Anna Prospero entra nell’aula del tribunale, si siede davanti alla Corte e non distoglie lo sguardo. Osserva l'imputato, il diciannovenne romano seduto sul banco degli imputati. Poi, con una compostezza che stride con la violenza del dolore, inizia a ricostruire l’ultima settimana di vita di suo fratello gemello. Andrea Prospero aveva la sua stessa età. Diciannove anni appena compiuti, un trasferimento da Lanciano per studiare Informatica all’Università di Perugia, la passione viscerale per la Roma e una quotidianità fatta di lezioni e serate condivise con lei. Lo trovarono privo di sensi il 29 gennaio 2025 in un bed and breakfast del centro storico, una stanza in affitto turistico scelta per un giorno qualunque. La causa del decesso, cristallizzata dalle perizie medico-legali, non lascia spazio a dubbi: overdose di ossicodone, un oppioide potente assunto insieme a massicce dosi di tranquillanti e annaffiato da alcol. Oggi Anna testimonia nel procedimento che vede il giovane romano rispondere del reato di istigazione o aiuto al suicidio. E il suo racconto, lineare e fermo, si scontra con la cronaca nera e digitale che gli investigatori della Squadra Mobile hanno estratto dagli smartphone.

Davanti alla pubblico ministero, la giovane studentessa prova a ricomporre l’immagine di un ragazzo normale, intrappolato nelle insicurezze dell’adolescenza ma lontano anni luce dall’idea di un male di vivere incurabile. “Andrea era un ragazzo timido e introverso”, ha scandito Anna, “ma non ha mai dato segnali di preoccupazione o cambiamenti di carattere. Era molto tranquillo ed eravamo felici di essere venuti qui a Perugia a studiare”.
Nel suo resoconto, la vita dei due gemelli era un binario unico. Si separavano soltanto per seguire i corsi universitari, per il resto erano un’entità indivisibile. “Spesso uscivamo insieme”, ha proseguito, “frequentava molto i miei amici con i quali si era creato un gruppo. Era un grande tifoso della Roma, non si perdeva una partita. Quando uscivo io, usciva anche lui. Da solo non si muoveva mai, al massimo con un amico”. Parole che dipingono uno scenario di ordinaria serenità, un ritratto agli antipodi dell’isolamento che spesso precede gesti estremi. L’unico cruccio, ha confidato Anna ai giudici, erano le tipiche grane dell’età: “L’unica cosa che gli dava fastidio era l’apparecchio ai denti che portava e i brufoli che aveva”. Nessun cenno a crisi esistenziali, nessuna confidenza su un baratro imminente. Andrea voleva laurearsi, e voleva farlo insieme a lei. “Era felice e passava le giornate mai da solo”, ha ribadito con forza la testimone, mentre in aula, in un silenzio assordante, la famiglia Prospero ascoltava immobile ogni singola sillaba.
Eppure, oltre la porta di quella stanza del centro storico di Perugia, lontano dallo sguardo protettivo della sorella, si consumava una verità parallela e agghiacciante. Una verità che non sta nel racconto di Anna, ma nei file recuperati dagli investigatori. Perché se il volto di Andrea mostrato in aula è quello di un diciannovenne con la vita davanti, le chat estratte dal suo telefono raccontano la cronaca di una morte annunciata e, secondo l’accusa, orchestrata da remoto.
L'imputato 19enne, stando alla ricostruzione della Procura di Perugia, non fu uno spettatore passivo. Nelle conversazioni emergono messaggi inequivocabili che incitavano il giovane abruzzese a non fermarsi, a ingerire i farmaci che Andrea si era procurato illegalmente attraverso canali Telegram. C’è un video. Una diretta streaming in cui Volpe seguiva il gemello di Anna mentre perdeva conoscenza, vinto dal mix letale di oppiacei e vino.
L’accusa contesta al giovane romano di aver rafforzato il proposito suicidario, di aver vinto le residue esitazioni del coetaneo e, dettaglio che pesa come un macigno nel capo d’imputazione, di non aver mai allertato i soccorsi. Dopo aver appurato che Andrea non rispondeva più, in un successivo scambio con un terzo ragazzo, l’imputato avrebbe digitato una frase agghiacciante: “Stai parlando con un morto”. Nessun pentimento, nessuna chiamata al 118. Il timore, come ipotizzato dagli inquirenti, era quello di finire lui stesso nei guai con la giustizia.
Al termine della sua deposizione, Anna Prospero ha posato ancora una volta lo sguardo sull’imputato, lasciando all'aula una frase sospesa tra la rassegnazione e la ricerca ostinata di una logica impossibile: “So che a capo di tutta questa situazione sicuramente ci sarà qualcosa che sarà difficile spiegare. Sarà una lunga storia”.