12 Feb, 2026 - 14:25

Processo Rigopiano, portavoce Comitato: "Non si può parlare di serenità dopo questa sentenza"

Processo Rigopiano, portavoce Comitato: "Non si può parlare di serenità dopo questa sentenza"

La tragedia di Rigopiano torna a scuotere le coscienze con il quarto verdetto giudiziario in meno di un decennio. Nell’aula della Corte d’Appello di Perugia, presieduta da Paolo Micheli, la lettura del dispositivo ha riaperto ferite mai rimarginate: tre condanne, due assoluzioni e cinque prescrizioni nell’ambito dell’appello bis sul disastro dell’hotel Rigopiano, travolto da una valanga il 18 gennaio 2017. In aula proteste, lacrime e tensione. Fuori, il senso di una verità giudiziaria che per molti familiari resta incompleta.

Sentenza Rigopiano, tre condanne e due assoluzioni: il verdetto dell’appello bis

La Corte d’Appello di Perugia ha condannato a due anni di reclusione per disastro colposo, con rito abbreviato, gli ex dirigenti regionali Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci. Per loro sono stati dichiarati prescritti i reati di omicidio colposo e lesioni colpose. Una decisione che segna un passaggio cruciale nel lungo iter giudiziario legato alla valanga di Rigopiano, ma che lascia aperto il dibattito sulle responsabilità istituzionali.

Assolti perché il fatto non costituisce reato l’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, e l’ex dirigente regionale Sabatino Belmaggio. Cinque, invece, le prescrizioni dichiarate nei confronti degli ex dirigenti della Provincia Mauro Di Blasio e Paolo D’Incecco, degli ex dirigenti regionali Carlo Giovani ed Emidio Primavera e dell’ex tecnico comunale Enrico Colangeli.

È il quarto verdetto in nove anni su una delle più gravi tragedie montane della storia italiana recente. Il procedimento ha attraversato gradi di giudizio, annullamenti e rinvii, in un percorso complesso che ha cercato di accertare eventuali responsabilità amministrative e istituzionali nella gestione dell’emergenza e nella prevenzione del rischio.

La pronuncia di Perugia, pur riconoscendo in parte responsabilità legate al disastro colposo, ridimensiona alcune accuse iniziali e sancisce la prescrizione per i reati più gravi. Un esito che ha generato reazioni contrastanti tra i familiari delle 29 vittime.

La rabbia dei familiari: “A noi hanno dato l’ergastolo”

Il dolore non si prescrive. È questo il sentimento che emerge con forza dalle parole dei parenti delle vittime, presenti in aula al momento della lettura della sentenza sull’hotel Rigopiano.

Ai microfoni dell’Ansa, Marcello Martella, padre di una delle 29 persone morte nel crollo dell’albergo di Farindola, ha dichiarato senza mezzi termini: “Mentre gli altri vengono prescritti o condannati con pena sospesa, a noi hanno dato l'ergastolo. Ma quale serenità? Io so solo che mia figlia non tornerà più”.

Parole che riassumono nove anni di battaglie giudiziarie e di attesa. La valanga che il 18 gennaio 2017 si staccò dalla cresta sovrastante travolgendo l’hotel Rigopiano Gran Sasso Resort non spazzò via solo una struttura ricettiva, ma 29 vite e il futuro di intere famiglie.

Sulla stessa linea Gianluca Tanda, portavoce del Comitato parenti delle vittime e fratello di Marco, che ha commentato: “Per nove anni abbiamo puntato il dito contro la Regione Abruzzo la cui responsabilità è stata riconosciuta, però, solo in parte, per non parlare delle prescrizioni. Non si può parlare di serenità, dopo questa sentenza. Non è questa la verità che cercavamo fin dall'inizio, mi spiace, ma per me non si tratta di una sentenza storica”.

La tensione è salita anche in riferimento alla reazione dei legali degli imputati assolti. Paola Ferretti, madre del receptionist 31enne Emanuele Bonifazi, ha dichiarato: “Ho trovato le lacrime dell'avvocato irrispettose nei confronti delle vittime. Noi da nove anni piangiamo sulla tomba dei nostri cari, mendicando un po' di giustizia”.

Alessandro Di Michelangelo, fratello di Dino, ha ammesso: “Ci aspettavamo qualche condanna in più, ma ci consoliamo, come dice il procuratore, con questa sentenza storica dove lo Stato punisce la pubblica amministrazione inadempiente”. Dichiarazioni che fotografano una comunità ancora divisa tra la necessità di accettare il verdetto e la convinzione che la verità piena non sia stata del tutto raggiunta.

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Lorenzo Farneti
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