I numeri del nuovo ospedale di Terni sono diventati un terreno minato. Cifre che rimbalzano, stime che lievitano, accuse incrociate.
La proposta è stata evocata più volte dal sindaco di Terni Stefano Bandecchi, per utilizzarla come benchmark di costo dei lavori. 280 milioni contro i 770 delle valutazioni preventive dello studio Binini & Partners di Reggio Emilia, che ha redatto lo studio delle aree idonee per il nuovo ospedale di Terni. Ma il progetto di partnerariato pubblico-privato è diventato anche terreno di scontro politico. Da un lato chi osteggia il ricorso ai fondi privati per ragioni di convinzione ideologica (come gran parte dei partiti del centrosinistra a cominciare da AVS e M5S ma anche da una parte consistente del PD), dall’altro chi, invece, si cruccia per la mancata approvazione durante la passata legislatura regionale. Come, ad esempio, il consigliere leghista ed ex assessore regionale Enrico Melasecche. O come il candidato sindaco del centrodestra Orlando Masselli, che imputa al mancato via libera al project le recenti sconfitte elettorali della coalizione. Infine c’è chi preferisce soluzioni più "minimali" come la rigenerazione dell'esistente o più "avveniristiche" come la realizzazione di un ospedale nuovo in un'altra area, con finanziamenti ancora tutti da trovare. Ma proprio questa battaglia politica ha generato una confusione sui numeri: valore della proposta, costo complessivo dell'investimento, rata da pagare per l'Azienda ospedaliera Santa Maria ma soprattutto cosa calcolare nel quadro dei costi.
E così sulla vicenda vengono dati un po' di numeri al lotto: dai 280 milioni evocati da Bandecchi, agli oltre 800 milioni citati all'Arpa dalla governatrice Proietti, fino alla cifra monstre di 2,3 miliardi uscita in un comunicato stampa dei gruppi consiliari del Patto Avanti in Regione.
Per fare chiarezza, abbiamo parlato con Sergio Anibaldi, project manager della proposta avanzata dal raggruppamento ABP Nocivelli-Salc. Al quale abbiamo chiesto un confronto diretto sui dati ufficiali, sui passaggi amministrativi e su ciò che davvero rientra, e ciò che non rientra, nel costo dell’investimento. Il tecnico intende mettere un punto fermo nel dibattito sui numeri dell’investimento, senza entrare nel dibattito politico, per dare gli strumenti al lettore di orientarsi liberamente nel labirinto dei costi reali e di quelli evocati o generati con operazioni che mettono insieme fattori diversi.

Partiamo dall’inizio. Quando nasce e come si sviluppa la proposta di project financing per il nuovo ospedale di Terni?
“La nostra proposta di project financing dav tenere in considerazione è l’ultima presentata, all’esito di una prima verifica che si è chiusa con una determina dell’allora Direttore generale dell’Azienda ospedaliera. In quel provvedimento venivano formulati diversi rilievi, tutti espressamente definiti superabili. Rimaneva però un nodo centrale, quello della copertura della rata di canone da parte dell’Azienda ospedaliera, che non poteva sostenere il pagamento di un nuovo ospedale senza una risposta della Regione sulle coperture".
In quella fase quali furono le principali osservazioni mosse alla proposta?
“I rilievi erano legati soprattutto alla successiva trasmissione di un quadro esigenziale sanitario, redatto su impulso del direttore generale Chiarelli dell’epoca. Si trattava di un Accordo di Ricerca con il Centro TESIS del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze per “lo sviluppo di strumenti di supporto alla Direzione Sanitaria dell’Azienda Ospedaliera di Terni per l’analisi e la valutazione della proposta di progettazione dei nuovo ospedale con riferimento agli aspetti che riguardano il quadro esigenziale e il layout della struttura sanitaria”. In pratica, ci veniva chiesto di adeguarci alle nuove volontà programmatorie sulla realizzazione del nuovo ospedale, sintetizzate in quel documento, che è uno strumento cardine anche ai fini del DOCFAP e del percorso degli appalti verdi".
E voi come avete risposto?
“Ci siamo messi a totale disposizione. Dopo una delibera formale della Giunta regionale che sanciva la necessità di realizzare un nuovo ospedale di Terni e ne riconosceva il peso strategico nella sanità umbra, abbiamo ripresentato la proposta, adeguandola integralmente al quadro esigenziale sanitario e recependo i rilievi formulati".
La seconda proposta però non viene valutata positivamente dall’Azienda ospedaliera...
“Esatto. Il direttore Casciari comunicò formalmente che l’Azienda non aveva i requisiti per operare come stazione appaltante su importi superiori al milione di euro. Per questo la valutazione passò direttamente alla Regione Umbria".

