Un gesto semplice, intimo, ma carico di significato. È quello compiuto da Chiara Rogante, giovane psicologa del lavoro, romana di nascita e da tempo residente a Foligno, che ha deciso di donare i propri capelli ai ragazzi e alle ragazze rimasti gravemente ustionati nell’incendio di Crans-Montana. Una scelta maturata lontano dai riflettori, nata da una riflessione profonda sul futuro di chi è sopravvissuto alla tragedia.
"Perché penso che a loro bisogna dare un futuro, una ripartenza" ha spiegato Rogante all’ANSA, sintetizzando il senso di un’iniziativa che intende andare oltre la risposta immediata e interrogarsi su ciò che accade quando l’attenzione mediatica si spegne.
Da psicologa, Rogante racconta di aver sentito quasi naturalmente il bisogno di spostare l’attenzione dal presente al domani. "Tutti ci soffermiamo sul qui e ora io invece ho pensato al futuro di questi ragazzi, adolescenti e giovani, che dovranno ripartire. Nel mio piccolo, questa donazione significa contribuire a una parte della loro ripartenza, del loro essere".
Una riflessione che nasce dalla consapevolezza di quanto il trauma, soprattutto in età giovanile, lasci segni che vanno ben oltre la fase dell’emergenza. "È più facile per tutti fermarsi sull'oggi e sul dolore - osserva - ma i riflettori restano accesi solo per un tempo limitato. A riflettori spenti questi giovani continueranno a portare con sé un trauma e quindi pensato che questo gesto potesse rappresentare un punto di ripartenza".
La scelta di donare i capelli non è casuale. Per chi ha subito ustioni gravi, la ricostruzione dell’immagine di sé passa anche da elementi apparentemente marginali, ma profondamente identitari. Rogante ne è consapevole e sottolinea come anche un gesto minimo possa incidere sul percorso di recupero della dignità personale.
Alla domanda su cosa direbbe oggi a una ragazza o a un ragazzo coinvolto nell'episodio, la psicologa ammette senza esitazioni la difficoltà di trovare parole adeguate."Non so cosa si possa dire, sicuramente avranno bisogno di tempo. Di certo per tutti loro c'è un domani, c'è la fortuna di esserci e, anche con un piccolo gesto, si può provare a restituire loro dignità come persone e offrire un minimo sollievo".
L’iniziativa di Rogante è diventata pubblica quasi per caso. Un post sui social, pubblicato con l’unico obiettivo di trovare un parrucchiere disponibile a effettuare il taglio secondo le procedure necessarie per la donazione, ha generato una risposta inaspettata. "Non avevo intenzione di creare risonanza - racconta Chiara - e mi stavo informando in autonomia".
Nel giro di poche ore, però, sono arrivati messaggi, commenti e testimonianze di sostegno. "Ho visto tanta solidarietà e persone che hanno preso spunto per fare lo stesso - racconta -, è stato un movimento di coscienza che non mi aspettavo". Un passaparola spontaneo che ha trasformato un’azione individuale in un esempio condiviso.
Per Rogante, quanto accaduto diventa anche l’occasione per una riflessione più ampia sul modo in cui la solidarietà viene vissuta nella società contemporanea. "Siamo capaci di esserlo ma ce ne dimentichiamo quando va tutto bene. Dovremmo imparare a portarla nella quotidianità". Un richiamo che invita a non confinare l’empatia alle sole grandi tragedie o ai momenti di emergenza, ma a riconoscerla come un valore da coltivare nel tempo, capace di tradursi in gesti concreti anche quando i riflettori mediatici si spengono.
Il momento del taglio segna il passaggio simbolico dalla riflessione all’azione concreta. Nel salone di Stefania, a Bastia Umbra, Chiara Rogante ha salutato i suoi capelli lunghi per un caschetto, senza esitazioni né ripensamenti. I capelli, raccolti e preparati secondo le procedure previste, sono ora pronti per essere destinati alla donazione.
Il nuovo look diventa così il segno visibile di una decisione consapevole, "meditata, ma nata dal cuore", come conclude la psicologa. Un gesto che non pretende di colmare il dolore né di cancellare il trauma, ma che intende offrire un contributo tangibile a un percorso di ricostruzione personale e collettiva, restituendo dignità e speranza attraverso un atto semplice, ma profondamente simbolico.