C'è una solidità che rassicura i bilanci e una fragilità che ipoteca il domani. Le imprese umbre continuano a mostrarsi capaci di tenere i conti in ordine e di reggere l'urto di crisi ormai seriali, ma quando si scava sotto la superficie dei numeri - là dove si annidano brevetti, software, marchi, competenze organizzative - emerge un ritardo che non è più soltanto una distanza dalle medie nazionali. È un indicatore di vulnerabilità strutturale, un segnale di impreparazione alla competizione fondata sulla conoscenza. L'ultimo report della Camera di Commercio dell'Umbria entra nel vivo dei bilanci delle società di capitali e restituisce una fotografia tanto nitida quanto scomoda: nel 2024 le immobilizzazioni complessive raggiungono i 17,8 miliardi di euro, il 214,9 per cento del valore aggiunto, contro il 268,6 per cento della media italiana e il 271,1 per cento della Toscana. Ma il vero scarto, quello che peserà nei prossimi anni, riguarda il capitale che non si vede: la dotazione di beni immateriali, ferma per l'Umbria al 14,7 per cento del valore aggiunto, meno di un quarto del dato nazionale, che segna il 67,6 per cento.
Non è una differenza di dettaglio. È la distanza tra competere producendo e competere innovando, tra resistere comprimendo i margini e crescere investendo su ciò che genera produttività futura. Le società di capitali rappresentano circa il 24 per cento delle quasi 78 mila imprese umbre ma producono oltre il 70 per cento del fatturato regionale - stime che arrivano al 75 per cento - e offrono quindi la prospettiva più affidabile sulla parte strutturata del sistema produttivo. Dentro i loro bilanci, la Camera ha letto la geografia concreta del capitale: 10,9 miliardi in beni materiali e appena 1,21 miliardi in beni immateriali. Impianti, macchinari, fabbricati da un lato; software, licenze, costi di sviluppo, marchi e brevetti dall'altro. La componente muscolare dell'impresa tiene, ma la componente cognitiva langue.
Separando la dotazione materiale da quella immateriale, la fotografia si fa ancora più incisiva. Sul capitale fisico l'Umbria mostra un rapporto con il valore aggiunto pari al 131 per cento, non lontanissimo dal 134 per cento nazionale, anche se distante dal 158 per cento toscano. La soglia critica si apre invece sugli intangibles, le voci che non si vedono entrando in un capannone ma che sempre di più determinano margini, produttività e capacità di tenuta. Nel 2024 gli investimenti immateriali valgono appunto il 14,7 per cento del valore aggiunto, contro il 67,6 per cento italiano, il 66,5 per cento della Toscana e il 40,2 per cento delle Marche. Se si guarda al 2023, anno meno condizionato rispetto al 2024 dal rientro della stagione eccezionale degli ammortamenti sospesi, il rapporto sale leggermente per l'Umbria ma resta drammaticamente distante: 217,6 per cento per le immobilizzazioni totali contro il 381,8 per cento nazionale.
La dinamica di medio periodo conferma la lentezza del processo. Tra il 2019 e il 2024 le immobilizzazioni immateriali delle società umbre sono cresciute in termini reali del 7,8 per cento, passando da 966,4 milioni a 1,042 miliardi di euro. Un progresso misurato, che segnala una timida consapevolezza ma nessuna accelerazione decisa verso quello che dovrebbe essere uno sviluppo fondato su digitalizzazione, ricerca e competenze organizzative. Il sistema tiene sulla parte fisica della macchina produttiva, ma fatica ad attrezzarsi sul fronte che decide la capacità di competere in mercati a più alto valore aggiunto.

