Un nuovo, inquietante episodio di violenza domestica scuote l’Umbria e riaccende i riflettori su un fenomeno che continua a destare preoccupazione. L’ultimo caso arriva da Gubbio, dove un uomo di 40 anni è stato raggiunto da un’ordinanza di misura cautelare personale eseguita dai Carabinieri della locale Stazione. Le accuse sono pesantissime: per oltre un anno avrebbe vessato e intimorito la moglie e lo stesso padre settantacinquenne, con episodi culminati in aggressioni fisiche e minacce gravi, consumate persino davanti al figlio minore.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il quarantenne non si sarebbe fermato nemmeno davanti ai legami familiari più stretti, arrivando a puntare un coltello alla gola del padre e a stringergli le mani al collo. Una spirale di paura e sopraffazione che ha spinto le vittime a denunciare dopo mesi di sofferenze silenziose.
Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Perugia, accogliendo la richiesta della Procura, ha disposto l’allontanamento immediato dell’uomo dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento alle persone offese. Misure necessarie per interrompere una dinamica ormai diventata insostenibile, segnata da un clima di costante tensione e terrore psicologico.
Il caso di Gubbio non è purtroppo isolato. Già lo scorso giugno, a Foligno, un uomo di 52 anni era stato arrestato dalla Polizia di Stato per maltrattamenti in famiglia. L’uomo, già noto alle forze dell’ordine, doveva scontare una condanna definitiva a tre anni e quattro mesi di reclusione per episodi di violenza domestica pregressi.
Localizzato nel centro storico della città, l’uomo era stato associato al carcere di Spoleto, mettendo fine a una lunga vicenda giudiziaria. Anche in quel caso, il quadro emerso dalle indagini raccontava di un contesto familiare segnato da violenze psicologiche e fisiche reiterate, in grado di minare profondamente la serenità e la sicurezza dei congiunti. Questi episodi testimoniano come il problema dei maltrattamenti in famiglia continui a rappresentare una ferita aperta nel tessuto sociale umbro, richiedendo una risposta sempre più decisa sia sul piano della prevenzione che su quello repressivo.
Trovarsi intrappolati in una dinamica di violenza familiare può sembrare un labirinto senza uscita. La paura di ritorsioni, il senso di vergogna e il timore di non essere creduti spingono spesso le vittime a restare in silenzio. Eppure, esistono strumenti concreti e percorsi sicuri per chiedere aiuto.
Il primo passo fondamentale è parlare. Confidarsi con una persona di fiducia - un amico, un parente, un vicino - può rappresentare il punto di svolta per rompere l’isolamento. Parallelamente, è essenziale contattare le forze dell’ordine: chiamare il 112, il numero unico di emergenza, o rivolgersi direttamente a Carabinieri e Polizia di Stato permette di avviare immediatamente le procedure di protezione.
In Italia è attivo anche il numero nazionale 1522, gratuito e attivo 24 ore su 24, gestito dal Dipartimento per le Pari Opportunità. Rispondono operatrici specializzate, pronte a fornire ascolto, supporto psicologico e orientamento verso centri antiviolenza e case rifugio presenti sul territorio.
I centri antiviolenza, diffusi anche in Umbria, offrono assistenza legale, sostegno psicologico e, nei casi più gravi, un luogo sicuro dove trasferirsi temporaneamente. È importante ricordare che le denunce possono essere presentate anche in ospedale, in seguito a referti medici che attestino eventuali lesioni.
Non meno importante è tutelare i minori: se i figli assistono a episodi di violenza, l’impatto psicologico può essere devastante. Anche per questo la legge prevede strumenti cautelari immediati, come l’allontanamento del responsabile dalla casa familiare. Uscire dalla spirale della violenza è possibile, ma richiede il coraggio di compiere il primo passo. Le istituzioni, le forze dell’ordine e le associazioni del territorio sono pronte a supportare chi decide di dire basta.