21 Feb, 2026 - 12:10

Innovazione digitale in Umbria, il doppio gap delle imprese: “Non siamo fermi, ma serve un salto di qualità”

Innovazione digitale in Umbria, il doppio gap delle imprese: “Non siamo fermi, ma serve un salto di qualità”

C’è un dato che balza agli occhi e un altro che, per capire la vera salute del sistema produttivo umbro, va guardato con la lente di ingrandimento. Il primo dice che nel 2025 investe nel digitale il 67,6% delle imprese umbre attive, contro una media nazionale del 71,8%. Un gap del 5,8%, che in termini assoluti significa circa 3.500 aziende che mancano all’appello per allinearsi al resto del Paese. Ma è il secondo dato a raccontare la sfida più complessa: quando si misura l’intensità degli investimenti, cioè quante innovazioni vengono attivate insieme nei tre ambiti chiave (tecnologico, organizzativo e modelli di business), il divario con l’Italia sale drammaticamente al 9,7%. Un ritardo nella qualità della trasformazione, più che nella quantità. E se dopo la caduta del 2024 il recupero c’è stato, non è bastato a colmare una distanza che oggi preoccupa la Camera di Commercio dell’Umbria più dei numeri grezzi sulla diffusione. Perché il rischio è di innovare a compartimenti stagni, senza che la tecnologia entri davvero nel cuore dell’impresa.

I numeri arrivano dal Sistema informativo Excelsior, l’osservatorio di Unioncamere e Ministero del Lavoro che da alcuni anni monitora non solo le previsioni di assunzione ma anche la transizione digitale ed ecologica delle imprese, regione per regione. Un campione amplissimo, oltre 100mila aziende costantemente rilevate, che restituisce una fotografia dettagliata e attendibile del tessuto produttivo. A mettere in fila i dati, elaborandoli per il territorio, è stata la Camera di Commercio dell’Umbria.

L’illusione ottica del recupero: il confronto 2023-2025 

Guardare al triennio aiuta a capire la dinamica. Nel 2023 l’Umbria viaggiava quasi appaiata all’Italia: 66% di imprese attive che investivano nel digitale contro il 66,2% nazionale. Un soffio. Poi, nel 2024, la botta: la quota umbra è crollata al 61,7%, mentre l’Italia rallentava ma non arretrava. Il 2025 è stato l’anno del rimbalzo, con il ritorno al 67,6%, ma nel frattempo la media italiana è volata al 71,8%. Il risultato è che un divario pressoché nullo due anni fa si è trasformato in una voragine di quasi sei punti percentuali. Un recupero solo parziale, insomma, che lascia sul campo quella trentina di punti base di differenziale negativo.

Se si scava dentro i numeri, emergono le crepe più profonde. L’indicatore di intensità, costruito sommando le percentuali di imprese che attivano ciascuna delle 13 voci di innovazione (cinque per l’ambito tecnologico, quattro per l’organizzativo, tre per i modelli di business), fotografa un ritardo strutturale. L’Umbria non solo investe meno, ma quando lo fa tende a concentrare gli interventi su pochi fronti, senza quella capacità di integrazione tra strumenti, processi interni e mercato che fa la differenza tra un semplice acquisto e una vera trasformazione.

Tecnologia, organizzazione e mercato: dove il gap si allarga

Il confronto voce per voce è impietoso. In nessuna delle 13 aree considerate l’Umbria supera il dato italiano, e in alcune il distacco è particolarmente significativo. Nell’ambito tecnologico, l’utilizzo della realtà aumentata e virtuale a supporto dei processi produttivi coinvolge appena il 15% delle imprese umbre che hanno investito nel digitale, contro il 21% della media italiana. Un gap che parla di una manifattura ancora poco avvezza alle tecnologie immersive.

Sul fronte organizzativo, spicca il ritardo nell’adozione del lavoro agile: solo il 22% delle aziende umbre lo utilizza, contro il 27% nazionale. Un dato che racconta non solo di tecnologie, ma di modelli di gestione delle risorse umane ancora tradizionali. È però nell’ambito dei modelli di business che si registra il divario forse più preoccupante: l’utilizzo dei Big Data per analizzare i mercati si ferma al 17% in Umbria, contro il 20% dell’Italia. Significa che molte imprese innovano il prodotto o il macchinario, ma faticano a usare i dati per leggere il contesto competitivo e orientare le strategie.

