Il “Sì” alla riforma della giustizia in Umbria non è stato sconfitto solo dal voto contrario. È stato tradito, piuttosto, da chi avrebbe dovuto sostenerlo e non lo ha fatto. A tre giorni dalla chiusura dei seggi, l’analisi dei flussi elettorali presentata questa mattina a Palazzo Cesaroni dai docenti del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Perugia, Bruno Bracalente e Antonio Forcina, restituisce il ritratto di una débâcle costruita per sottrazione: l’elettorato che mancava al fronte governativo si è rivelato decisivo quanto quello che si è mobilitato per il “No”.
Lo studio, realizzato in collaborazione con il Servizio valutazione politiche pubbliche dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, ha incrociato i dati del referendum costituzionale sulla giustizia, svoltosi il 22 e 23 marzo 2026, con quelli delle ultime consultazioni generali, le elezioni europee del 2024. Ne emerge il quadro di una competizione in cui il risultato finale è stato determinato meno dalla capacità di mobilitazione del fronte del “No” e più dalle crepe e dalle assenze all’interno del campo che avrebbe dovuto sostenere la riforma.
Se in Italia il “Sì” si è fermato al 46,2% con un distacco di 7,5 punti percentuali a favore del “No”, in Umbria il margine di vittoria della proposta contraria alla riforma si è ridotto a un più contenuto 3,4%. Un dato che, secondo l’analisi di Bracalente e Forcina, racconta una storia di maggiore coesione del fronte del “No” e di disaffezione selettiva in parte della coalizione di governo.

L’analisi presentata a Palazzo Cesaroni individua tre fenomeni convergenti che hanno determinato l’esito del voto in Umbria. Il primo è la polarizzazione degli elettori: gli schieramenti hanno votato in modo compatto, ma con una differenza sostanziale nella tenuta interna. Il secondo è l’astensionismo selettivo, che ha colpito in modo particolare alcuni partiti del centrodestra. Il terzo è il ritorno al voto di circa 110mila cittadini umbri che si erano astenuti alle europee del 2024, un flusso che si è diviso quasi equamente tra “Sì” e “No” senza riuscire a riequilibrare la spinta del fronte contrario.“Gran parte degli elettori che alle europee avevano votato per i partiti di centrosinistra ha votato no al referendum e pochi si sono astenuti” , si legge nel rapporto. I docenti sottolineano come non ci siano stati “rilevanti flussi incrociati, dal centrosinistra per il sì e dal centrodestra per il no” . Una compartimentazione netta che ha trasformato la consultazione in una prova di fedeltà degli schieramenti.

Il dato più significativo emerso dall’elaborazione di Bracalente e Forcina riguarda proprio la disomogeneità di comportamento all’interno del centrodestra. Mentre gli elettori di centrosinistra hanno risposto in modo quasi plebiscitario all’indicazione di voto per il “No”, con un tasso di astensione contenuto, nel campo opposto il quadro è risultato profondamente frastagliato.
I ricercatori hanno registrato non solo una quota significativa di voti “contrari” alle indicazioni di partito – con elettori che hanno scelto il “No” nonostante le sollecitazioni dei propri leader – ma soprattutto un astensionismo diffuso che ha eroso il bacino potenziale del “Sì”. Secondo l’analisi, il fenomeno ha riguardato in particolare gli elettori di Lega e Forza Italia, dove il messaggio a sostegno della riforma non è riuscito a mobilitare la base.“Solo gli elettori di Fratelli d’Italia avrebbero seguito in modo netto le indicazioni per il sì” , evidenziano i docenti. Un dato che restituisce la misura di un fronte governativo che si è presentato al voto con tensioni interne e diversi livelli di adesione alla proposta di riforma costituzionale.

L’elemento che più di ogni altro restituisce la misura dell’elettorato mancato al “Sì” è però il fenomeno del ritorno al voto. A fronte di un astensionismo complessivo che si è comunque attestato al 35%, gli esperti hanno calcolato che circa 110mila cittadini umbri che avevano disertato le urne alle Europee del 2024 hanno invece scelto di partecipare al referendum.“C’è stato un grande ritorno al voto tra chi si era astenuto alle europee di due anni fa” , spiega l’analisi. “In tanti quindi si sono sentiti mobilitati per il referendum costituzionale, alcuni per sostenere le ragioni del sì e del Governo nazionale e altri sostenere il no e le opposizioni” .
Un “esercito” di rientrati che si è spartito quasi equamente tra le due opzioni: circa la metà ha votato “Sì”, l’altra metà “No”. In termini numerici, questo flusso ha rappresentato un’iniezione di partecipazione che avrebbe potenzialmente potuto riequilibrare la competizione. Ma la divisione in due tronconi uguali ha finito per neutralizzare l’effetto di questo contingente, restituendo il risultato alla tenuta differenziale dei due schieramenti sugli elettori già mobilitati.

L’analisi territoriale completata da Bracalente e Forcina conferma il quadro di un elettorato che ha rotto con le tradizionali appartenenze storiche. Il “No” ha vinto con maggiore vantaggio in tre aree specifiche: Gubbio, il Trasimeno e l’area urbana di Perugia. Il “Sì” ha prevalso invece in Valnerina e nelle zone di Todi e Gualdo Tadino.
Il caso del capoluogo di regione è emblematico di questa nuova frammentazione. I ricercatori evidenziano una forte contrapposizione interna al comune di Perugia: nel centro urbano il “No” ha ottenuto un distacco netto, mentre nelle frazioni periferiche ha trionfato il “Sì”. Una suddivisione che, spiegano i docenti, “sembra non avere a che fare con la tradizione politica del voto storico ed anzi appare disegnare un rovesciamento molto netto rispetto al passato” .
Nel corso della presentazione a Palazzo Cesaroni, Bruno Bracalente e Antonio Forcina hanno voluto precisare il carattere delle stime. Trattandosi di un’analisi dei flussi basata sul confronto con le Europee 2024, i dati forniscono “indicazioni di tendenza e non indicazioni numeriche precise” . Tuttavia, la fotografia restituita dallo studio – realizzato in collaborazione con il Servizio valutazione politiche pubbliche dell’Assemblea legislativa dell’Umbria – racconta di un voto in cui il “Sì” ha perso non tanto per la mobilitazione dell’opposizione, quanto per l’incapacità di trattenere il proprio elettorato, lasciando sul campo un patrimonio di voti potenziali che si è disperso tra astensioni, scelte contrarie e un ritorno al voto che alla fine si è rivelato un’arma a doppio taglio.