La Regione a questo punto, c’era la presidente Tesei con gli assessori Coletto alla Sanità e Melasecche alle Infrastrutture, istituisce una commissione di valutazione...
“La Regione nominò una commissione composta da tecnici interni ed esterni, si trattava di un mix di esperti legali e della componente sanitaria, con il coinvolgimento della direzione sanitaria dell’ospedale di Terni. Anche in questa fase vennero formulati rilievi".
Rilievi sostanziali o formali?
“Parliamo in larga parte. Dal nostro punto di vista, di rilievi formali. Tutti recepiti e superati con una successiva integrazione finale inviata nell’agosto 2024. Non c’erano criticità strutturali gravi. Si faceva riferimento, ad esempio, a una valutazione sulle fondazioni, non impostate su palificazione ma su soluzioni alternative, tutte da approfondire secondo la commissione. Altri rilievi riguardavano l’interpretazione del Codice degli appalti, precedente al correttivo".
Può fare un esempio concreto?
“Ci veniva contestata l’assenza del computo metrico estimativo, che però nel PFTE (Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica, ndr) non era previsto, ma lo è nel progetto esecutivo. Oppure questioni legate all’area di proprietà della USL Umbria 2 da espropriare. Tutti aspetti su cui abbiamo fornito chiarimenti puntuali".
Oggi quelle riserve avrebbero ancora senso?
“No. Con le modifiche e le correzioni introdotte al Codice degli Appalti, molte di quelle osservazioni sono superate. Oggi non è più richiesto un PFTE nella forma allora contestata, ma un progetto semplificato. Quelle riserve formali, di fatto, non esisterebbero più".

Veniamo al punto più controverso. I numeri. Quanto valeva davvero la vostra proposta?
“Il dato incontrovertibile è questo. Il costo di costruzione, cioè il costo di investimento, era pari a 272 milioni di euro per i lavori, più 35 milioni per attività indirette. In questa voce ci sono dentro progettazione, direzione lavori, imprevisti, allacci, assicurazioni. Il totale è 307 milioni di euro più IVA. Questo è scritto nella proposta".
Il nuovo ospedale proposto dai privatio cosa avrebbe previsto?
“Una struttura da 600 posti letto, di cui 562 per acuti. 15 sale operatorie. 47 ascensori. Due piani di parcheggi pubblici interrati. Oltre 1.200 posti auto complessivi. Un edificio volano, prima per le fasi di cantiere e poi come parcheggio coperto per i dipendenti. Una struttura a poli, con il recupero di edifici esistenti oggetto di investimenti recenti".
Tecnologie e arredi erano compresi?
“No, e questo su richiesta esplicita della Regione e dell’ospedale. Dalla prima proposta abbiamo tolto le apparecchiature tecnologiche e gli arredi, per circa 30 milioni di euro, per recuperare gli investimenti già fatti nel tempo dall’ospedale ed evitare duplicazioni. In questi anni sono stati spesi molti soldi pubblici e l’esigenza era quella di ottimizzare gli investimenti salvaguardando l’interesse della collettività, evitando gli sprechi".
Arriviamo alla rata da rifondere in 25 anni, altro punto centrale del dibattito.
“Nel piano economico finanziario asseverato, la richiesta formale prevedeva un canone di disponibilità di circa 27 milioni di euro annui. Il pagamento sarebbe partito dal sesto anno dalla firma della convenzione. I primi cinque anni erano dedicati a progettazione, approvazioni e costruzione. Per i primi cinque anni l’ospedale non avrebbe pagato nulla".
Quanto fa il totale?
“27 milioni per 25 anni fanno circa 670 milioni di euro, comprensivi delle manutenzioni. Una cifra lontanissima dagli 800 milioni o dai 2,3 miliardi di euro di cui si è parlato".

