Un’aggressione feroce, improvvisa, al culmine di un litigio dai contorni ancora poco chiari, ma dai risvolti giudiziari pesantissimi. È quanto avvenuto lo scorso maggio in via Settevalli, una delle arterie più trafficate del capoluogo umbro, dove un uomo di 47 anni, di origine tunisina, ha aggredito un cittadino di origine marocchina colpendolo ripetutamente con una pinza di ferro. Colpi violenti, inferti con rabbia, che hanno provocato lesioni significative alla vittima, costretta a ricorrere alle cure ospedaliere e con una prognosi di 40 giorni per la completa guarigione.
A distanza di qualche settimana, la Polizia di Stato ha eseguito nei giorni scorsi un provvedimento cautelare nei confronti dell’aggressore. L’uomo è attualmente indagato per minacce di morte, detenzione di oggetti atti ad offendere e lesioni personali gravi. La gravità dell’episodio ha spinto il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Perugia ad accogliere la richiesta della Procura, disponendo l’obbligo di non avvicinarsi alla vittima e ai luoghi da essa abitualmente frequentati.
Nonostante non si tratti di una misura restrittiva in senso detentivo, il G.I.P. ha voluto ribadire la pericolosità della condotta del 47enne. L’ordinanza fissa una distanza minima di 500 metri tra l’indagato, la persona offesa e il figlio di quest’ultima. A garantire il rispetto della misura sarà un sistema di controllo elettronico che consentirà alle forze dell’ordine di monitorare in tempo reale gli spostamenti dell’uomo.
A intervenire sul posto lo scorso maggio furono gli agenti della Squadra Volante della Questura di Perugia, che dopo una tempestiva segnalazione hanno raggiunto via Settevalli e fermato il presunto aggressore. L’uomo, già noto alle forze dell’ordine, è stato immediatamente identificato e denunciato all’autorità giudiziaria.
L’oggetto utilizzato per l’aggressione, una pinza di ferro, è stato sottoposto a sequestro come prova del reato. La brutalità della scena e le ferite riportate dalla vittima hanno convinto gli investigatori a richiedere una misura cautelare stringente, motivata anche dal rischio di reiterazione del reato. La celerità con cui il G.I.P. ha accolto la richiesta rappresenta un segnale importante nella lotta alla violenza urbana.
La vicenda di via Settevalli si inserisce in un contesto cittadino sempre più segnato da episodi di violenza, anche all’interno delle mura domestiche. La scorsa settimana, infatti, un uomo di 32 anni è stato raggiunto da una misura cautelare analoga per maltrattamenti in famiglia, minacce, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate.
Secondo quanto ricostruito dalla Procura della Repubblica di Perugia, l’uomo - in preda a frequenti scatti d’ira - aveva trasformato la convivenza con i familiari in un clima di terrore quotidiano. In particolare, il 12 luglio scorso, il 32enne avrebbe tentato di sfondare la porta di casa, minacciando la cognata e il nipotino neonato con un coltello prima di barricarsi nella propria stanza. All’arrivo della Polizia, ha reagito con violenza anche contro gli agenti, procurando loro lesioni giudicate guaribili tra i 5 e i 10 giorni.
In questo caso, il G.I.P. ha disposto l’obbligo di mantenere una distanza minima di 500 metri dalle vittime, con monitoraggio elettronico tramite braccialetto. Anche qui, la tempestività dell’intervento investigativo ha impedito che la situazione degenerasse ulteriormente.
Nel nostro ordinamento giuridico, i reati contestati al 47enne tunisino sono regolati dal Codice Penale italiano e considerati di rilevante gravità, soprattutto se accompagnati da comportamenti violenti o recidivi.
Le minacce di morte rientrano nell’articolo 612 c.p., che punisce chiunque minacci un altro individuo di un male ingiusto. La pena base è fino a un anno di reclusione o una multa fino a 1.032 euro, ma può aumentare in presenza di aggravanti (come l’uso di armi o la reiterazione). Quando la minaccia è particolarmente grave o produce un concreto stato d’ansia nella vittima, il reato può assumere rilievo penale più incisivo, giustificando l’applicazione di misure cautelari.
La detenzione di oggetti atti ad offendere, come una pinza di ferro usata come arma, non è di per sé reato se l’oggetto è custodito in modo innocuo, ma diventa reato nel momento in cui viene utilizzato per minacciare o aggredire, configurando la fattispecie prevista dagli articoli 4 e 5 della Legge 110/1975 sul porto abusivo di armi e strumenti atti ad offendere.
Le lesioni personali gravi, invece, sono disciplinate dall’articolo 582 e 583 c.p.. Quando le lesioni comportano una prognosi superiore ai 20 giorni, come nel caso perugino, si entra nell’ambito delle “lesioni gravi”, che prevedono la reclusione da tre a sette anni. Se l’autore utilizza un oggetto contundente o agisce con crudeltà, si possono configurare ulteriori aggravanti.
Infine, la misura cautelare del divieto di avvicinamento, prevista dagli articoli 282-bis e 282-ter del codice di procedura penale, rappresenta uno strumento volto a proteggere la persona offesa e prevenire ulteriori episodi. Il controllo elettronico mediante braccialetto è una delle innovazioni più recenti introdotte per rafforzare l’efficacia delle misure preventive, senza dover necessariamente ricorrere alla detenzione in carcere.