Un segretario sindacale punta una pistola a salve verso la fotocamera. È l’immagine forte, virale, con cui Claudio Nannini, segretario regionale umbro del SAP (Sindacato Autonomo di Polizia), decide di entrare nel dibattito sulla morte del 28enne ucciso a Milano-Rogoredo da un agente, ora indagato per omicidio volontario. “Oggi sono io che punto questa pistola verso l’opinione pubblica”, dice Nannini. Il messaggio è chiaro: di fronte a un’arma puntata, anche se poi si rivela innocua, non c’è tempo per distinguere. C’è solo l’istinto di sopravvivenza di chi, in una frazione di secondo, deve decidere se rivedere la propria famiglia.

La posizione del SAP Umbria sulla vicenda di Milano non vuole essere una pregiudiziale alla magistratura, ma un grido di allarme sul clima che circonda le forze dell’ordine. “Non vogliamo assolutamente sostituirci ai giudici – sostiene Nannini – ma le decisioni che si prendono in frazioni di secondo e in determinati contesti, sono figlie anche dello spirito di sopravvivenza quando si viene puntati da un’arma”. Il riferimento è alla pistola a salve che il giovane, secondo la ricostruzione, avrebbe estratto e puntato contro la pattuglia. Un oggetto, sottolinea il sindacalista, “che ha tutte le caratteristiche visive e acustiche di una pistola vera”.
Il cuore della protesta del segretario regionale SAP è l’ipotesi di reato contestata al poliziotto. “L’accusa di omicidio volontario per il collega, con il massimo rispetto per l’autorità giudiziaria, appare eccessiva, diciamo moralmente scoraggiante”, afferma senza mezzi termini Nannini. Per il sindacato, si tratta di un messaggio pericoloso che rischia di paralizzare gli agenti nel momento del pericolo, minando alla base il principio di legittima difesa.
La riflessione di Nannini parte dall’esperienza sul campo, dai contesti ad alto rischio dove il pericolo è concreto. “Quando ti puntano una pistola è impossibile sapere nell’immediatezza se sia ‘a salve’ o vera. E se qualcuno ci addita come ‘assassini’, deve avere la stessa coerenza nel chiedere alle autorità di disarmarci”. Una dichiarazione che tocca un nervo scoperto nel dibattito pubblico sulla sicurezza.
Il ragionamento del SAP Umbria scava nella psicologia dell’intervento d’emergenza. “L’addestramento serve proprio a questo. Quando si viene minacciati da una persona armata di pistola è nostro diritto avere la possibilità di tornare a casa dalle persone che amiamo”, spiega Nannini. Il sindacalista ricorda contesti ad alto rischio, come le zone di spaccio, per sottolineare come il livello di allerta sia costantemente elevato.
La vicenda di Milano, dunque, diventa il caso simbolo di un dilemma antico. La pistola a salve, in quell’attimo indefinibile, è indistinguibile da un’arma letale. “A posteriori si parla di pistola a salve – evidenzia Nannini –, ma con caratteristiche visive e acustiche identiche a un’arma vera”. Per il sindacato, chiedere a un agente di attendere per verificare, mentre un’arma è puntata contro di lui, significa chiedere l’impossibile.
Conclude Nannini, rivolgendosi idealmente all’agente indagato a Milano: “Al collega di Milano esprimo tutta la mia personale vicinanza, comprendo la sua sofferenza e voglio dirgli che è un figlio della grande famiglia della polizia di Stato. E un figlio non si abbandona mai”. Una chiusura che è un abbraccio corporativo e un monito: la linea tra il dovere e la tragedia, a volte, è più sottile di quanto si creda.
L’intervento del sindacalista giunge in un momento in cui, parallelamente, il SAP Umbria esprime soddisfazione per un altro fatto: la recente promozione del Vice Questore Marco Colurci alla qualifica di Primo Dirigente della Polizia di Stato. “Un riconoscimento meritato, che premia competenza, senso delle istituzioni e dedizione costante al servizio”, commenta Nannini, nell’evidenziare il duplice registro del suo ruolo: da un lato il sostegno alla carriera dei colleghi, dall’altro la difesa senza riserve di chi si trova ad operare nelle situazioni più critiche.