È un Gubbio che, numeri alla mano, ha imboccato la strada giusta. Dopo un avvio di stagione tormentato e un periodo nero sotto il profilo dei risultati, gli eugubini hanno rialzato la testa. Da gennaio a oggi il bilancio parla chiaro: due pareggi, quattro vittorie e una sola sconfitta. Un ruolino che ha permesso agli umbri di allontanarsi dalla zona playout e di assestarsi al nono posto, penultima piazza utile per i playoff, a quota 33 punti.
Dietro, però, la classifica resta corta: Vis Pesaro, Guidonia e Livorno inseguono a 31, il Forlì è a 30. Il margine è minimo, e ogni passo falso può rimescolare le carte. L’ultimo turno ha portato un pareggio sul campo del Pontedera, fanalino di coda, in una gara condizionata da diverse assenze: fuori per infortunio La Mantia, Di Massimo e Carraro, con Saber fermato dalla squalifica. Non il contesto ideale, insomma. E ora, al Barbetti, arriverà la capolista Arezzo: banco di prova vero per capire ambizioni e limiti.
Se l’obiettivo primario resta la salvezza - sette punti nelle prossime undici gare significherebbero permanenza quasi certa - il Gubbio deve interrogarsi su cosa vuole diventare da grande. Perché la classifica oggi sorride, ma il gioco continua a lasciare interrogativi.
In questa fase del campionato fare punti era fondamentale. E il Gubbio li ha fatti. Ma dietro ai risultati positivi emergono criticità evidenti, soprattutto nella fase di possesso. I numeri sono impietosi: 21 gol segnati, peggior attacco del campionato insieme al Pontedera. Un dato che stride con la qualità della rosa.
La squadra di Mimmo Di Carlo ha costruito la propria risalita soprattutto sulla fase senza palla: compattezza, linee strette, attenzione difensiva e capacità di sfruttare gli errori altrui. Anche nell’ultima gara contro il Pontedera il copione è stato chiaro. Vantaggio immediato con Varone, poi gestione attendista e pallino lasciato agli avversari. Nella ripresa Faggi ha trovato il pari e i toscani hanno più volte sfiorato il sorpasso. Solo nel finale, ancora con Varone, il Gubbio ha avuto la chance per il colpo grosso, sventata dal portiere di casa.
Il problema è strutturale. La manovra, soprattutto dal centrocampo in su, fatica a decollare. Troppo spesso si cerca la verticalizzazione immediata, saltando il palleggio e rinunciando a costruire superiorità posizionale. Non è una questione di modulo - il 3-5-2 è stato il marchio di fabbrica per tutta la stagione - ma di atteggiamento e di identità. Il Gubbio raramente gestisce il ritmo o controlla il possesso: preferisce aspettare e colpire.
Contro Campobasso e Vis Pesaro questa strategia ha pagato: cinismo nel capitalizzare errori grossolani delle difese avversarie. Ma affidarsi sistematicamente agli episodi significa camminare su un filo sottile. Quando l’episodio non arriva, emergono le difficoltà.
La struttura offensiva non riesce a valorizzare appieno giocatori di qualità. Con un attaccante come La Mantia, il cross dal fondo dovrebbe essere un’arma primaria. Eppure la maggior parte dei traversoni arriva dalla trequarti, più facile da leggere per le difese. Le sovrapposizioni sugli esterni sono sporadiche, le triangolazioni strette per liberare spazio alle spalle dei centrali quasi assenti.
Anche il gioco corto, che potrebbe esaltare elementi come Di Massimo, Mastropietro o lo stesso Varone, si vede a intermittenza. Il centrocampo raramente accompagna l’azione con inserimenti coordinati. Il risultato è un possesso sterile o addirittura rinunciato.È come se il Gubbio non avesse mai davvero il destino tra le proprie mani, ma si affidasse agli errori altrui. Una squadra reattiva, più che propositiva. E questo, sul lungo periodo, può diventare un limite.
Il pubblico del Barbetti lo percepisce. La scarsa affluenza è un segnale: non è solo una questione di risultati, ma di identità e di coinvolgimento emotivo. Il calcio visto quest’anno raramente ha acceso l’entusiasmo. La prudenza ha spesso prevalso sul coraggio.
I numeri raccontano di una squadra in crescita, capace di reagire nei momenti difficili. Ma per trasformare una stagione da sufficiente a memorabile serve un salto di qualità nel gioco. Serve un telaio quando il pallone è tra i piedi dei rossoblù. Serve il coraggio di comandare, non solo di resistere. La missione immediata resta chiara: quei sette punti per blindare la categoria. Poi sarà tempo di bilanci. La società dovrà riflettere su progetto tecnico, identità e prospettive.