Domani il dossier più sensibile della sanità umbra torna sul tavolo politico. In terza commissione consiliare è atteso il confronto tra la presidente della Regione Umbria Stefania Proietti, i commissari di Palazzo Cesaroni e i capigruppo del Consiglio comunale di Terni, chiamati a misurarsi sul futuro del nuovo ospedale e, soprattutto, sulla frattura ormai evidente tra l’ipotesi regionale di delocalizzazione e la linea, ampia e trasversale, che in città spinge per la costruzione della nuova struttura a Colle Obito. Un passaggio politico che arriva dopo settimane di tensioni, segnali incrociati e iniziative regionali giudicate, da più parti, come un tentativo di rimettere in mano alla Regione una partita che il Comune rivendica come propria per competenze urbanistiche e autorizzative.
Per Alternativa Popolare, il movimento del sindaco Stefano Bandecchi, saranno presenti la presidente del Consiglio comunale Sara Francescangeli, che coordina la conferenza dei capigruppo, e il dottor Massimo Francucci, guida del gruppo consiliare. In audizione anche Fratelli d’Italia con Roberto Pastura, Forza Italia con Francesco Maria Ferranti (che è anche vicepresidente della Provincia), la Lista Terni Masselli Sindaco con Valdimiro Orsini, il Gruppo Misto con Roberta Trippini, il Movimento 5 Stelle con Claudio Fiorelli e Pierluigi Spinelli dl Partito Democratico. Un quadro che fotografa una maggioranza larga e composita dei capigruppo consiliari, orientata a difendere l’opzione Colle Obito e a respingere una gestione ritenuta troppo centralistica da parte di Palazzo Donini.
La Regione, infatti, ha scelto la strada del "ghe pensi mi". La miccia politica si è accesa quando ha deciso di far affidare all’Azienda ospedaliera di Terni, in maniera giudicata irrituale, uno studio sulle aree idonee, commissionato allo studio Binini di Reggio Emilia. Uno studio presentato con una conferenza stampa regionale, senza il coinvolgimento formale delle istituzioni locali, e poi portato in discussione proprio in terza commissione, entrando nel merito di aree, costi e modalità di finanziamento.
Un passaggio letto a Terni come l’avvio di una strategia accentratrice da parte della presidente Proietti che - secondo Palazzo Spada - starebbe cercando di far passare una scelta politica quella di voler portare altrove l'ospedale, come una opzione tecnica. Scartando a priori l'opzione Colle Obito con l’obiettivo di ridimensionare il ruolo del sindaco dopo una fase iniziale di confronto diretto tra Bandecchi e la stessa presidente Proietti.
In questo contesto si inserisce anche l’indiscrezione, rilanciata oggi dall’edizione ternana de Il Messaggero, sull’ipotesi di inserire il nuovo ospedale tra i progetti strategici della ZES, la Zona economica speciale, per sostenere una possibile localizzazione a Campitello, l’area indicata in verde dallo studio Binini. Una scelta che ha immediatamente sollevato perplessità tecniche e politiche, legate alla congestione viaria di Rivo-Campitello e alla carenza di infrastrutture di servizio, ma soprattutto alla forzatura giuridica che comporterebbe l’uso dello strumento delle autorizzazioni semplificate ZES per un ospedale pubblico.
La ZES, infatti, consente il ricorso all’Autorizzazione Unica regionale, capace di operare in variante agli strumenti urbanistici e di pianificazione territoriale, integrando VIA, AUA e permessi edilizi in un unico procedimento semplificato. Una leva potente, tutta regionale. Ma le linee operative dello Sportello ZES parlano chiaro: l’ambito è quello degli insediamenti industriali, produttivi e logistici, dei progetti di investimento con una forte connotazione di attività d’impresa.
Inserire un ospedale pubblico in questo perimetro significherebbe trasformarlo, almeno sulla carta, in un’infrastruttura abilitante per il sistema produttivo, dotata di business plan, impatto occupazionale e modello gestionale a rilevanza economica. Insomma, i più maliziosi arrivano a dire che sia cominciata la corsa agli interessi immobiliari legati alle aree in lizza.
Ma se ci si ferma agli aspetti politici, l'indiscrezione nei corridoi istituzionali, viene definita senza troppi giri di parole come un esercizio di diritto creativo, utile più a marcare il territorio e a esercitare pressione politica sul Comune di Terni che a risolvere il nodo della localizzazione. Un punto sul quale il sindaco Bandecchi è stato netto in più occasioni, ribadendo che pianificazione urbanistica e autorizzazioni edilizie restano competenze del Comune.
