Sono 17.660. A tanto ammontano le assunzioni di lavoratori stranieri previste per il 2025 in Umbria. Un numero che, da solo, potrebbe sembrare una statistica come tante, se non fosse per il suo peso specifico sul totale: il 25,2 per cento delle nuove entrate nel mercato del lavoro regionale. Tradotto significa che, quest’anno, poco più di un contratto di lavoro su quattro verrà stipulato con un cittadino non italiano. È la fotografia scattata dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre elaborando i dati Excelsior di Unioncamere, un’istantanea che restituisce l’immagine di un’Umbria profondamente cambiata rispetto a solo otto anni fa e che, silenziosamente, sta colmando il divario con le regioni del Nord storicamente a più alta intensità di manodopera immigrata.
Il dato umbro viaggia ben sopra la media nazionale del 23,4 per cento, piazzando la regione al nono posto in Italia. Ma è la dinamica a impressionare gli analisti: tra il 2017 e il 2025 l’incremento delle assunzioni di immigrati è stato del 189,5 per cento. Un balzo che vale all’Umbria il terzo gradino del podio nazionale per crescita, dietro solo a Basilicata e Trentino-Alto Adige. In valori assoluti, si è passati da 6.100 ingressi previsti a 17.660, con un aumento di 11.560 posizioni. Numeri che, come sottolinea il Centro studi veneziano, certificano il passaggio del lavoro immigrato da "componente marginale" a "ingranaggio strutturale" del tessuto produttivo regionale.

Il lavoro immigrato non è più una variabile residuale, ma una componente ordinaria della domanda delle imprese umbre. E i numeri ci dicono che, senza questo apporto, molti comparti produttivi della regione sarebbero in seria difficoltà
Il fenomeno, lungi dall’essere omogeneo, disegna geografie diverse all’interno dei confini regionali. La provincia di Perugia si conferma il bacino principale, con 14.030 entrate di lavoratori stranieri su un totale di 54.660 assunzioni programmate. L’incidenza del 25,7 per cento è la più alta dell’Umbria e colloca il territorio al 44° posto nella graduatoria nazionale provinciale stilata dalla CGIA, in linea con molte realtà manifatturiere dinamiche del Settentrione. Un dato che riflette la complessità del tessuto economico perugino, dove la richiesta di manodopera si estende dall’industria ai servizi, dall’edilizia alla logistica.
Più contenuta nei numeri assoluti, ma ugualmente significativa, la situazione nella provincia di Terni. Qui le entrate previste di immigrati toccano quota 3.630 su 15.320 assunzioni totali, pari al 23,7 per cento. Una percentuale sostanzialmente in linea con il dato medio italiano e che, pur posizionando Terni a metà classifica (51° posto), smentisce l’idea di una congiuntura economica ternana meno dipendente dall’apporto straniero. Se il profilo industriale e logistico del ternano suggerisce un impiego massiccio nella metalmeccanica, nei trasporti e nell’edilizia, è l’intero quadro regionale a parlare di un bisogno diffuso.

L’analisi della CGIA Mestre incrocia un altro fenomeno cruciale: la cresciuta difficoltà delle imprese a trovare personale italiano. A livello nazionale, l’agricoltura è il settore dove l’incidenza di nuove assunzioni di immigrati raggiunge il picco (42,9 per cento), seguito dalla manifattura tessile-abbigliamento-calzature (41,8 per cento) e dalle costruzioni (33,6 per cento). Percentuali elevate si registrano anche nella logistica (26,7 per cento) e nel turismo-ristorazione (24,8 per cento) .
Il report della CGIA suggerisce che l’incremento del ricorso a manodopera straniera non vada letto in termini di sostituzione dei lavoratori italiani, ma come risposta a un fabbisogno specifico: si tratta spesso di posizioni poco attrattive per i residenti, per condizioni economiche, tipologia di mansioni o carattere stagionale dei contratti. Un’analisi confermata indirettamente anche dai dati della Camera di Commercio dell’Umbria, che evidenziano come a febbraio 2026 oltre la metà (51,6%) delle assunzioni programmate sia considerata di "difficile reperimento" .
A certificare la maturità del fenomeno è Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, che inquadra i numeri in una visione di sistema: “I numeri confermano che il lavoro straniero non è un fenomeno marginale, ma una componente strutturale del nostro sistema produttivo. Se quasi quattro imprese su dieci che assumono prevedono ingressi di personale immigrato e una assunzione su quattro riguarda lavoratori esteri, significa che la competitività dell’Umbria passa anche dalla capacità di attrarre e integrare competenze” .
Mencaroni, commentando i dati del Sistema Informativo Excelsior, sottolinea come la sfida si giochi sul terreno della qualità e dell’incontro tra domanda e offerta: “Allo stesso tempo, il 51,6% di profili difficili da reperire ci dice che il vero nodo è l’incontro tra domanda e offerta. La tenuta di febbraio e la flessione più contenuta rispetto al dato nazionale indicano prudenza, non arretramento. Ora serve rafforzare formazione, orientamento e politiche attive, perché in una regione che invecchia il capitale umano è la prima infrastruttura su cui investire” .
L’impatto della presenza straniera in Umbria, però, non si esaurisce sul piano della produzione e delle assunzioni. Il Rapporto 2025 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa offre una chiave di lettura ancora più ampia, calcolando che nella regione gli occupati stranieri (non solo neoassunti, ma il totale) sono circa 44 mila e generano un valore aggiunto pari a 2,4 miliardi di euro, ovvero il 10,1% del Pil regionale . Una percentuale che supera la media nazionale del 9% e che restituisce la dimensione reale del fenomeno.
Non solo. In una regione che, come il resto d’Italia, deve fare i conti con l’inverno demografico, i lavoratori immigrati rappresentano un argine allo spopolamento e un ammortizzatore sociale. Sono mediamente più giovani, versano contributi e imposte e, almeno nel breve periodo, utilizzano meno pensioni e prestazioni rispetto alla popolazione italiana più anziana. Le stime Excelsior per il periodo 2024-2028 parlano chiaro: le imprese umbre avranno bisogno di 12.200 nuovi lavoratori immigrati, pari al 23,1% del fabbisogno totale di manodopera .
Dall’edilizia alla logistica, dall’assistenza agli anziani alla ristorazione, la presenza straniera in Umbria non è più una variabile dipendente, ma un fattore produttivo endogeno. I numeri della CGIA Mestre certificano che il “modello Umbria”, tradizionalmente votato alla piccola e media impresa diffusa, ha orami interiorizzato questa dimensione. La sfida, ora, è gestire la transizione dalla quantità alla qualità, dall’accoglienza temporanea all’integrazione stabile, perché la tenuta del sistema economico e sociale, come ricordano gli imprenditori e gli analisti, passa anche da lì.