Raffaello Federighi, capo di gabinetto del presidente della Provincia di Terni Stefano Bandecchi, ha duramente criticato la retorica con cui si commemorano le vittime di guerra. In un intervento diffuso all’indomani dell’11 agosto e intitolato “Guerre, vittime e retorica sciocca”, definisce la guerra “il fallimento estremo della politica” e richiama i leader alle proprie responsabilità, sottolineando che nessuna vittima di un conflitto può essere considerata di “serie B”.
La sua riflessione spazia dalle vere cause dei conflitti al ruolo della deterrenza nucleare nel prevenire un nuovo conflitto mondiale, e culmina in un monito affinché la politica torni a perseguire la pace prima che sia troppo tardi.
Federighi apre la sua analisi criticando il “profluvio prolisso di concetti vaghi e luoghi comuni” che, a suo dire, accompagna ogni cerimonia in memoria di caduti. Discorsi altisonanti – spesso pronunciati da “guerrieri virtuali e statisti in sedicesimo”, cioè personaggi di scarso spessore – che secondo lui “offendono la minimale intelligenza” dei cittadini.
Federighi ribadisce che la guerra rappresenta “il fallimento estremo della politica”, frutto di decisioni precise – spesso sconsiderate – prese da governanti liberamente eletti, non certo di fatalità imprevedibili. Richiama dunque la responsabilità diretta di chi detiene il potere nelle scelte che conducono ai conflitti.
Sottolinea inoltre che ogni guerra provoca vittime innocenti e “nessuna di serie B, nessuna derubricabile come ‘dalla parte sbagliata’”: di fronte al sacrificio umano non esistono perdite di seconda categoria né giustificazioni. Federighi aggiunge che dietro ogni conflitto si celano interessi economici mascherati da nobili principi (libertà, fede, onore), mentre gli esiti sono sempre gli stessi: arricchimento per pochi e devastazione per molti.
Dal 1945, nota Federighi, si è evitata un’altra guerra mondiale grazie alla deterrenza nucleare: la dottrina della Mutua Distruzione Assicurata (MAD) ha convinto le superpotenze che un conflitto nucleare diretto sarebbe un suicidio reciproco.
Parallelamente, però, osserva che nel mondo infuriano decine di conflitti locali – una sorta di “terza guerra mondiale a pezzi” – spesso interconnessi tra loro in perverso domino, ma ignorati dal grande pubblico e dai media.
Federighi accusa molti leader di parlare con eccessiva leggerezza della guerra. Li definisce persino “imbecilli in posizioni di rilievo” perché ignorano un principio basilare: “una potenza nucleare non può subire una sconfitta strategica con armi convenzionali”. Paradossalmente, nota, “i soldati di professione sono i più convinti pacifisti”, mentre alcuni governanti si comportano da “hooligan” del bellicismo, lontani dal vero interesse nazionale.
Federighi si chiede infine quanti di questi decisori abbiano mai conosciuto da vicino gli orrori della guerra – il sangue, i cadaveri, i lutti – magari visitando un cimitero militare dove aleggia la domanda “perché tutto questo?”. La provocazione è chiara: chi invoca con facilità nuovi conflitti probabilmente non ne ha mai sperimentato la tragicità.
Federighi fa propria la massima di Georges Clemenceau: “la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari” – a sottolineare che le decisioni belliche spettano sì ai politici, ma vanno prese con estrema responsabilità. Al tempo stesso auspica che i cittadini abbiano politici migliori.
Ricorda poi che il Doomsday Clock, creato dagli scienziati atomici nel 1947, era inizialmente impostato a 7 minuti dalla mezzanotte; oggi segna appena 89 secondi alla catastrofe – un record negativo certificato dal Bulletin of the Atomic Scientists. È, avverte Federighi, un chiaro segnale di quanto l’umanità sia ormai vicina all’autodistruzione senza un cambio di rotta immediato.