24 Mar, 2026 - 13:45

Referendum giustizia, l’Umbria dice No: il Patto Avanti esulta, Bandecchi mette in mora il centrodestra

Referendum giustizia, l’Umbria dice No: il Patto Avanti esulta, Bandecchi mette in mora il centrodestra

L’Umbria, al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, ha scelto di dire No anche se con percentuali minori di altre regioni. Si tratta però di un dato che nessuno può più permettersi di archiviare come un fatto tecnico o una disaffezione contingente. E mentre i numeri si consolidano, emerge già il profilo politico di una regione che nei grandi centri urbani - PerugiaTerniFoligno - ha trovato il motore della contestazione alla riforma della giustizia, trainando un risultato che adesso impone a tutte le forze in campo una rilettura obbligata.

Il dato politico più significativo, infatti, non sta solo nella percentuale finale, ma nella geografia del consenso. Le città hanno spinto il No oltre la media regionale, trascinando con sé un’affluenza che ha sfiorato il 65 per cento. Un dato che, spiegano i protagonisti di questa tornata, restituisce l’immagine di un territorio consapevole, mobilitato non dall’abitudine ma da una posta in gioco ritenuta decisiva. A dare corpo a questa spinta, sottolineano i partiti del Patto Avanti, è stata “una forte mobilitazione civile e politica”, capace di mettere in campo energie trasversali, dalle associazioni ai sindacati, dai comitati per il No fino ai giovani, rivelatisi un fattore decisivo.

La forza del No nei grandi centri e il ruolo del Patto Avanti

“La vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia è un bellissimo risultato che anche in Umbria è frutto di una grande partecipazione e di una forte mobilitazione civile e politica”. Con queste parole i partiti dell’alleanza di centrosinistra hanno rivendicato il proprio ruolo in una nota congiunta, sottolineando come il dato emerso nei grandi comuni non sia casuale. “La forza del No nei grandi centri come PerugiaTerni e Foligno spinge il risultato regionale grazie all’impegno di tutte le forze progressiste, delle associazioni, dei sindacati, dei cittadini e delle cittadine”.

Per il Patto Avanti il voto assume così un significato politico preciso: un segnale “chiarissimo contro l’azione di un governo che voleva cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza”. E l’effetto, secondo la coalizione, non si esaurisce nella tornata referendaria. “Questo voto referendario – si legge ancora nella nota – è una spinta ancora più forte a tutti noi, impegnati nelle amministrazioni, per accelerare le risposte che gli umbri si aspettano”. Una frase che suona già come una dichiarazione di intenti per la fase politica che si apre, con le amministrazioni locali chiamate ora a tradurre in atti concreti quella spinta democratica emersa dalle urne.

Proietti: “No forte e chiaro, i giovani ci hanno sorpreso”

A dare ulteriore peso al risultato è intervenuta la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, che ha letto il voto come un pronunciamento netto sulla sostanza della riforma. “L’Umbria ha detto un ‘No’ forte e chiaro a difesa della Costituzione e della separazione dei poteri, cardine di democrazia e libertà”, ha dichiarato la presidente, sottolineando come l’analisi del voto nei centri più popolosi restituisca un quadro inequivocabile: i cittadini hanno scelto di salvaguardare l’attuale assetto costituzionale.

Ma il dato che Proietti ha voluto mettere in evidenza è quello dell’affluenza, oltre il 65 per cento, e in particolare la partecipazione dei più giovani. “Si sono mobilitati i giovani e tantissime cittadine e cittadini, voglio profondamente ringraziare tutti loro e, in modo particolare, i comitati per il No”. Per la presidente, quella messa in scena dai ragazzi tra i 18 e i 34 anni è stata una sorpresa solo per chi non credeva più nella forza delle nuove generazioni. “I nostri giovani hanno mandato un messaggio inequivocabile: la nostra Costituzione non si tocca e la difesa di questo valore li ha mobilitati”. E ha aggiunto: “Noi politici dobbiamo prendere atto anche di questo straordinario risultato di affluenza. È una dimostrazione di crescita civile, questa, che ci riempie di orgoglio e che smentisce ogni pregiudizio sul disinteresse delle nuove generazioni verso la cosa pubblica”.

