Meno aziende, più ricchezza. È il paradosso apparente che caratterizza l’industria manifatturiera umbra nell’ultimo decennio, un settore che si è ridotto numericamente ma ha rafforzato la sua centralità economica. I dati del sistema camerale fotografano un’evoluzione strutturale: al terzo trimestre del 2025 solo l’8,8% delle imprese attive in regione opera nel manifatturiero, un calo netto rispetto a dieci anni prima. Eppure, questo ristretto gruppo di aziende produce da solo il 44% del valore aggiunto generato dall’intero universo delle società di capitale umbre. Non è il segnale di un declino, ma di una profonda metamorfosi.
Il dato che sovverte ogni narrativa di crisi è proprio quello della creazione di valore. Nonostante il calo del numero di attività, l’industria manifatturiera umbra continua a essere il vero motore della ricchezza regionale. Con quel 44% del valore aggiunto prodotto dalle società di capitale, l’Umbria si posiziona nettamente al di sopra della media italiana (35,5%) e in linea con le regioni storicamente industriali del Centro, come la Toscana (45,5%) e le Marche (49,3%). Un primato che non è un fuoco di paglia: già nel 2019, anno pre-pandemico, il peso del manifatturiero sul valore aggiunto regionale era al 45,8%. “I dati mostrano un’economia che sta cambiando assetto, non un settore che perde la propria funzione”, è la chiave di lettura proposta dagli analisti della Camera di Commercio dell’Umbria, che aggiungono: “La manifattura umbra arretra nei numeri, ma continua a svolgere un ruolo rilevante nella creazione di valore e nella qualità dell’occupazione, all’interno di un sistema economico sempre più integrato”.
Il calo c’è, ed è tangibile: tra il III trimestre 2015 e lo stesso periodo del 2025, le imprese manifatturiere sono passate da 8.108 a 6.890, un -15% che supera la flessione media nazionale (-11,2%). Tuttavia, questo processo non ha generato una debacle occupazionale. Gli addetti totali nel settore sono diminuiti solo del 3,8%, un dato migliore del -5,8% italiano. Il risultato è un’impresa media che cresce in dimensione: da 8,6 a 9,8 addetti per azienda, una crescita del +12,2% che è il doppio di quella nazionale (+6,1%).

Il segnale più strutturale e incoraggiante arriva dalla composizione dell’occupazione. Nel decennio, mentre le imprese calavano del 15%, il numero dei dipendenti non familiari è esploso, crescendo del +30,5%. Un incremento che supera persino l’ottimo dato nazionale (+26,3%) e disegna il profilo di una manifattura che sta abbandonando progressivamente la micro-dimensione artigianale e familiare per dotarsi di una struttura più solida, professionale e stabile. È la fotografia di un cambio di scala in atto.
A questo si accompagna un divario retributivo che conferma il ruolo trainante del settore. Dalle analisi sui bilanci aziendali emerge che nelle società di capitale manifatturiere umbre il costo medio annuo per addetto ammonta a 30.440 euro. Confrontandolo con la media degli altri settori dell’economia regionale (23.396 euro), il vantaggio è netto: +7.044 euro all’anno, pari a un +30,1%. Un differenziale che non è solo numerico, ma racconta di maggiore produttività, di un valore aggiunto più elevato e, in definitiva, di una migliore qualità dell’occupazione. La manifattura, insomma, paga di più perché vale di più.
Il quadro complessivo che emerge è quello di un settore in trasformazione, non in ritirata. Il calo del peso percentuale sulla ricchezza regionale (-3,9%) nell’ultimo periodo è più marcato della media italiana (-1,3%), ma riflette una tendenza che accomuna tutto il Centro Italia, con la Toscana in calo dell’8% e le Marche del -3,8%. L’Umbria naviga in questo solco, consapevole che la partita si gioca ora sulla capacità di governare il cambiamento. Come sottolineano dalla Camera di Commercio, “leggere correttamente queste dinamiche è essenziale per accompagnare le trasformazioni in atto e rafforzare la competitività complessiva del territorio”, puntando sulla dimensione d’impresa, sulle competenze e su una piena partecipazione alle transizioni digitale ed ecologica. Restarne fuori, avvertono, significherebbe rischiare progressivamente l’estinzione. I numeri dicono che la manifattura umbra, pur in un quadro di minore densità, ha ancora tutti gli strumenti per essere protagonista.