Il ritardo negli investimenti non è una scelta priva di cause. Lo aveva già mostrato il Rapporto congiunturale annuale presentato il 6 marzo scorso dalla Camera di Commercio dell'Umbria, elaborato da un team guidato dal professor Andrea Cardoni dell'Università degli Studi di Perugia. Nel 2024 l'Ebitda margin della corporate regionale è pari all'8 per cento del valore della produzione, intorno ai 40 miliardi di euro. La media nazionale si attesta al 9,6 per cento, quella toscana allo stesso livello, mentre le Marche sono al 9,4 per cento. Può sembrare uno scarto contenuto - un punto e mezzo percentuale - ma è esattamente ciò che manca per alimentare un ciclo di investimenti robusti. Cardoni lo ha riassunto con una formula che non lascia scampo: "No Ebitda, no party". Senza margini sufficienti, non ci sono risorse per macchinari, software, brevetti, managerialità, ricerca, riorganizzazione dei processi. E senza questi investimenti, i margini restano compressi, in un circuito che rischia di autoalimentarsi.
Il dato sull'Ebitda margin scende sotto quella soglia che la letteratura economica considera minima per sostenere investimenti e innovazione in modo strutturale. È qui che il report della Camera di Commercio incrocia i bilanci con la strategia: la dotazione di capitale immateriale non cresce perché manca l'ossigeno della redditività, e la redditività non sale perché manca il capitale immateriale che la genera. Un meccanismo che intrappola le imprese nella competizione sui costi, esponendole alla pressione di concorrenti che invece hanno già spostato la frontiera competitiva sulla conoscenza.
Il presidente della Camera di Commercio dell'Umbria, Giorgio Mencaroni, legge i dati con la preoccupazione di chi sa che la consapevolezza è il primo passo per invertire la rotta: "Questo report conferma una convinzione che per noi è decisiva: conoscere per deliberare non è una formula rituale, ma il modo più serio per aiutare l'Umbria a scegliere. I bilanci delle società di capitali sono un patrimonio prezioso perché ci permettono di entrare nell'economia reale, vedere dove le imprese investono, dove trattengono valore e dove invece si aprono i divari. Il dato sulle immobilizzazioni immateriali è il più delicato: software, brevetti, marchi, ricerca, competenze e organizzazione non sono voci accessorie, ma la sostanza della competitività futura. L'Umbria ha imprese solide e capaci di resistere, ma oggi deve compiere un salto diverso: competere di più con conoscenza, innovazione e qualità, e meno con margini compressi".

La lettura provinciale aggiunge un ulteriore elemento di complessità. Nel 2024 le imprese di capitali della provincia di Perugia presentano immobilizzazioni pari al 227,9 per cento del valore aggiunto, mentre quelle della provincia di Terni si fermano al 161,4 per cento. Un divario che attraversa tutto il periodo 2019-2024 e che segnala una minore dotazione complessiva di capitale nel Ternano, concentrata in particolare sul versante materiale: impianti, strutture produttive, beni fisici. Tuttavia Terni mostra una maggiore reattività proprio sugli immateriali, che nel 2024 valgono il 16,8 per cento del valore aggiunto contro il 14,2 per cento di Perugia, e che nel 2023 avevano toccato il 18,5 per cento. Un segnale di dinamismo su cui vale la pena interrogarsi, perché potrebbe indicare una via di recupero proprio sul terreno della conoscenza e della digitalizzazione.
Mencaroni lo dice senza giri di parole: "La transizione digitale non è una vetrina di tecnologie: è un cambio di mentalità, di metodo e di organizzazione, che deve entrare stabilmente nei processi produttivi. Per questo la Camera continuerà ad accompagnare le imprese con dati, strumenti, formazione e misure concrete, perché la doppia transizione digitale ed ecologica diventi investimento reale". Parole che suonano come una chiamata alla responsabilità collettiva. Perché il capitale immateriale non si costruisce con un incentivo spot, né con un bando una tantum. Si costruisce con politiche industriali mirate, con un ecosistema regionale capace di sostenere ricerca, trasferimento tecnologico e managerializzazione delle imprese, con un sistema creditizio disposto a valutare gli intangibles come asset patrimoniali e non come costi a perdere. Il report camerale consegna alla politica e alle associazioni di categoria un quadro nitido. Ora tocca a loro dimostrare di saperlo usare per decidere.