Un messaggio che, per Proietti, non si esaurisce nell’entusiasmo del momento ma si proietta in avanti. “Dall’Umbria e da tutta Italia è arrivato un grande messaggio di civiltà democratica. Questo risultato ci investe di una responsabilità enorme e dobbiamo farci carico di questo grido di partecipazione e continuare a lavorare, ogni giorno, per attuare pienamente quei diritti che sono già scritti nella nostra Costituzione, ma che attendono ancora di essere vissuti appieno da ogni cittadino”.

Bandecchi: “Il 23% del centrodestra ha votato No, qualcuno torni al suo umile lavoro”

Se nel campo progressista il risultato viene letto come una conferma e un rilancio, a rompere l’apparente compattezza del centrodestra ci pensa il sindaco di Terni e presidente della ProvinciaStefano Bandecchi. Segretario di Alternativa Popolare e leader di Dimensione Bandecchi, il primo cittadino non si sottrae alla lettura politica dei numeri, e lo fa con il tono diretto che lo caratterizza. Pur riconoscendo l’esito referendario, Bandecchi mette in mora i riferimenti politici nazionali di governo, partendo da un dato che considera ineludibile: “Il 23 per cento degli elettori di centrodestra ha votato No.

Una percentuale che, secondo il sindaco, impone una riflessione seria all’interno di una coalizione con la quale si era alleato in alcune delle ultime tornate elettorali. “Questo deve far riflettere i parlamentari di riferimento che non sono stati esaustivi e convincenti”. L’affondo, in questo caso, non è generico. Bandecchi invita i rappresentanti del centrodestra umbro a interrogarsi su una campagna referendaria che, a suo giudizio, non ha saputo tenere insieme la base elettorale. E il monito finale, pronunciato con la durezza che talvolta usa nei confronti della politica romana, suona come un avvertimento senza appello: “Qualcuno deve tornare al suo umile lavoro”.

Il riferimento, nelle cronache locali, è già oggetto di interpretazioni incrociate: per alcuni è un invito a una maggiore umiltà politica ("riflettete e smettete di giocare"), per altri una critica alla supponenza con cui alcuni settori del centrodestra avrebbero affrontato la partita referendaria e anche il rapporto con le sue amministrazioni. Resta il fatto che il voto del 23 per cento degli elettori di centrodestra contrari alla riforma diventa, nella lettura di Bandecchi, un indicatore politico che la coalizione non potrà ignorare.

Sottani: “Non era referendum sulla magistratura ma sulla subordinazione alla politica”

A dare una lettura istituzionale, e in qualche modo tecnica, del risultato è stato il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani. Interpellato dall’ANSA, il magistrato ha tenuto a distinguere il significato del voto rispetto a una lettura riduttiva. “Per quanto riguarda l’esito del voto, non si è trattato di un referendum a favore o contro la magistratura, ma del tentativo di modificare l’architettura costituzionale della separazione dei poteri”. Una precisazione non secondaria, in un dibattito che nelle settimane precedenti aveva visto schierarsi in modo contrapposto avvocatura e magistratura.

Secondo Sottani“la risposta popolare è stata chiara nel rifiuto del progetto di modifica che ha tentato, a mio parere, di sottoporre la magistratura alla politica”. Il procuratore generale ha quindi auspicato che si smetta “finalmente di polemizzare quotidianamente sul conflitto tra politica e magistratura” e che si eviti “di invocare modifiche costituzionali”, concentrandosi piuttosto su “interventi strutturali che garantiscano quell’efficienza e velocità della giustizia a cui legittimamente i cittadini aspirano”.

Un auspicio, quello di Sottani, che si accompagna però a una nota di realismo. “Non sono convinto che questo auspicio si realizzi, perché troppe volte ho visto strumentalizzare a fini politici le decisioni giudiziarie non gradite”. Il riferimento alla campagna referendaria è esplicito: “Questa campagna referendaria ha creato una pericolosa contrapposizione tra l’avvocatura, che si è schierata in larghissima maggioranza a favore della riforma anche, a volte, con espressioni francamente inaccettabili, e la magistratura”. Per il procuratore generale, la sfida ora è ricomporre il dialogo e superare “battaglie ideologiche, come quella sulla separazione delle carriere, per affrontare, insieme, i tanti e grandi problemi dell’amministrazione giudiziaria”.

 

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Federico Zacaglioni
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