27 Aug, 2025 - 10:19

Hikikomori, a Perugia un odg per contrastare il fenomeno. Elena Carolei, associazione Hikikomori Italia Genitori: "Le istituzioni possono fare molto”

Hikikomori, a Perugia un odg per contrastare il fenomeno. Elena Carolei, associazione Hikikomori Italia Genitori: "Le istituzioni possono fare molto”

A Perugia si apre il dibattito sugli hikikomori. La IV commissione del consiglio comunale ha discusso un ordine del giorno che chiede misure concrete per contrastare l’isolamento volontario di adolescenti e giovani adulti, un fenomeno sempre più diffuso anche in Umbria. Ma per comprendere davvero la portata del problema, occorre guardare dentro le famiglie che ogni giorno convivono con questa realtà. Lo abbiamo fatto attraverso la voce di Elena Carolei, presidente di Hikikomori Italia Genitori, intervistata in esclusiva da Tag24 Umbria, che da anni supporta centinaia di famiglie nel tentativo di non lasciare soli i loro ragazzi.

Il fenomeno degli hikikomori: dal Giappone all’Italia il disagio sociale cresce sempre di più

Nato in Giappone negli anni ’80, il termine hikikomori descrive chi sceglie di ritirarsi dal mondo, isolandosi in casa per mesi o anni. In Italia, secondo le stime delle associazioni, i casi sarebbero in forte aumento, soprattutto dopo la pandemia, che ha esasperato fragilità già presenti. I ragazzi coinvolti, come ci dice Elena Carolei, hanno generalmente tra i 15 e i 30 anni, ma non mancano situazioni che riguardano giovani adulti più grandi. Prevalentemente maschi, vivono un disagio profondo che li porta a percepire la società come un ambiente ostile.

"Vivono una grave difficoltà a relazionarsi con gli altri. Talmente grave che hanno paura del giudizio, vergogna magari per se stessi, per il proprio corpo, per la modalità con cui vengono visti dagli altri. E piuttosto che affrontare questa vergogna, questo giudizio, preferiscono alleggerire questa sofferenza chiudendosi in casa".

Il consigliere Riccardo Mencaglia (FdI), promotore dell’odg in consiglio a Perugia, ha ricordato come la pandemia abbia ridotto drasticamente le occasioni di socialità e reso più fragili le reti familiari ed educative. Da qui la necessità di interventi locali, come sportelli dedicati, mappature del fenomeno e percorsi di formazione per insegnanti e operatori.

La voce delle famiglie: “Una sofferenza che si cronicizza”

Dietro le cifre, però, ci sono storie dolorose. Elena Carolei racconta: “I ragazzi si ritirano per motivi che i genitori spesso non riescono a comprendere. Li vedono sempre al telefono e pensano che la colpa sia del cellulare. All’inizio quella che sembrava una soluzione, in realtà porta sofferenza anche a loro e il rientro nella società diventa difficilissimo”.

Il percorso dell’isolamento, spiega Carolei, può peggiorare con il tempo: "Ci sono diversi gradi, inizialmente il ritiro magari è saltuario e leggero, poi iniziano a lasciare la scuola e il lavoro, chiudono la porta non parlano più con la famiglia. Molti stanno anche tutto il giorno nel letto e non fanno neanche più niente al cellulare”. Una dinamica che genera incomprensioni, conflitti e soprattutto molto dolore.

Il ruolo dei genitori di hikikomori e delle associazioni come quella di Elena Carolei

L’associazione Hikikomori Italia Genitori, di cui Carolei è presidente, conta oggi circa 4500 famiglie in contatto. In Umbria opera attraverso gruppi di auto mutuo aiuto supervisionati da psicologi, che si incontrano mensilmente per condividere esperienze e strategie. “Le famiglie possono fare molto" – spiega – "ma serve consapevolezza. Se un genitore pensa che il figlio sia pigro e lo punisce, peggiora la situazione. Occorre capire la sofferenza e lavorare su quella, anche se è moltodifficile”.

L’obiettivo, chiarisce Carolei, è fornire strumenti concreti ai genitori, perché sono spesso gli unici adulti a poter avere accesso diretto ai ragazzi. Ma non tutti hanno le risorse, culturali e non solo, o la preparazione per affrontare un fenomeno così complesso. Per questo le istituzioni dovrebbero assumere un ruolo più attivo, favorendo percorsi di formazione, sensibilizzazione e supporto.

"Le istituzioni potrebbero intervenire, ci vuole sicuramente formazione sul tema perché è molto difficile capirne le cause e se non si capiscono le cause anche soluzioni non sono adatte".

Scuola e istituzioni: cosa si può fare in concreto

Il nodo cruciale resta la prevenzione. “Se gli insegnanti capissero come intercettare in tempo il fenomeno, i primi segnali, come fare in classe per coinvolgere i ragazzi senza che si sentano gli occhi addosso (e quindi si arrivi all’effetto contrario)" – sottolinea Carolei – "È importante formare docenti e assistenti sociali, spiegare loro prima di tutto cosa non fare e poi come intervenire”.

La proposta discussa a Perugia va proprio in questa direzione: creare sportelli comunali dedicati, istituire tavoli permanenti sul disagio giovanile post-Covid, sperimentare progetti di educativa domiciliare. Un impegno che l’amministrazione comunale sembra voler portare avanti, anche in collaborazione con Asl, scuole e associazioni.

Hikikomori a Perugia e in Umbria: informazioni utili

Il fenomeno degli hikikomori è un problema sommerso ma reale, che non può essere liquidato come capriccio o pigrizia. È un tema che chiama in causa genitori, insegnanti, istituzioni e comunità intera. La referente per l’Umbria dell'associazione Hikikomori Italia Genitori, Lorena Fabi, resta un punto di contatto per chiunque voglia chiedere aiuto (umbria@hikikomoriitalia.it).

L’auspicio, come ribadisce Carolei, è che “con formazione e consapevolezza si possa invertire la rotta”. Perché dietro ogni porta chiusa c’è un giovane che cerca di difendersi dal mondo, e una famiglia che aspetta di poterlo riabbracciare.

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Giorgia Sdei
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