07 Mar, 2026 - 11:15

Imprese femminili in Umbria, il paradosso virtuoso: calano di numero ma diventano più forti

 Imprese femminili in Umbria, il paradosso virtuoso: calano di numero ma diventano più forti

881 imprese in meno, ma 185 addetti in più. Sembra un paradosso algebrico, ed invece è la fotografia più autentica di come sta cambiando, concretamente, l’imprenditoria femminile in Umbria. In vista dell’8 marzo, i dati elaborati dalla Camera di Commercio dell’Umbria consegnano un ritratto controcorrente: il tessuto produttivo “rosa” si restringe, ma al suo interno il peso specifico cresce. Le aziende guidate da donne sono oggi mediamente più strutturate, meno dipendenti dal nucleo familiare e più capaci di generare occupazione stabile. Un segnale silenzioso, ma chiarissimo, che arriva in un momento in cui il dibattito pubblico sulle pari opportunità rischia spesso di perdersi in enunciazioni di principio.

Se il numero complessivo scende - da 20.568 a 19.687 unità tra il quarto trimestre del 2019 e quello del 2025, con un calo del 4,3% più marcato della media nazionale - è dentro quel perimetro più stretto che si muove la notizia. Perché quelle 881 imprese che mancano all’appello non hanno lasciato un vuoto, ma hanno contribuito a ridisegnare un perimetro fatto di aziende più robuste. La dimensione media sale a 2,7 addetti per impresa, con un incremento del 4,8% , e il lavoro dipendente cresce a scapito di quello familiare. È qui, in questa mutazione silenziosa, che si gioca una parte del futuro economico della regione.

Tiene l’occupazione, cresce la dimensione media

Il primo dato che colpisce, scorrendo il report dell’ente camerale, è la tenuta del fronte occupazionale. A fronte di una flessione del numero di imprese, gli addetti totali passano da 33.362 a 35.637 , con una crescita del 6,8% per quanto riguarda i dipendenti non familiari. Sono numeri che raccontano una transizione: l’impresa femminile umbra smette di essere prevalentemente un rifugio per il lavoro familiare e diventa un vero motore professionale.

Parallelamente, cresce la dimensione media. Il +4,8% registrato in regione è sostanzialmente in linea con il dato nazionale, ma assume un peso specifico maggiore se letto all’interno di un contesto, come quello umbro, tradizionalmente frammentato in micro-realtà. Significa che chi resiste e resta sul mercato, lo fa con una marcia in più. Giorgio Mencaroni, Presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, non usa giri di parole: “I dati del 2025 ci consegnano un quadro che merita attenzione, perché mostrano come l’imprenditoria femminile umbra stia evolvendo verso forme mediamente più strutturate e più solide”.

La fascia 2-5 addetti è il segnale più interessante

C’è un indicatore, in particolare, che gli analisti indicano come spia del cambiamento. In Umbria, nella fascia tra 2 e 5 addetti, la quota di imprese femminili raggiunge il 24,2% , superando il 22,4% di quelle non femminili. È una soglia cruciale: è il punto in cui un’attività smette di essere un lavoro autonomo e diventa una vera e propria organizzazione. Superare quel tetto significa dotarsi di strutture, gerarchie, competenze.

È proprio in questo segmento che le imprenditrici umbre mostrano una marcia in più. Sopra i 5 addetti, il divario con la componente maschile esiste ancora, ma il terreno recuperato dal 2019 ad oggi è netto e misurabile. È il segno di una selezione naturale che premia la qualità. “Accanto a questa trasformazione - aggiunge Mencaroni - considero particolarmente prezioso il lavoro svolto dal Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio dell’Umbria, che rappresenta un punto di riferimento concreto per molte imprese guidate da donne”.

La sfida del consolidamento: meno lavoro familiare, più competitività

Il cambiamento culturale, forse il più profondo, si legge nella composizione del lavoro. Gli addetti familiari crollano del 10,8% , mentre quelli subordinati volano. È il segnale che la vecchia impresa “mamma e papà” lascia il posto a modelli più manageriali, in cui ci si affida a competenze esterne e si stabilizzano rapporti di lavoro.

Il fenomeno è ancora più marcato se si confronta con l’imprenditoria maschile: la crescita degli addetti non familiari nelle aziende femminili, in proporzione, è quasi doppia. Una tendenza che indica una maggiore apertura al mercato del lavoro e, al tempo stesso, una scommessa sulla durata. Assumere significa credere che l’impresa durerà.

Parallelamente, cresce la presenza femminile nei servizi avanzati. Se il cuore dell’imprenditoria rosa resta ancorato ai settori tradizionali - agricoltura (4.895 imprese), commercio (2.892), servizi alla persona (2.373) - la novità è l’ingresso più deciso in comparti come le attività professionali, scientifiche e tecniche (593 imprese) e la consulenza informatica (350) . Sono numeri ancora contenuti, ma che disegnano una traiettoria precisa: quella di una femminilizzazione dell’economia che non è più solo questione di numeri, ma di peso specifico e di capacità di presidiare le aree a maggior valore aggiunto.

Una trasformazione, questa, che non è ancora completa e che convive con criticità note - l’accesso al credito su tutte - ma che ha il merito di esistere. Il numero arretra, la struttura avanza. E in questa tensione, per l’Umbria, si gioca una partita decisiva.

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Federico Zacaglioni
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