Da dove nascono allora quelle cifre?
“Nascono da un errore macroscopico. Alla voce investimenti sono state sommate voci che non c’entrano nulla. In quel canone, ad esempio, sono già comprese la manutenzione ordinaria e straordinaria per tutta la durata dell’intervento. Non vanno aggiunti i servizi no core".
Quali sono i servizi no core?
“Energia, pulizie, mensa, lavatoio, management. Sono servizi che l’ospedale già oggi appalta all’esterno. Non fanno parte del costo di costruzione. Non possono essere sommati per gonfiare il totale. Se li sommassimo anche alle proposte alternative, il conto sarebbe addirittura più alto".
E se si confrontano quei costi con l’attuale bilancio dell’ospedale?
“Le nostre stime erano state comparate alle voci di bilancio esistenti. I costi si livellavano, pur prevedendo superfici maggiori, circa 100 posti letto in più, più sale operatorie, più ascensori, parcheggi, un edificio moderno e climatizzato. Oggi sappiamo che molte aree dell’ospedale non hanno nemmeno l’aria condizionata, devono essere refrigerate con i pinguini".
Resta la questione della sostenibilità per la Regione...
“Quella è stata l’unica riserva definita non superabile. La Regione disse che non poteva sostenere quella rata. Ma se oggi si ipotizza un’operazione con fondi Inail, comprendente anche le manutenzioni, andremmo a parlare di canoni pari al 5-6 per cento su un investimento da 600 milioni, cioè tra i 30 e i 36 milioni l’anno. Molto più dei 27 milioni della nostra proposta e con una differenza fondamentale. Con il project la proprietà dell’area e della struttura costruita resta pubblica. Finanziando l’intervento con fondi Inail no. La struttura diventa patrimonio dell’istituto assicurativo e va poi riscattata alla fine dei 25 anni o rifinanziata per altri 15 anni. E’ l’Inail a mettere a contratto il valore finale di disinvistimento, che deve remunerare ulteriormente il capitale investito".

Lei insiste molto sulla necessità di valutazioni omogenee. Cosa intende in concreto.
“In questa fase è fondamentale confrontare le stesse cose. Oggi invece si mettono a raffronto elementi che non sono omogenei. Il Codice degli appalti prevede strumenti chiari. Il primo è il DOCFAP, che deve essere redatto all’esito di un quadro esigenziale, che noi considerammo e che oggi non c’è. Quel quadro esigenziale oggi è sparito dal dibattito pubblico, e questo è un problema serio".
Si riferisce anche ai valori circolati dopo lo studio sulle aree idonee di Binini & Partners?
“Certo. Nelle valutazioni che sono state presentate non viene mai menzionato il quadro esigenziale sanitario. Eppure è un elemento prodromico, indispensabile per poter redigere correttamente il DOCFAP. Senza quel passaggio, il confronto perde solidità tecnica e amministrativa. Oggi ci si confronta su dati arbitrari: il costo medio a posto letto oppure a metro quadro. Non un valore chiaro rispetto a un piano delle esigenze sanitarie derivante dalla programmazione delle fuznioni dell’ospedale di Terni".
Dove sta, secondo lei, la principale asimmetria tra le opzioni oggi in campo?
“Noi abbiamo presentato un progetto di fattibilità tecnico economica completo. Con costi definiti, tempi certi e coperture finanziarie private. La nostra proposta non viene messa a confronto con un progetto, ma con valutazioni preventive, ipotesi, stime. Non è un confronto tra pari. Così si può dire tutto e il contrario di tutto".
Anche sul tema dei tempi e delle risorse?
“Ma certo. Noi prevedevamo una realizzazione in cinque anni, con fondi interamente privati che sarebbero rientrati attraverso un canone di disponibilità. Dall’altra parte si parla di tempi più lunghi, di costi più elevati e di coperture tutte da definire. Per serietà istituzionale servono valutazioni omogenee. Stesse procedure. Stessi orizzonti temporali. Stesse voci di costo. Stesso livello di progettazione. Solo così si può decidere davvero con consapevolezza e discernimento".
In conclusione, cosa resta di questa vicenda?
“Resta che le carte parlano chiaro. Tutti i rilievi sono stati superati. Le cifre sono documentate. Molte ricostruzioni circolate non sono veritiere. La discussione politica è legittima. Ma sui numeri serve rigore. Altrimenti si fa solo confusione".