18 Feb, 2026 - 19:50

Nordio a Perugia: “La magistratura resti fuori dallo scontro politico”, il dibattito sulla giustizia si riaccende

Nordio a Perugia: “La magistratura resti fuori dallo scontro politico”, il dibattito sulla giustizia si riaccende

Il rapporto tra magistratura e politica torna al centro del dibattito pubblico dopo le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervenuto a Perugia in un incontro pubblico.

Il tema è delicato e attraversa uno dei nodi più sensibili dell’ordinamento: il confine tra autonomia della funzione giudiziaria e dinamiche dello scontro politico, soprattutto in una fase segnata dal confronto referendario sulla giustizia.

Nordio ha scelto parole nette ma misurate, richiamando la necessità di preservare l’immagine di terzietà della magistratura. “La magistratura non può accodarsi alla politica in un confronto che rischia di diventare uno scontro”, ha affermato, chiarendo fin dall’inizio il senso del suo intervento. Non una presa di posizione sul merito del referendum, ma un richiamo al ruolo istituzionale di chi è chiamato ad applicare la legge.

“Magistrato si resta per sempre”

Nel suo intervento, il ministro ha ricordato anche il proprio passato professionale, sottolineando un legame che va oltre l’incarico politico attuale. “Lo dico da ex magistrato (e magistrato si resta per sempre)”, ha spiegato, rivendicando una conoscenza diretta delle dinamiche interne alla giurisdizione e delle responsabilità che ne derivano.

Da qui il confronto con il mondo della politica, che Nordio descrive come naturalmente segnato da toni aspri e da un conflitto che fa parte delle regole del gioco democratico. “Il dibattito duro tra forze politiche non scandalizza nessuno, ha osservato, ricordando anche la propria esperienza parlamentare: “In Parlamento ho sentito rivolgere a me stesso ogni tipo di accusa: è la politica, con le sue asprezze e le sue logiche, talvolta anche machiavelliche. Ma questo non può valere per la toga”.

Il punto centrale, dunque, non è negare il conflitto politico, ma evitare che esso travolga la sfera giudiziaria, che per sua natura dovrebbe restarne distinta.

Autonomia e contrappesi: il cuore dell’argomentazione

Nordio ha poi richiamato i principi che fondano la funzione giudiziaria in uno Stato di diritto. “La magistratura gode, giustamente, di autonomia, indipendenza, inamovibilità e di tutte quelle garanzie che servono a renderla libera”, ha detto. Ma a queste prerogative, secondo il ministro, deve corrispondere un equilibrio fatto di responsabilità e misura: “Ogni prerogativa ha un contrappeso: la continenza, il rispetto delle opinioni altrui e, soprattutto, il rispetto della legge. Il magistrato la legge la applica. Non la combatte”.

Qui si innesta uno dei passaggi più delicati del suo intervento, legato alle prese di posizione espresse su norme non ancora entrate in vigore. “Abbiamo invece assistito a prese di posizione durissime su norme non ancora entrate in vigore, espresse da chi, per funzione, sarà chiamato proprio ad applicarle. E questo pone un problema serio, ha osservato. Il tema non è tanto la libertà di espressione, quanto l’immagine di imparzialità che la giurisdizione deve offrire ai cittadini.

La questione della terzietà e dell’apparenza di imparzialità

Uno dei concetti chiave richiamati dal ministro è quello della terzietà, intesa non solo come qualità sostanziale, ma anche come percezione pubblica. “La terzietà del giudice non deve solo esistere: deve apparire, ha detto, toccando un punto che riguarda la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

In questo quadro, Nordio ha espresso preoccupazione per alcune iniziative e per il linguaggio adottato nel dibattito pubblico: “La costituzione di comitati per il no, le dichiarazioni politicamente connotate, il linguaggio da campagna referendaria rischiano di vulnerare l’immagine di imparzialità della magistratura. Non si tratta, nelle sue parole, di censurare il dissenso, ma di interrogarsi sulle conseguenze istituzionali di una esposizione diretta nello scontro politico.

Il rischio di una delegittimazione

Il ministro ha poi richiamato uno scenario che, a suo avviso, potrebbe risultare particolarmente problematico. “Il danno sarebbe ancora più evidente nel caso di vittoria del sì, perché la stessa magistratura apparirebbe delegittimata dopo aver combattuto una battaglia politica e averla persa”, ha affermato. È un ragionamento che guarda agli effetti nel tempo, al di là dell’esito contingente del referendum, e che pone l’accento sulla credibilità dell’istituzione giudiziaria nel suo complesso.

Da qui l’invito conclusivo, formulato in termini semplici ma netti: “L’auspicio è semplice: la magistratura resti il più possibile estranea allo scontro politico.

Un dibattito che resta aperto

Le parole di Nordio si inseriscono in un confronto più ampio e complesso, che attraversa da anni il rapporto tra politica e giustizia in Italia. Da un lato c’è l’esigenza di tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura; dall’altro, la necessità di preservarne la percezione di neutralità agli occhi dell’opinione pubblica.

L’intervento del ministro non chiude il dibattito e non pretende di farlo. Piuttosto, richiama l’attenzione su un equilibrio delicato, che riguarda non solo le regole formali, ma anche i comportamenti e il linguaggio delle istituzioni. In una fase segnata da tensioni e da scelte importanti, il tema resta aperto: come garantire insieme libertà di espressione, rispetto dei ruoli e fiducia dei cittadini nella giustizia. È su questo terreno che, al di là delle posizioni politiche, si gioca una parte significativa della credibilità del sistema.

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Mario Farneti
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