Dall'Irpinia al Venezuela, passando per la Turchia e le più importanti missioni internazionali di soccorso.
È un percorso umano e professionale segnato dai grandi terremoti quello dell'ingegner Andrea Marino, vigile del fuoco della Direzione regionale dell'Umbria, oggi impegnato nelle operazioni di ricerca e soccorso in Venezuela, dove un violento sisma ha provocato il crollo di numerosi edifici e un pesante bilancio di vittime.
In una intervista rilasciata all'agenzia ANSA, Marino ha raccontato la drammaticità dello scenario che sta vivendo sul campo, intrecciando il ricordo personale del terremoto dell'Irpinia con l'esperienza maturata nelle più complesse emergenze internazionali.

La memoria torna inevitabilmente al terremoto che nel 1980 devastò l'Irpinia. All'epoca Andrea Marino era soltanto un bambino, ma quell'esperienza è rimasta impressa nella sua memoria.
«Avevo pochi anni allora e non ho tantissimi ricordi ma la scossa principale ancora ce l'ho in mente», ha raccontato all'ANSA, ricordando una tragedia che segnò profondamente il Mezzogiorno d'Italia e che, probabilmente, ha contribuito a rafforzare quella sensibilità che oggi mette quotidianamente al servizio delle popolazioni colpite dalle calamità naturali.
Prima della missione in Sud America, l'ingegner Marino aveva preso parte anche alle operazioni di soccorso dopo il devastante terremoto che colpì la Turchia.
L'esperienza accumulata nei diversi teatri operativi gli consente oggi di confrontare situazioni che, pur presentando caratteristiche differenti, mostrano dinamiche di distruzione sorprendentemente simili.
«Le scosse interessarono un territorio più ampio», ha spiegato riferendosi al sisma turco, «mentre qui in Venezuela il territorio è più ristretto. Però gli scenari dei crolli sono analoghi».
Parole che descrivono con efficacia come, al di là della diversa estensione geografica degli eventi, la violenza di un terremoto possa produrre effetti devastanti sulle strutture e sulle comunità.

In Venezuela Andrea Marino ricopre il ruolo di vice comandante di un team altamente specializzato nella ricerca dei superstiti.
Si tratta di una delle attività più delicate e decisive durante le prime fasi dell'emergenza. Le squadre effettuano una ricognizione tecnica delle aree maggiormente colpite per individuare i punti nei quali esistono concrete possibilità che qualcuno sia ancora intrappolato sotto le macerie.
«Quando le individuiamo», ha spiegato all'ANSA, «avvertiamo il nostro personale dedicato ai soccorsi che cerca di portarli in salvo».
È un lavoro che richiede competenze tecniche elevate, grande lucidità operativa e una stretta collaborazione tra specialisti nella ricerca, unità cinofile, personale sanitario e squadre addette all'estrazione delle persone coinvolte.
Con il trascorrere delle ore, tuttavia, la corsa contro il tempo diventa sempre più difficile.
Ogni soccorritore conosce bene quella sottile linea di confine che separa la speranza dalla realtà dei dati scientifici.
«Certo più passano le ore e più diventa flebile la speranza di trovare qualcuno ancora in vita», ha osservato Marino.
Alla domanda se esistano ancora possibilità di ritrovare superstiti, la sua risposta racchiude tutto il peso emotivo del lavoro svolto dai soccorritori.
«Ci sono ancora speranze? Il cuore dice di sì ma razionalmente i dati dicono che le possibilità sono sempre di meno».
Parole che raccontano il difficile equilibrio tra il desiderio di salvare vite umane e la consapevolezza delle enormi difficoltà che caratterizzano ogni grande emergenza sismica.

L'ingegnere umbro descrive il Venezuela come uno scenario dominato da edifici completamente collassati.
«Edifici crollati e uno scenario di devastazione», così sintetizza la situazione osservata direttamente sul terreno.
Un quadro che, secondo Marino, non può essere paragonato al terremoto che colpì l'Umbria nel 2016.
«Nulla a che vedere con il terremoto che ha colpito l'Umbria nel 2016», ha spiegato all'ANSA, ricordando come in quella circostanza il territorio umbro, pur duramente colpito, non registrò vittime.
Esistono invece alcune analogie con le conseguenze osservate nelle aree marchigiane e ad Arquata del Tronto, dove il sisma provocò il collasso di numerosi edifici storici.
«Gli edifici crollati possono ricordare in qualche modo quelli di Arquata del Tronto e delle aree marchigiane. Ma qui i palazzi sono alti decine di piani e l'area colpita è molto più vasta», ha concluso.
Le sue parole restituiscono la dimensione di una tragedia che continua a impegnare squadre di soccorso provenienti da diversi Paesi e testimoniano ancora una volta il livello di preparazione e di professionalità espresso dal Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco italiani, chiamato anche nelle emergenze internazionali a mettere a disposizione competenze tecniche, esperienza operativa e una consolidata capacità di intervento nelle situazioni più complesse.