07 Apr, 2026 - 15:35

Collasso ferroviario Terni-Roma, pendolari in rivolta: “Servizio indegno, ritardi cronici e treni fantasma. Le Regioni ora rispondano”

Collasso ferroviario Terni-Roma, pendolari in rivolta: “Servizio indegno, ritardi cronici e treni fantasma. Le Regioni ora rispondano”

Alle 6:45 del mattino, sul binario 1 Est della stazione di Terni, la realtà si ripete uguale a ieri. Il regionale per Roma Tiburtina è in ritardo di 22 minuti. Nessun annuncio vocale. Nessuna indicazione sui tabelloni. Solo il silenzio opaco di una stazione che ha imparato a non fare più domande. “Non è un disservizio, è una condanna”, racconta un pendolare che preferisce restare anonimo mentre stringe lo zaino come unico bagaglio di certezze.

Il Comitato spontaneo Vita Pendolari Terni ha rotto gli indugi. In un comunicato diffuso nella giornata di ieri, l’associazione denuncia il collasso totale dei collegamenti ferroviari tra l’Umbria meridionale e la Capitale. Non si tratta più di episodi sporadici, spiegano, ma di un deterioramento sistematico che affonda le radici in anni di disinteresse da parte di TrenitaliaRFI e del Governo. La situazione è talmente grave che l’assessore regionale umbro ai Trasporti, Francesco De Rebotti, ha compiuto un gesto finora inedito: sospendere la firma sul rinnovo dell’Accordo Quadro con il gestore ferroviario, in attesa di garanzie scritte e vincolanti.

Ma da sola, l’Umbria non basta. I pendolari lanciano un appello diretto ai presidenti e agli assessori di Lazio, Toscana e Marche - rispettivamente Francesco Rocca e Fabrizio GheraEugenio Giani e Filippo BoniFrancesco Acquaroli e Francesco Baldelli - perché rompano il silenzio e pretendano un tavolo nazionale urgente. “Non possiamo più aspettare”, scrivono dal Comitato. “È in gioco la dignità di migliaia di persone”.

Da trenta minuti a trent’anni indietro: la linea lenta che umilia il pendolare

La denuncia si fonda su dati di fatto difficilmente confutabili. Trenitalia ha progressivamente e stabilmente spostato numerose corse Roma-Umbria sulla cosiddetta “linea convenzionale” - quella lenta, per intenderci - con un aumento dei tempi di percorrenza superiore ai trenta minuti a tratta. Una scelta inizialmente giustificata con i lavori in corso, ma che è continuata ben oltre la fine degli interventi. I pendolari raccontano di binari 1 Est e 2 Est diventati ormai una prigione di ringhiera, dove i treni sostano minuti interminabili per lasciar passare i convogli Alta Velocità.

E poi c’è il capitolo tariffe. Gli abbonamenti, sottolinea il Comitato, vengono calcolati sulla percorrenza della linea direttissima (quella veloce), ma di fatto i viaggiatori vengono instradati su quella lenta. Il risultato è un costo chilometrico fuori da ogni parametro di congruità: si paga per un servizio rapido che non si riceve. “Negli anni Ottanta - ricordano dal Comitato - i tempi di percorrenza erano inferiori a quelli odierni, con abbonamenti che costavano molto meno. Siamo tornati indietro di un trentennio”.

La situazione è diventata inaccettabile anche sotto il profilo della trasparenza. I pendolari segnalano la presenza sistematica di treni fantasma: corse che compaiono negli orari, mai soppresse ufficialmente, ma che finiscono per ore intere nei depositori senza alcuna comunicazione. Nessun guasto, nessun incidente. Solo una “scomparsa silenziosa” che lascia i viaggiatori sulle banchine senza alternative.

L’effetto SNCF e l’indagine AGCM: quando la concorrenza diventa una minaccia per il pubblico

A complicare ulteriormente il quadro, arriva una decisione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) che ha dato il via libera all’assegnazione di 18 nuove tracce orarie sulla linea veloce al colosso francese SNCF. Una scelta che, secondo il Comitato Vita Pendolari, è stata presa “senza minimamente valutare le conseguenze devastanti sul trasporto pubblico locale”.

Il ragionamento è lineare ma drammatico: la rete della direttissima è già satura. Assegnare nuove tracce a un operatore commerciale significa sottrarre spazio ai treni regionali e interregionali, con conseguente aumento dei ritardi, delle soste forzate e delle retrocessioni sulla linea lenta. “Le nuove tracce - tuonano i pendolari - andrebbero semmai sottratte ai servizi a mercato, non al trasporto pubblico di chi ogni giorno si sveglia alle cinque per andare a lavorare”.

Proprio su questo fronte, l’AGCM ha aperto un’istruttoria per verificare eventuali distorsioni concorrenziali nell’assegnazione delle tracce. Ma per i pendolari di Terni si tratta di un intervento tardivo e parziale. Quel che serve, ribadiscono, è una presa di posizione politica netta che rimetta al centro il diritto alla mobilità come servizio essenziale, e non come merce da scambiare sul mercato.

L’appello finale è diretto e senza retorica. Il Comitato chiede che ai tavoli di crisi vengano coinvolti non solo i vertici regionali, ma anche FAT (Federazione Associazioni pendolari Trenitalia), i Comuni interessati e le Province“Terni è una città che ha già pagato un prezzo altissimo in termini economici e sociali - si legge nel documento -. Non possiamo accettare che il silenzio politico diventi l’unica risposta a un’emergenza quotidiana”.

L’assessore De Rebotti ha già mostrato che un’altra strada è possibile: la sospensione dell’accordo con Trenitalia è un atto di coraggio amministrativo che pochi avevano avuto prima. Ma senza il sostegno compatto delle altre Regioni coinvolte, resta un’isola in un mare di indifferenza. I pendolari, dal canto loro, non hanno intenzione di aspettare oltre. “O si muove tutto il sistema - concludono - o saremo noi a fermare i treni. Non con la violenza, ma con l’evidenza dei fatti. Ogni giorno, su ogni binardo”.

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Federico Zacaglioni
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