Un piccolo segnale di controtendenza arriva da Terni. La provincia, che pure registra una quota di imprese innovatrici leggermente inferiore a quella di Perugia (66,7% contro 67,9%), mostra un lieve vantaggio sull’intensità degli investimenti (+0,5%) ed è l’unica area umbra a raggiungere la media nazionale in una voce specifica: la sicurezza informatica, dove il 39% delle imprese ha investito, esattamente come in Italia. Per il resto, sia Terni che Perugia restano sotto la media nazionale in tutte le altre dodici voci.

Mencaroni (Camera di Commercio): “Non basta aumentare il numero, serve profondità”

A leggere i dati con preoccupazione ma anche con la determinazione di chi deve indicare la rotta è il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni.

“Questi numeri ci dicono una cosa molto chiara: l’Umbria non è ferma, ma deve fare un salto di qualità, esordisce Mencaroni. “Non basta aumentare il numero delle imprese che investono nel digitale, bisogna rendere questi investimenti più profondi, più connessi, più capaci di cambiare davvero l’organizzazione e il modo di stare sul mercato. È lì che si gioca la competitività dei prossimi anni. Noi insistiamo da tempo su questo punto, insieme al tema della transizione ecologica, perché oggi crescita e innovazione camminano insieme. Il dato del 2025 mostra un recupero, ma anche una distanza da colmare con rapidità, visione e scelte concrete. La sfida è trasformare il ritardo in una occasione di modernizzazione diffusa del sistema produttivo umbro”.

Il riferimento alla transizione ecologica non è casuale. La stessa Camera di Commercio, attraverso i bandi come il “Doppia Transizione: Digitale e Sostenibile 2025” (che ha visto la dotazione finanziaria salire a 300mila euro per il gran numero di domande), sta spingendo affinché le imprese non vivano l’innovazione come un obbligo fine a se stesso, ma come un cambio di passo complessivo.

Il nodo delle competenze e delle infrastrutture

Il quadro umbro, per come emerge dai dati Excelsior, si inserisce in un contesto regionale che presenta luci e ombre già note. Da un lato, l’Umbria può vantare un’ottima base infrastrutturale: secondo Istat, il 99,6% delle imprese con almeno 10 addetti è connesso a Internet, un dato superiore alla media nazionale del 97,8%. La Regione ha completato uno dei piani di cablaggio più avanzati d’Italia, portando la fibra ottica in 77 comuni “a fallimento di mercato”, raggiungendo 117mila famiglie e 336 sedi pubbliche.

Dall’altro, però, permangono fragilità culturali e formative. Unioncamere rileva che solo il 14,9% delle imprese umbre ha un livello avanzato di digitalizzazione, contro il 17% italiano. E il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è un freno potente: il Sistema Excelsior segnala che il 52% delle assunzioni in Umbria richiede competenze digitali, ma oltre la metà delle imprese fatica a trovare i profili adatti. I Punti Impresa Digitale (PID) della Camera di Commercio stanno lavorando proprio su questo fronte: i dati del progetto Pid-Next, aggiornati al 2025, mostrano che il 69% delle imprese che hanno completato l’assessment Zoom 4.0 si colloca a un livello di digitalizzazione “specialista”, ma il 46% di quelle che hanno utilizzato Selfi 4.0 è ancora fermo al livello “apprendista”. Numeri che confermano la diagnosi: la volontà di innovare c’è, ma spesso si scontra con una preparazione di base ancora insufficiente.

Perugia e Terni, due province a confronto

All’interno della regione, le due province procedono sostanzialmente allineate, con differenze che gli esperti riconducono più alla diversa struttura settoriale che a reali divari di performance. Perugia mostra una maggiore incidenza di imprese che investono in digitale, Terni risponde con una lieve migliore intensità e con l’unico primato positivo nella cybersecurity. Un segnale, quest’ultimo, che potrebbe essere legato alla presenza di una struttura produttiva storicamente orientata alla grande industria e alla chimica, settori in cui la protezione dei dati e dei processi è da tempo una priorità.

Resta il dato di fondo: nel 2025, dopo la batosta del 2024, l’Umbria ha rialzato la testa. Ma per competere nei prossimi anni non basterà tornare ai livelli pre-crisi. Servirà quel “salto di qualità” invocato da Mencaroni. Perché il digitale, da solo, non crea valore. Lo crea solo quando cambia il modo di produrre, di organizzarsi e di pensare il mercato. E su questo fronte, la strada da fare è ancora tanta.

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Federico Zacaglioni
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