19 Feb, 2026 - 14:30

Gubbio, piazze belle e vuote: la desertificazione non si cura con le lamentele ma con l’impresa

Gubbio, piazze belle e vuote: la desertificazione non si cura con le lamentele ma con l’impresa

È troppo facile dire che la colpa è del Comune. È troppo comodo prendersela con i lavori, con le pavimentazioni, con i progetti.

La verità è che una città non si anima per decreto e non si riempie con una delibera. Piazza 40 Martiri oggi appare vuota, come lo sono il Corso e il quartiere di Sant’Agostino, e non per un accidente momentaneo. La foto circolata sui social dopo le 18:30, con l’area completamente deserta, è diventata il simbolo di una difficoltà più profonda: spazi che ci sono, ma mancano le persone. Tre luoghi diversi, un unico segnale evidente: non è l’arredo urbano a fare la vita di una città, ma chi decide di abitarla, frequentarla, investirci tempo e denaro.

I commercianti hanno scritto al sindaco, una PEC con firme e preoccupazioni. È comprensibile. Hanno sofferto i disagi del cantiere e temono che la nuova conformazione non “funzioni”. Ma trasformare il disagio in una delega permanente al Comune è un errore di prospettiva. La città non si rianima per decreto, né con una delibera, né con un taglio del nastro.

Il biglietto da visita non basta se nessuno entra

La nuova Giunta ha riaperto dopo oltre due anni di lavori. La discussione sui materiali, sulle scelte urbanistiche, sui percorsi è legittima. Ma fermarsi lì significa confondere l’infrastruttura con la vita. Una piazza è un contenitore. Se il contenuto non arriva, resta vuota. E il contenuto non è il traffico, non è la polemica, non è l’ennesima petizione: sono attività, idee, investimenti, rischio.

C’è chi teme che riaprire al traffico “rovini” la pavimentazione. È un falso problema. Una città non è un salotto. È un organismo che vive di flussi, di attrazioni, di scambi. Se per proteggere il pavimento si accetta il deserto umano, si è scelto l’estetica contro l’economia. E l’economia, piaccia o no, è ciò che porta persone e con esse denaro.

L’alibi comodo: “ci pensi il Comune”

La risposta più frequente è: deve pensarci il Comune. È una risposta sbagliata. Il Comune coordina, facilita, semplifica, indirizza. Non fa l’imprenditore. Non apre negozi, non organizza ristoranti, non rischia capitali. Pretendere che l’ente pubblico “porti la gente” equivale a chiedere allo Stato di creare il lavoro al posto dei cittadini. È una mentalità dirigista, figlia di decenni in cui si è aspettato che qualcuno dall’alto risolvesse tutto.

Il lavoro lo crea l’impresa. L’impresa la creano i cittadini. Non il contrario. Se una piazza è vuota, la domanda giusta non è “perché il Comune non fa qualcosa?”, ma “perché nessuno investe qui?”. Se la risposta è “perché non conviene”, allora il problema è economico, non politico. E l’economia si cambia con progetti, non con lamenti.

Desertificazione: diagnosi corretta, terapia sbagliata

È vero: una parte di Gubbio è in sofferenza. È vero per Piazza 40 Martiri, per il Corso, per Sant’Agostino. Ma chi dovrebbe rianimarla? Chi ha interesse a farlo. Se nessuno ha interesse, significa che nessuno vede un ritorno. Non esiste una terza via. Le città vivono dove qualcuno rischia e investe. Muoiono dove tutti aspettano.

Le petizioni segnalano un disagio reale, ma non costruiscono un modello di sviluppo. Chiedere di “far tornare la gente” senza dire con quali attività, con quali proposte, con quali investimenti è come chiedere pioggia senza seminare. La domanda crea l’offerta, ma l’offerta deve essere pensata, organizzata, finanziata.

Ottant’anni di abitudine al dirigismo

Gubbio esce da decenni di cultura dirigista, dove l’idea dominante era che il pubblico dovesse fare tutto: pianificare, investire, creare lavoro, riempire gli spazi. Questo ha prodotto dipendenza, non iniziativa. Ha prodotto la convinzione che il rischio sia sempre “di qualcun altro”. Ma non esiste impresa senza rischio. E non esiste rinascita urbana senza imprenditori disposti a rischiare.

Chi è imprenditore se non accetta il rischio? Chi aspetta solo condizioni perfette, flussi garantiti, incentivi certi, protezioni assolute, non è un imprenditore: al più è un amministratore in attesa. E una città fatta di attese non si muove.

La rivoluzione copernicana mancata

Serve, a questo punto, una rivoluzione copernicana: smettere di chiedere “cosa fa il Comune per me” e iniziare a chiedersi “cosa posso fare io qui”. Nuovi format commerciali, eventi privati, iniziative culturali sostenute da imprese, ristorazione che non copia ma sperimenta, servizi che intercettano flussi turistici e locali. Non esistono piazze vive senza operatori vivi.

Il Comune può – e deve – ridurre burocrazia, facilitare permessi, coordinare calendari, promuovere l’immagine. Ma la scintilla non può che essere privata. Se non parte, non c’è pavimentazione che tenga, non c’è illuminazione che basti, non c’è arredo urbano che riempia il vuoto.

Conclusione: meno lamenti, più rischio

La desertificazione è un fatto. Attribuirla solo agli amministratori è una scorciatoia. La responsabilità è anche – e soprattutto – di chi fa economia in città. Senza iniziativa, senza rischio, senza progetti, le piazze restano belle e vuote. E una città fatta di cartoline, senza persone, non è una città: è un museo a cielo aperto senza visitatori.

Se Gubbio vuole tornare a vivere, deve smettere di aspettare e ricominciare a fare. Questa è la vera sfida. Tutto il resto è solo rumore.

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Mario Farneti
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