Il distacco tra le due opzioni è limitato a poco più di 14 mila voti e a 3,36 punti percentuali, segnale di un elettorato diviso in modo quasi simmetrico sulla riforma della giustizia.
Il sindaco di Terni e presidente della Provincia, Stefano Bandecchi, offre una lettura lucida e realista dell’esito referendario. Pur essendo personalmente convinto della bontà della riforma, il leader di Dimensione non si sottrae all’evidenza democratica.
“Il risultato del referendum è chiaro: ha vinto il No. Ed è un risultato che va rispettato senza ambiguità, perché quando i cittadini votano, la loro scelta è sempre sovrana”, afferma Bandecchi, sottolineando il principio cardine della democrazia partecipata.
Nel suo commento, il primo cittadino non nasconde la propria opinione di merito, ma la subordina alla volontà popolare. “Resto convinto che, quella proposta, fosse una riforma giusta e necessaria, una riforma che puntava a rendere la Giustizia più equilibrata, più trasparente, più credibile. Ma in democrazia non basta essere convinti di avere ragione: serve il consenso dei cittadini, e oggi quel consenso non c’è stato”.
Bandecchi mette in guardia dal rischio di alimentare polemiche strumentali sul come si è votato. “Non ha neanche importanza il tipo di campagna, il clima in cui si è svolta, le gravi sbavature da entrambe le parti, le informazioni distorte: il verdetto si accetta”.
Pur con la vittoria del No, il presidente della Provincia individua un elemento di speranza per il sistema democratico: “Questo voto ci consegna comunque un dato importante, una inversione di tendenza dopo anni di fuga dal voto: quando vengono coinvolti davvero, gli italiani partecipano e decidono. Ed è un segnale positivo per tutto il sistema democratico”.
La parte più politica del suo intervento è quella dedicata al futuro. Bandecchi ricorda che quasi la metà degli italiani (il 46%) ha votato Sì, e che tra chi ha scelto No ci sono motivazioni diverse, legate al metodo più che al merito. “Ma non si può far finta di niente né tornare allo status quo come se nulla fosse. I problemi della Giustizia restano tutti sul tavolo e chiedono risposte serie, concrete, condivise”.
Da qui l’appello a un nuovo clima istituzionale: “E' indispensabile quindi avviare una nuova fase di confronto, senza pregiudizi e senza slogan, che coinvolga maggioranza e opposizioni. Si lavori a una riforma migliore, capace di tenere insieme efficienza, garanzie e indipendenza e che possa essere la riforma di tutti. Perché se è vero che oggi ha vinto il No, è altrettanto vero che il bisogno di cambiare la Giustizia non è stato cancellato”.
Una posizione diametralmente opposta, ma altrettanto netta, arriva dalla presidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, Sarah Bistocchi. Per lei, il voto rappresenta una trincea a difesa della Carta fondamentale.
“L'abbiamo detto e ripetuto in queste settimane, la Costituzione non va riformata, la Costituzione va rispettata”, dichiara Bistocchi, esprimendo un sentimento che ha animato gran parte del fronte del No. Il suo commento si concentra sulla natura della campagna referendaria, interpretata come una contrapposizione tra poteri dello Stato.
“Una lunga campagna elettorale – una grande rimonta fatta di piazze e mobilitazione contro il potere che voleva rendersi impunito, la politica che voleva farsi prepotente”. In questa visione, la separazione dei poteri esce rafforzata dal voto popolare: “La magistratura non è un cancro, è un potere libero che non può e non deve soccombere agli interessi, piccoli o grandi, della politica. Questo gli italiani l'hanno capito bene”.
Il segretario provinciale del Partito Democratico di Terni, Carlo Emanuele Trappolino, si sofferma sul significato politico e culturale del risultato, rivendicando il lavoro capillare svolto sul territorio.
“Con il no vincono la democrazia e la Costituzione”, esordisce Trappolino, sottolineando come la mobilitazione sia stata “larga e consapevole”. Il leader dem va oltre il merito della riforma, individuando nel voto una bocciatura del metodo utilizzato dalla maggioranza di governo.
“Gli elettori hanno rigettato un metodo, che ha cercato di scavalcare le maggioranze parlamentari polverizzando pluralismo e dialogo”, spiega. Trappolino interpreta il voto come un argine a una deriva autoritaria: “E’ stato bocciato l’orizzonte in cui si muovono le destre anche a livello globale e che colpisce la giustizia come i diritti e che la Costituzione non vuole cambiarla, ma stracciarla”. Un’analisi che lega il dato nazionale alle dinamiche locali, evidenziando la netta vittoria del No a Terni come elemento di discontinuità politica.