A difendere il percorso istituzionale è il presidente della terza commissione Luca Simonetti (M5S), che in una nota ha ricordato come “con l’audizione convocata per lunedì 2 febbraio 2026 alle ore 12 a Terni, presso gli uffici dell’Arpa, prosegue un percorso serio, condiviso e strutturato sul nuovo ospedale di Terni, fortemente voluto dalla presidente Stefania Proietti e dall’assessore Francesco De Rebotti”. Simonetti ha ripercorso le tappe, dalla presentazione delle aree il 20 dicembre all’avvio delle audizioni il 9 gennaio.
Nella seduta del 14 gennaio, ha spiegato, la commissione ha accolto formalmente la richiesta di audizione dei capigruppo comunali, “in un approccio istituzionale, responsabile e orientato alla condivisione delle scelte”. L’obiettivo dichiarato è approfondire criteri definitivi, sviluppi operativi e cronoprogramma, perché “una decisione così strategica per il futuro della sanità ternana deve essere affrontata in modo istituzionale, trasparente e condiviso”.
Sul fondo, però, si muovono anche partite diverse. Come quella territoriale e quelle legate alle possibili candidature per il dopo Bandecchi. Ad esempio è riemersa la proposta di localizzare a Terni un IRCCS. L'idea era nata negli anni della giunta Lorenzetti (Riommi assessore alla sanità) per cercare di bypassare il problema della deroga ministeriale per il DEA di II livello e poi rilanciata all'inizio del mandato della giunta Tesei dall'ex assessore alla sanità Coletto (Lega).
Ora è stata ripresa dall'ex sindaco Leonardo Latini, passato dalla Lega - che non lo aveva ricandidato - a Fratelli d'Italia e partito per una lunga ricorsa al ruolo di candidato in pectore del centrodestra per fare un altro giro di valzer a Palazzo Spada. Latini, da settimane, ha cominciato a lanciare su Facebook le "proprie" soluzioni ai problemi del territorio ternano rispetto alla gestione regionale, a cominciare da Stadio-Clinica, nato proprio durante la sua sindacatura.
Nel Piano socio-sanitario regionale 2025-2030, la Regione Umbria sta disegnando una riconfigurazione della rete ospedaliera che include la proposta di un IRCCS con focus su ematologia e oncologia, in collaborazione con l’Università di Perugia, dentro una visione di medicina di precisione e approccio One Health. Un’idea che ha radici lontane, rilanciata più volte negli anni, oggi tornata d’attualità.
L’impressione, diffusa a Terni, è che questa volta Perugia possa fare il pieno: azienda ospedaliera, rafforzamento universitario e istituto di ricovero e cura a carattere scientifico finanziato dallo Stato. Un equilibrio che rischia di lasciare Terni in posizione subalterna.
A questo si aggiunge il timore, sempre più esplicito, che i tempi lunghi scelti dalla Regione incidano sul destino stesso dell’Azienda ospedaliera ternana, già in difficoltà sulla mobilità attiva, come segnalato dagli amministratori e dal collegio dei revisori. La prospettiva della nascita dell’ospedale Narni-Amelia - sostenuto da interessi territoriali e bacini elettorali trasversali -, prima dell’hub di Terni, viene letta come un ulteriore fattore di indebolimento per la struttura più vecchia a livello immobiliare sanitario dell’Umbria.
Infine c'è il tasto sul quale Bandecchi batte da settimane. Quello che il progetto presentato a suo tempo dal raggruppamento di imprese ABP Nocivelli e Salc da 540 posti letto con un parcheggio multipiano per servire la struttura e 17 nuove sale operatorie, sarebbe costato alla collettività 230-280 milioni di euro in luogo dei 600-770 prospettati dalla Regione.
Dove pensa di prendere i soldi la Regione che ha già bocciato due voolte il project financing? Dall'Inail? La formula proposta dall'ente assicurativo, come hanno spiegato più volte anche i componenti del Comitato per la difesa dell'Azienda ospedaliera Santa Maria (non certo bandecchiani), sarebbe analoga a quella dei privati. Piena proprietà dell'imnmobile per 25-40 anni da parte di Inail, maxi-rata finale di riscatto (che deve dare valore all'investimento Inail), manutenzione straordinaria a carico del pubblico e costi non comprimibili con altri finanziamenti (come ad esempio i fondi statali).
Il confronto di domani, dunque, va oltre la scelta di un’area. È una prova di forza sul modello di governance della sanità regionale e sul ruolo di Terni dentro quel disegno. La battaglia, politica e istituzionale, è solo all’inizio.