Una notizia che ha trafitto come una lama la città di Terni e l'intera regione: Ilaria Sula, studentessa di appena ventidue anni, è stata uccisa. Una giovane vita stroncata con efferatezza, in uno scenario che è insieme privato e collettivo, dramma individuale e ferita sociale.
A intervenire è stata anche la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, che ha espresso il cordoglio della giunta, ma anche la necessità, urgente e concreta, di non ridursi a commemorare. "Non possiamo più permettere che ciò avvenga", ha detto. E in quella frase, secca, ci sta tutta la consapevolezza di chi sa che la violenza contro le donne è già tra noi, si muove nelle nostre case, nelle nostre città, nei nostri silenzi.
Parole che pesano come pietre, quelle della presidente Proietti, che si sofferma su una verità troppo a lungo rimossa. "Il caso di Ilaria Sula è emblematico di come il femminicidio non sia solo un atto criminale, ma un dramma che affonda le radici in dinamiche sociali e culturali ben più profonde". Una realtà che si insinua nei legami malati, nella dipendenza affettiva, in relazioni asfissianti che diventano gabbie. E in quelle gabbie, la violenza non è l'eccezione, ma la regola.
Una dinamica che interroga il nostro modello educativo, i ruoli appresi, i silenzi tollerati. Proietti parla da donna, da amministratrice, ma soprattutto da cittadina che si rifiuta di accettare questa quotidianità avvelenata.
Secondo la presidente, è dalle fondamenta della società che bisogna cominciare a scavare. Un lavoro di cesello, paziente e ostinato, per sradicare un male che troppo spesso affonda le sue radici nei meccanismi più invisibili della convivenza. "L'importanza di intervenire tempestivamente intensificando le azioni nelle scuole e nelle università, partendo dai giovani, per promuovere una cultura di rispetto e di consapevolezza". Educare alla parità significa interrompere la catena dell'indifferenza, spezzare quella trasmissione silenziosa di stereotipi che, da innocui, diventano violenti. L'obiettivo è fare della scuola, luogo della formazione per eccellenza, il primo argine alla deriva.
Non basta prevenire. Occorre accogliere, ascoltare, intervenire. Perché dietro ogni volto segnato dalla violenza c'è una storia che poteva finire diversamente, se solo qualcuno avesse teso una mano. "Oltre alla formazione nelle scuole - dice - dobbiamo rafforzare i servizi di supporto alle vittime di violenza perché è urgente che la cultura del silenzio venga spezzata, e che ogni segnale di abuso venga ascoltato e affrontato". Parole che suonano come un invito, o forse un monito: perché ogni segnale trascurato è un'occasione mancata.
E le istituzioni, oggi più che mai, devono uscire dall'autoreferenzialità per diventare presidio reale, presenza tangibile, risposta concreta.
La violenza sulle donne non è un fenomeno contingente, ma una faglia profonda che attraversa la nostra società, in silenzio, giorno dopo giorno. Non è emergenza, è sistema. "La discriminazione di genere, l'oggettivazione delle donne e la cultura della violenza non devono più trovare spazio nella nostra quotidianità. Solo un cambiamento profondo e un impegno costante delle istituzioni, dei cittadini e delle famiglie potranno contrastare efficacemente il femminicidio e garantire alle donne una vita libera da paura e violenza".
Quelle della presidente Proietti, più che parole sono proprio una vera e propria chiamata a raccolta che non risparmia nessuno: perché in ogni angolo del Paese, dietro porte chiuse e parole taciute, si può nascondere il prossimo nome da piangere. E noi, spettatori troppo spesso distratti, possiamo ancora permettercelo?