Ogni volta che un minore scompare, l’opinione pubblica tende a ridurre tutto a una formula: allontanamento volontario. Ma l’ultima puntata del programma “Scomparsi” (Canale 122 - Fatti di Nera) condotto dalla brava Valentina Melis suggerisce che questa etichetta, da sola, non spiega. E soprattutto non protegge.

Nel corso della trasmissione, dedicata ai giovani che spariscono dalle case famiglia e dai centri di accoglienza, il dibattito si è mosso tra dati, procedure e testimonianze. E a colpire, al di là delle analisi tecniche, sono state le parole del sacerdote ortodosso Corrado Puliatti, che ha scelto un registro diretto, quasi “da verbale”: pochi giri di frase, molte domande scomode.
“O il bambino non si trova bene, o c’è qualcuno che lo spinge ad andare via”, dice Puliatti. Ed è esattamente quel “qualcuno” a trasformare la cronaca in potenziale inchiesta.
Puliatti non parla da commentatore esterno. Rivendica esperienze sul campo, contatti con operatori, visione diretta delle strade dove molti minori finiscono dopo l’allontanamento.
“Chi ha in consegna questi bambini non ha solo dei minori ma il futuro di un mondo intero”, afferma.
L’accusa implicita è pesante: se un minore può sparire con tale frequenza, allora il sistema di tutela non sta reggendo. E non si tratta solo di efficienza organizzativa, ma di responsabilità giuridica e morale.
“Quel bambino all’interno della struttura qualcuno lo deve tutelare. Qualcuno ha la responsabilità morale civile di tutelare il bambino all’interno di quelle mura”.
La questione, però, è proprio qui. Le case famiglia non sono luoghi detentivi, lo ripete lo stesso programma e lo ribadisce Puliatti: non esistono muri di cinta, non esistono logiche coercitive, non esistono “celle”. Esiste un progetto educativo.
“Non stiamo parlando di una struttura coercitiva… sono comunità educative di accompagnamento”.
Ed è qui che nasce la frattura investigativa: se non è un carcere, l’uscita è possibile. Ma quanto è “monitorata”? Quanto è prevenibile? E soprattutto: chi risponde quando non è prevenuta?
Puliatti porta un dettaglio concreto, che vale come pista: la differenza tra strutture urbane e strutture “di provincia”.
In città esistono portoni e cortili, spazi più controllabili. In provincia, invece, spesso ci sono grandi aree aperte, giardini, cancelli che separano simbolicamente più che fisicamente. E poi c’è la vita quotidiana: scuola, mezzi pubblici, spostamenti.
È in questo contesto che un ragazzo può “sparire” senza spettacolo, senza rumore, senza sirene. Sparire come gesto ordinario.
Il punto più inquietante del racconto di Puliatti è quando sposta l’attenzione dal “dentro” al “dopo”.
“Ho visto tantissimi minori in giro senza fissa dimora… a Milano, a Piazzale Lotto… la sera stavo con la Polizia di Stato… bambini alle due, alle tre di notte”.
Non è solo una fotografia urbana. È un indicatore di rischio: un minore fuori tutela, in orari notturni, in zone di transito, è potenzialmente esposto a qualsiasi forma di predazione: spaccio, sfruttamento, reclutamento, violenza.
Eppure, osserva Puliatti, la domanda resta inevasa: “chi deve tutelare?”

L’inchiesta, qui, non riguarda “tutte le case famiglia”. Riguarda il sistema che dovrebbe garantire standard, vigilanza, trasparenza. E Puliatti lo dice in modo brutale: “Bisognerebbe parlarne più a lungo… ci vorrebbe più attenzione, dedizione e professionalità perché quando si tratta di minori si parla di esseri umani”.
La sua denuncia più delicata tocca un nervo scoperto: la gestione del potere dentro le strutture. Racconta di dinamiche di ricatto e vulnerabilità, soprattutto in contesti che accolgono anche donne e ragazze madri. E introduce una parola che nel dibattito pubblico viene spesso evitata: controllo.
Quando mancano controlli esterni rigorosi, quando la qualità dipende da singole persone, quando il personale è sottodimensionato o non formato, il rischio non è solo l’allontanamento del minore. È la creazione di un ecosistema dove chi è fragile può essere manipolato.
Il passaggio più “da inchiesta” resta quello iniziale: “o non si trova bene, o qualcuno lo spinge”.
Se è vero che alcuni minori fuggono per conflitti, traumi, desiderio di libertà, allora serve prevenzione educativa. Ma se è vero che in alcuni casi esiste una spinta esterna - connazionali, adulti di riferimento, reti informali, opportunità illegali - allora la questione cambia natura: diventa un problema di sicurezza e di criminalità predatoria sui minori.
E qui l’interrogativo non è più solo sociale. È istituzionale: quanto è robusto il sistema di segnalazione, ricerca, coordinamento tra strutture, forze dell’ordine, servizi sociali, magistratura minorile?
Il programma “Scomparsi” mostra una frattura che, per ora, appare irrisolta: tra il momento in cui un minore è formalmente protetto e il momento in cui diventa irreperibile, c’è un “buco” operativo.
Puliatti non propone scorciatoie. Ma pretende che il buco venga nominato, misurato, chiuso.
“Dentro quelle mura qualcuno ha responsabilità”.
E se questa responsabilità è diffusa, allora è anche più semplice che si dissolva.
Il rischio, alla fine, è che la scomparsa venga archiviata come fisiologia del sistema. Una voce statistica. Un file.
Ma la sostanza è un’altra: un minore fuori tutela non è un’anomalia. È un allarme. E finché quel “qualcuno” resterà senza volto e senza indagine, la domanda più grave continuerà a rimanere aperta: chi li aiuta a sparire, e perché?