Una voce autorevole e istituzionale si aggiunge al coro dei commenti: quella di Daniele Porena, avvocato, docente dell’Università di Perugia e componente del Consiglio superiore della magistratura (Csm) eletto dal Parlamento.
Pur rappresentando un’istituzione che sarebbe stata direttamente coinvolta dalla riforma costituzionale, Porena esprime un approccio improntato al rispetto della volontà popolare. “Pur restando pienamente convinto della validità della riforma costituzionale respinta dal referendum, nutro grande rispetto per la scelta compiuta da milioni di italiani”, dichiara all’ANSA.
Il magistrato coglie l’occasione per evidenziare un dato che molti commentatori hanno sottolineato: l’elevata affluenza alle urne. “Accolgo con soddisfazione il segnale di vitalità della nostra democrazia, evidenziato dall'elevata partecipazione al voto di cittadine e cittadini”, aggiunge Porena, offrendo una lettura del voto che va oltre l’esito specifico del quesito, per abbracciare il significato più ampio di una ritrovata partecipazione civica.
I rappresentanti del Movimento 5 Stelle in Umbria – l’on. Emma Pavanelli, l’assessore regionale Thomas De Luca, il consigliere Luca Simonetti e il coordinatore David Fantauzzi – rivendicano con forza il ruolo giocato nella campagna referendaria, definendo l’Umbria protagonista della vittoria.
“L'esito del referendum sulla giustizia conferma che i cittadini hanno pienamente colto l'importanza della posta in gioco: la tenuta dell'ordinamento democratico”, scrivono in una nota congiunta. I pentastellati sottolineano un dato significativo: l’Umbria si attesta come la terza regione in Italia per affluenza, segno di un “senso civico” radicato.
Particolarmente incisivo è il passaggio in cui il M5S rivendica di essersi esposto “anche quando i sondaggi per il NO erano fermi al 30%”. Per il Movimento, il risultato rappresenta una sconfitta per chi voleva strumentalizzare il referendum: “È stato clamorosamente sconfitto chi ha tentato di utilizzare questo Referendum politicizzandolo contro l'attuale Governo regionale”.
Il consigliere regionale del PD, Francesco Filipponi, si concentra sull’importanza del dato di affluenza e sul valore aggregante della difesa della Costituzione.
“Il verdetto espresso dai cittadini di Terni e dell’intera Regione Umbria con un'affluenza assolutamente significativa, rappresenta un segnale di grande maturità democratica”, commenta Filipponi. La sua analisi mette in luce la necessità di garantire una giustizia “solida, imparziale e uguale per tutti”, al riparo da logiche estranee al merito.
Per Filipponi, il risultato non è solo un verdetto negativo su una riforma, ma una spinta a proseguire nell’azione di governo: “Le nostre comunità hanno scelto la strada dell'equilibrio e del buonsenso. Tutto ciò ci dà molta più forza nell'azione quotidiana di governo regionale”. Un richiamo alla coesione istituzionale come via maestra per affrontare le sfide che attendono l’Umbria.
L’Umbria si conferma tra le regioni più partecipi al voto referendario, superando in modo netto la media nazionale. Mentre in Italia l’affluenza si attesta intorno al 58,9%, con la vittoria del No poco sopra il 54%, la regione sale al 65,05% di partecipazione, quasi 6 punti in più rispetto al dato complessivo del Paese.
Il voto umbro si colloca su una linea di continuità con il quadro nazionale quanto all’esito politico - prevale il No - ma con un margine ridotto rispetto al 54,5% circa dei contrari registrato a livello italiano. In altre parole, la riforma viene respinta anche in Umbria, ma la forza del fronte del No è meno marcata che in molte regioni del Nord, dove il divario è più ampio.
L’assenza di quorum, tipica dei referendum confermativi, ha reso ogni voto direttamente determinante per l’esito finale, e la mobilitazione registrata in Umbria restituisce un quadro politico in cui il tema giustizia è percepito come dirimente. Il sostanziale equilibrio tra Sì e No, con una leggera prevalenza dei contrari, suggerisce un elettorato attraversato da sensibilità diverse: da una parte chi teme un indebolimento delle garanzie e dell’equilibrio tra poteri, dall’altra chi leggeva nella riforma un tentativo di rendere più lineare l’assetto della magistratura.
In questo contesto, il dato umbro diventa interessante anche in chiave nazionale: la regione non si discosta dall’indirizzo complessivo del Paese, ma segnala una maggiore competizione tra i due fronti, che potrebbe riflettersi nei futuri equilibri politici locali.