02 Apr, 2026 - 14:30

Perugia, setta dell’alchimia: restano in carcere i tre indagati, emergono nuovi dettagli inquietanti

 Perugia, setta dell’alchimia: restano in carcere i tre indagati, emergono nuovi dettagli inquietanti

Restano in carcere i tre principali indagati nell’inchiesta sulla presunta setta attiva tra Umbria e altre regioni.

La decisione è stata presa dai giudici competenti che hanno accolto la richiesta della pubblico ministero Laura Reale, confermando la misura cautelare del fermo di indiziato di delitto eseguito nei giorni scorsi dalla Squadra Mobile di Perugia.

Per Alfredo Mangone e Tatiana Ionel si è espressa la giudice per le indagini preliminari di Perugia, Valeria Casciello, mentre per Antonio Accomando, trasferito nel carcere di Poggioreale, la decisione è stata assunta da un giudice di Napoli.

Secondo quanto emerso, il quadro cautelare è stato ritenuto solido, in particolare per la presenza di un concreto rischio di fuga e per la possibilità che gli indagati potessero sottrarsi alla giustizia.

Il quadro accusatorio si rafforza

Nel frattempo, dalle carte dell’indagine stanno emergendo nuovi elementi che contribuiscono a delineare un contesto sempre più complesso e inquietante.

Le testimonianze raccolte dagli inquirenti, in particolare quelle di ex aderenti al gruppo, descrivono un sistema caratterizzato da pratiche coercitive e rituali considerati estremi.

Secondo quanto riportato negli atti, alcune donne avrebbero riferito di essere state indotte a intrattenere relazioni con specifici membri della setta, nell’ambito di un contesto che avrebbe esercitato una forte pressione psicologica sugli adepti.

I racconti sugli strani rituali

Tra gli episodi più particolari emersi dalle indagini vi sono quelli legati a presunte pratiche rituali. Una delle testimoni avrebbe spiegato che una donna, indicata come dottoressa, effettuava prelievi di sangue sugli aderenti al gruppo.

Il sangue raccolto, sempre secondo il racconto riportato negli atti, veniva conservato insieme ad alcol e ad alcune erbe, tra cui la melissa, per essere successivamente trasformato in una miscela da assumere nel tempo. Tale pratica veniva presentata come un mezzo per purificare il corpo e liberarlo da influenze negative legate alla propria storia familiare.

Questi elementi, se confermati, delineano un contesto in cui credenze spirituali e pratiche rituali si intrecciavano con dinamiche di forte suggestione.

Episodi di malessere e tensioni interne

Le indagini riportano anche episodi avvenuti durante alcuni viaggi del gruppo all’estero. In un caso, una partecipante avrebbe accusato un malore dopo aver ingerito una sostanza riconducibile all’ayahuasca, una bevanda di origine sudamericana nota per i suoi effetti psicotropi.

Sempre secondo gli atti, durante un successivo momento di tensione, si sarebbe verificato un episodio di forte conflitto verbale tra la stessa donna e uno dei presunti leader del gruppo.

Questi elementi contribuiscono a ricostruire un ambiente caratterizzato da situazioni potenzialmente rischiose per la salute e il benessere degli aderenti.

Il racconto di un rito nel bosco

Un’altra testimonianza descrive un rituale che si sarebbe svolto in un contesto naturale. Secondo quanto riportato, i partecipanti avrebbero preso parte a una sorta di cerimonia simbolica che prevedeva la permanenza, per alcuni minuti, all’interno di una fossa scavata nel terreno.

Il rito, sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, veniva presentato come un momento di purificazione e trasformazione personale.

Anche in questo caso, il racconto contribuisce a delineare pratiche che, pur inserite in un contesto spirituale, risultano particolarmente intense e fuori dall’ordinario.

La posizione della difesa

I legali di Alfredo Mangone e Tatiana Ionel hanno annunciato l’intenzione di presentare ricorso al Tribunale del Riesame.

Secondo la linea difensiva, l’ordinanza che ha confermato la misura cautelare si baserebbe su elementi già presenti nel fermo, senza introdurre nuovi elementi a sostegno dei gravi indizi di colpevolezza o delle esigenze cautelari.

La difesa sostiene inoltre che non vi sarebbe un’associazione a delinquere strutturata e che le dinamiche descritte non configurerebbero una reale situazione di manipolazione o soggezione psicologica.

È stato inoltre evidenziato come alcune delle persone che hanno presentato denuncia avessero in passato ruoli all’interno dell’organizzazione.

Indagini in corso e possibili sviluppi

L’inchiesta prosegue e gli investigatori stanno continuando a raccogliere elementi utili a chiarire l’effettiva natura del gruppo e le responsabilità dei singoli indagati.

Resta ora da attendere l’esito del riesame e gli sviluppi delle indagini, che potrebbero portare all’emersione di ulteriori testimonianze e dettagli.

Nel frattempo, la vicenda continua a suscitare attenzione per la complessità del quadro emerso, che intreccia aspetti giudiziari, psicologici e sociali, e che richiederà ulteriori approfondimenti nelle prossime fasi del procedimento.

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Mario Farneti
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