Il Partito Democratico umbro perde uno dei suoi dirigenti più esperti e riconoscibili. Fabio Paparelli, ex assessore e già vicepresidente della Regione Umbria, non rinnoverà la tessera e lascia ufficialmente i Dem. Una scelta maturata in mesi di riflessione e ora resa pubblica con parole nette, che fotografano una crisi politica prima ancora che organizzativa: perdita del profilo riformista, appiattimento su posizioni massimaliste e una gestione dei congressi definita senza giri di parole “kafkiana”.
La decisione è stata formalizzata con una lettera inviata martedì ai segretari del circolo PD Terni centro e dell’Unione comunale, e per conoscenza ai livelli provinciale e regionale del partito. A chiarire il senso politico dello strappo è stato lo stesso Paparelli in una dichiarazione all’ANSA, che segna uno spartiacque nel dibattito interno al centrosinistra umbro.
“A livello nazionale il Pd ha perso totalmente un profilo autenticamente riformista, consegnandosi al movimentismo e all’ideologismo”, ha spiegato l’ex vicepresidente. Una diagnosi severa, che chiama in causa la linea politica nazionale e le sue ricadute sui territori.

Secondo Paparelli, il Partito Democratico non è oggi riconoscibile come forza di governo. “Siamo lontani da quello che si possa definire un profilo di governo nazionale”, osserva, sottolineando come il centrodestra, pur avendo fallito su temi chiave come sicurezza e immigrazione, continui a restare maggioranza nei sondaggi. Un dato che per l’ex assessore umbro certifica l’assenza, nel campo progressista, di una leadership chiara, di una coalizione definita e soprattutto di una visione per il Paese.
“Il centrosinistra attualmente non ha una leadership, manca una coalizione definita e anche un’idea per governare il Paese”, afferma. In questo quadro, la componente riformista del PD avrebbe scelto, secondo Paparelli, una linea di adattamento più che di contrasto. “I riformisti del Pd hanno preferito accodarsi alla cultura del ‘seggio fisso’”, è l’accusa, che colpisce al cuore il tema della selezione della classe dirigente.
Ma è sul piano locale e regionale che la critica diventa ancora più aspra. “Su base locale e regionale abbiamo assistito a congressi kafkiani”, sostiene Paparelli, citando esplicitamente gli esiti delle ultime consultazioni interne. “È diventato segretario regionale un candidato che aveva perso il congresso provinciale di Terni, e segretario provinciale di Terni un candidato che aveva perso il congresso regionale”. Un corto circuito politico che, a suo giudizio, dimostra come il partito sia governato da logiche interne autoreferenziali, prive di una reale visione politica.
“Il partito è in mano a piccoli gruppi di potere che, anche per responsabilità dei vertici nazionali, si caratterizzano per l’assenza di politica e di programmazione”, aggiunge, mettendo in discussione non singole scelte ma l’impianto complessivo.

Lo sguardo di Fabio Paparelli si concentra poi su Terni, la città da cui è partita la sua lunga carriera politica. “A livello cittadino si continua a guardare al passato più che al futuro”, osserva, denunciando l’inconsistenza del ruolo di opposizione e l’incapacità di costruire un’alternativa credibile basata su una nuova idea di città, capace di coniugare sostenibilità e modernità.
Il giudizio sulla giunta regionale a guida centrosinistra non è tranchant, ma resta critico. “Fin qui si è caratterizzata per luci ed ombre”, afferma. L’aumento dell’Irpef a inizio legislatura viene indicato come un errore politico, ma la critica più strutturale riguarda l’assenza di una vera stagione di riforme. “Se non si vuole riconsegnare il governo alle destre, questa stagione va aperta con urgenza su sanità, economia e aziende partecipate”, è l’avvertimento.
Su Terni, Paparelli parla di un progressivo decadimento economico e culturale. Richiama la scomparsa di Umbria Jazz dalla città, evento che aveva contribuito a riportare, e denuncia un generale imbarbarimento del confronto politico. “Si continua a parlare in modo inconcludente del progetto stadio-clinica, mentre restano irrisolte emergenze come il disagio sociale, la sicurezza, il lavoro e l’economia”, sottolinea, ricordando come l’Area di crisi complessa Terni-Narni sia ferma a dieci anni fa.
Il passo indietro di Paparelli ha un peso specifico anche alla luce del suo curriculum. Inizia nei primi anni Novanta come consigliere alla circoscrizione Tacito di Terni nel Psdi, passa poi al Pds-Ds, diventa consigliere provinciale e quindi assessore della Provincia di Terni. Dal 2010 entra in Giunta regionale con Catiuscia Marini, accumulando nel tempo deleghe centrali su sviluppo economico, lavoro, politiche industriali, innovazione ed energia. Nel 2019, dopo le dimissioni di Marini, assume le funzioni di presidente della Regione fino a fine legislatura.
Nella legislatura successiva è consigliere regionale di opposizione, con iniziative su sanità e infrastrutture. Un profilo politico che rende la sua uscita dal PD un segnale tutt’altro che marginale.
Il futuro, almeno nell’immediato, non sarà in politica. “Resto fedele ai valori del centrosinistra e alle stagioni più belle, quelle dell’Ulivo e della nascita del Pd di Walter Veltroni”, conclude Paparelli, rivendicando la vocazione maggioritaria e le primarie come strumenti di selezione della classe dirigente. “Con quell’approccio, gruppi di potere e correnti oggi non avrebbero avuto ragione di esistere”. Una chiusura che suona come un bilancio amaro, ma anche come un atto d’accusa destinato a pesare nel dibattito interno al PD umbro.