Un’accelerazione che rompe la cronaca di una crisi annunciata e disegna, per la prima volta dopo mesi di apprensione, i contorni di una possibile via d’uscita industriale. La vertenza Moplefan di Terni cambia passo, e lo fa nel luogo che più di ogni altro ne ha scandito le tappe sofferte: la sede romana del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. L’incontro di martedì 5 maggio, presieduto dal dottor Giampietro Castano, ha consegnato ai soggetti coinvolti un elemento di novità sostanziale: l’interesse formale di un investitore finanziario disposto a mettere sul piatto circa 10 milioni di euro per partecipare al risanamento dell’azienda ternana. Una manifestazione d’interesse che non è più soltanto una voce di corridoio, ma un atto già incardinato nella procedura di composizione negoziata della crisi, con la due diligence sui conti e sugli asset aziendali che è stata avviata e ufficialmente depositata presso il Tribunale competente a cura dell’esperto della procedura.
Non siamo ancora alla stretta finale, e tutti gli attori della partita - sindacati in testa - si guardano bene dall’attribuire alla notizia il crisma della svolta risolutiva. Ma il segnale, questo sì, è stato recepito come “positivo”. Un aggettivo che ricorre, calibrato e non trionfalistico, nelle dichiarazioni delle segreterie provinciali e territoriali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil, affidate alla voce dei rispettivi segretari Stefano Ribelli, Simone Sassone e Doriana Gramaccioni. “Accogliamo con favore l’esistenza di un interesse concreto. Dopo un lungo periodo di incertezza e numerosi incontri, l’ufficializzazione di una manifestazione d’interesse rappresenta sicuramente un fattore positivo”, è la premessa da cui muovono le organizzazioni dei lavoratori.

Un cauto ottimismo, il loro, che si ancora però a una consapevolezza realistica: il vero spartiacque non sarà l’annuncio dell’investitore, ma la capacità della proprietà di tradurre quell’ingresso in “piani, industriale e commerciale, solidi”. Parole che pesano, nella loro asciuttezza, perché delimitano il perimetro entro il quale i sindacati sono pronti a misurare la credibilità del rilancio. E aggiungono: “Monitoreremo ogni passaggio e solleciteremo costantemente le parti affinché si arrivi alla ripartenza il prima possibile”. Qui non si tratta più soltanto di gestire l’emergenza - le spettanze arretrate, la cassa integrazione, i lavoratori rimasti fuori dal perimetro degli ammortizzatori - ma di costruire le condizioni per riaccendere gli impianti e ridare ossigeno a un polo produttivo la cui importanza travalica i confini dello stabilimento di Terni.
L’investimento prospettato, si diceva, è subordinato all’esito positivo della due diligence. Un passaggio tecnico, certo, ma anche il vero ago della bilancia di questa fase. L’analisi approfondita dei conti e degli asset aziendali è in corso, coordinata da advisor legali e finanziari, e secondo quanto rappresentato dalla proprietà nel corso dell’incontro al Mimit dovrebbe concludersi entro circa un mese. È all’esito di quel vaglio che potranno essere firmati i contratti per il risanamento. Un orizzonte temporale che tiene alta la tensione, perché le “tempistiche per il rilancio sono contingentate”, come sottolineano i sindacati, “e, per questo, non si deve lasciare nulla al caso”. La proprietà ha fornito rassicurazioni sulla capacità di fronteggiare gli impegni economici fino a quel momento, e ha comunicato di essere al lavoro per la registrazione del marchio storico, passaggio ritenuto fondamentale per attivare le misure di salvaguardia pubbliche e rafforzare il valore del polo produttivo. Un tassello che incrocia la partita identitaria dell’azienda e la leva della tutela occupazionale.
Nel frattempo, il fronte dei lavoratori ha già conosciuto una prima, parziale ricomposizione: tutti i dipendenti dimessi sono stati soddisfatti e anche coloro che non erano rientrati nel perimetro della cassa integrazione hanno trovato copertura. Un punto su cui l’azienda ha assicurato “massima attenzione alla protezione del personale”. Ma la priorità, per le sigle sindacali, “resta la piena tutela occupazionale e il rilancio produttivo”. E su questo terreno si giocherà la credibilità dell’intera operazione.

Dall’incontro del 5 maggio, il fronte istituzionale è uscito con la rivendicazione di un ruolo di presidio che non si è mai allentato. L’assessore allo Sviluppo economico del Comune di Terni, Gabriele Ghione, parla di “segnali positivi” e ricostruisce i passaggi: “La proprietà ha confermato di aver ottenuto l’interesse di un investitore finanziario a partecipare al risanamento aziendale. Al momento è in corso una due diligence, che si concluderà entro circa un mese, all’esito della quale potranno essere firmati i contratti per il risanamento dell’azienda”. Il Comune, assicura Ghione, “monitora con attenzione i progressi nella gestione della crisi”.
Sulla stessa linea l’assessore regionale Francesco De Rebotti, che inquadra l’appuntamento romano come “passaggio necessario” e mette l’accento sull’obiettivo comune: “poter entrare nel merito dei tempi di ingresso del nuovo investitore e della conseguente ripartenza delle attività produttive”. Un aspetto, questo, che De Rebotti definisce “decisivo per non disperdere il lavoro portato avanti finora da istituzioni e sindacati nella ricerca di una soluzione alla crisi aziendale e, soprattutto, per dare risposte concrete alle difficoltà e alle incertezze che, in questi mesi, hanno gravato in primo luogo sui lavoratori”. Parole che suonano come un monito alla proprietà e al potenziale nuovo socio: la tenuta sociale e occupazionale della vertenza non ammette rinvii sine die.
Il prossimo appuntamento è già fissato nella prima metà di giugno. Il 9, stando a quanto anticipato dalle organizzazioni sindacali. Sarà quello il momento in cui, con la due diligence presumibilmente conclusa, si potrà verificare se i dieci milioni messi sul tavolo dall’investitore finanziario si tradurranno in un impegno vincolante e, soprattutto, in un piano industriale e commerciale capace di dare orizzonte alla ripartenza. Fino ad allora, il cantiere Moplefan resta aperto, con i riflettori puntati su un percorso che ha smesso di essere soltanto emergenziale, ma che non ha ancora varcato la soglia della soluzione strutturale.